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Addio Rdc con mezzo milione di nuovi poveri: cosa succederà

Svimez lancia l’allarme. Oltre 760mila cittadini in povertà assoluta. Rischio collasso al Sud con l’abolizione del reddito di cittadinanza.

di Valerio Pisaniello

Dicembre 2022

A partire dal 2024, con l’abolizione del reddito di cittadinanza, il Meridione rischia il collasso. L’ultimo rapporto Svimez consegna un dato drammatico: sono oltre 760mila cittadini in povertà assoluta (scopri le ultime notizie e poi leggi su Telegram tutte le news sul Reddito di Cittadinanza. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegrame nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

Indice

Abolizione del reddito di cittadinanza e l’allarme Svimez

L’ultimo rapporto Svimez lancia l’allarme. Si parla di 760mila cittadini in condizione di povertà assoluta e di questi più della metà si trovano al Sud Italia. Dato destinato a peggiorare con l’abolizione  del reddito di cittadinanza dal 2024

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Quando finirà il reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza verrà cancellato nel 2024: ormai non ci sono più dubbi visto che ne parla anche la legge di Bilancio 2023, dove si legge chiaramente che tutte le disposizioni contenute nel decreto 4/2019, poi convertito dalla legge 26/2019, riferite al reddito di cittadinanza saranno abrogate dal 1° gennaio.

Abolizione del reddito di cittadinanza: rischio collasso al Sud

Sud Italia a un passo dalla recessione con oltre mezzo milione di nuovi poveri nel 2023. E’ l’allarme lanciato da Svimez che nell’ultimo rapporto (il 49esimo presentato oggi alla Camera dei Deputati) sottolinea un dato raccapricciante: dei 760mila cittadini che nel 2023, per effetto dei rincari di energia e beni di prima necessità, verseranno in condizioni di povertà assoluta, oltre mezzo milione saranno concentrati al Sud.

Uno scenario già drammatico ma destinato a peggiorare con il passare dei mesi ‘grazie’ all’abolizione del Reddito di Cittadinanza prevista nella manovra finanziaria del neo governo Meloni, sussidio che vede la stragrande maggioranza dei percettori risiedere nelle regioni del Meridione.

Negli ultimi mesi l’inflazione, il caro-energia, la guerra in Ucraina e il Covid hanno lasciato ferite profonde in Italia, allungando ulteriormente il divario tra nord e sud con il 2022, che secondo le premesse avrebbe dovuto caratterizzarsi per una crescita sostenuta, rivelatosi un anno di frenata a livello internazionale.

Su TheWam.net abbiamo spiegato di come funzionerà il reddito di cittadinanza per chi ha più di 60 anni e cosa ne sarà degli studenti e dei tirocinanti che percepiscono l’Rdc.

Abolizione del reddito di cittadinanza: i dati Svimez 

Nel 2021 In Italia il 25,4% (quasi 15 milioni) della popolazione è a rischio povertà ed esclusione (Indagine EU SILC) circa un quarto della popolazione a fronte della media Europea che si colloca intorno ad un quinto.

Il dato nazionale è sintesi di una quota molto maggiore nel Mezzogiorno (41,2% pari ad 8,2 milioni di persone) e di una minore nel Centro-Nord (17,4% circa 6,8 milioni).

La diffusione territoriale non è omogenea nemmeno all’interno del Mezzogiorno in 5 regioni (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Sardegna) è a rischio povertà ed esclusione circa un terzo della popolazione, in Calabria e Sicilia il dato è poco sopra il 40% in Campania è al 50%.

Negli ultimi 15 anni il dato resta sostanzialmente stabile a livello nazionale, del Mezzogiorno e dell’Europa. In Italia sale nel corso della recessione 2011-13 e si avvicina al 30% (quasi 50% nel Mezzogiorno).


POPOLAZIONEA RISCHIO POVERTA’ ED ESCLUSIONE%
Abruzzo1.273.660421.67133,1
Molise290.76995.97433,0
Campania5.590.6812.807.11650,2
Puglia3.912.1661.275.63632,6
Basilicata539.999175.53732,5
Calabria1.844.586758.28541,1
Sicilia4.801.4682.089.08143,5
Sardegna1.579.181533.87633,8
Italia58.983.12214.983.00025,4
Nord-Ovest15.848.1002.717.18817,1
Nord-Est11.561.6761.642.49414,2
Centro11.740.8362.466.14021,0
Mezzogiorno19.832.5108.157.17741,1
Centro-Nord39.150.6126.825.82317,4
I dati Svimez

L’indicatore di rischio povertà ed esclusione è un indicatore di povertà relativa che resta sostanzialmente stabile negli ultimi 15 anni intorno ad un quarto della popolazione nazionale ed al 41 – 42% della popolazione meridionale.

All’interno di quest’area tuttavia aumenta decisamente la quota di persone per le quali la condizione di disagio è maggiore rappresentata dalle persone in povertà assoluta: le famiglie in povertà assoluta passano da poco meno di 800 mila nel 2006 a circa 2 milioni negli ultimi due anni (da circa 350 mila ad 800 mila nel Mezzogiorno).

Le persone da circa 1,7 milioni a 5,6 milioni. Negli ultimi 15 anni il numero delle persone in povertà assoluta nel Mezzogiorno è più che triplicato passando da 780 mila circa del 2006 a 2 milioni 455 mila.

Nel 2021, l’incidenza della povertà assoluta resta sostanzialmente stabile 7,5%, era al  7,7% delle famiglie nel 2020 mentre quella individuale resta al 9,4%). Il dato nazionale sottende  un miglioramento nelle regioni del Centro-Nord ed un sensibile peggioramento nel Mezzogiorno.

Nel Mezzogiorno, dove le persone in povertà assoluta sono 2 milioni 455 mila (195mila in più rispetto al 2020), si confermano le incidenze di povertà più elevate: il 12,1% per gli individui (in crescita dall’11,1%), il 10,0% per le famiglie (826 mila erano 775 mila  il 9,3% nel 2020). Nel Centro-Nord scende al 6,4% per le famiglie era al 7% nel 2020 ed all’8,0% per le persone era all’8,6% nel 2020.

A livello nazionale anche tra le famiglie con persona di riferimento occupata l’incidenza della povertà assoluta è sostanzialmente stabile, da 7,3% del 2020 a 7,0% (quasi 922mila famiglie in totale), a sintesi di un miglioramento per questo tipo di famiglie al Nord (da 7,9% a 6,9%) e di un lieve peggioramento  nel Mezzogiorno (dal 7,6% all’8,2%).

Sono circa 280 mila le famiglie meridionali con persona di riferimento occupata ad essere in povertà assoluta. Con l’abolizione del reddito di cittadinanza la situazione peggiorerà ulteriormente.

Abolizione del reddito di cittadinanza: riemergono i nuovi poveri 

L’anno prossimo – spiega Svimez – il Pil del meridione avrà il segno negativo; è previsto infatti un calo dello 0,4%. Mentre quello del Centro-Nord dovrebbe crescere dello 0,8%, sia pure facendo registrare “un forte rallentamento”.

L’inflazione viene ritenuto uno “shock” in questo pezzo d’Italia, dove a fronte delle spese da sostenere non si riesce ad andare oltre a quelle necessarie; in testa il pagamento delle bollette di luce e gas e la spesa per mangiare (che è più alta al Sud rispetto al Nord, dove invece si acquistano più servizi i cui prezzi sono cresciuti di meno).

La diretta conseguenza è che secondo una stima ad hoc si avrebbero 760mila nuovi poveri, e di questi 500mila sarebbero al Sud. In particolare, “nelle regioni meridionali, senza i sussidi, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie avrebbe raggiunto un picco drammatico di circa 13 famiglie ogni 100, pari al 13,2% al Sud e al 12,9% nelle Isole”.

Per avere un esempio concreto basta pensare che nelle spese ‘incomprimibili’, come bollette e cibo, finisce il 70% del bilancio totale di queste famiglie. Intanto la “riapertura della forbice di crescita del Pil” tra Nord e Sud – rileva Svimez – ha “interrotto il percorso di ripresa” del Paese.

Abolizione del reddito di cittadinanza: situazione peggiore con la crisi energetica 

Inoltre “gli effetti asimmetrici dello shock energetico” hanno “penalizzato soprattutto le famiglie e le imprese meridionali”.

Per offrire una risposta a questa situazione, al momento, catatonica Svimez avverte sull’importanza del Pnrr: “Mettere in sicurezza l’attuazione del Piano è cruciale, consolidandone la finalità di coesione economica, sociale e territoriale”. Il capitolo lavoro al Sud si apre con una pagina dolorosa. Secondo il rapporto è qui infatti che si raggiunge “il livello massimo di precarietà”.

Vediamo la situazione nel Mezzogiorno con l’abolizione del reddito di cittadinanza.

Abolizione del reddito di cittadinanza: la crisi occupazionale penalizza maggiormente il Sud

In Italia, la quota di lavoratori dipendenti impegnati in lavori a termine da almeno 5 anni si attesta al 17,5%, ma nelle regioni del Mezzogiorno si raggiunge il valore massimo di quasi un lavoratore su 4 (pari al 23,8%), quasi l’11% in più del Nord (13%) e il 7% in più del Centro.

Un quadro che – oltre a raccontare di un numero maggiore di precari – aumenta il tempo dell’incertezza, mettendo in evidenza anche l’aumento del fenomeno del ‘lavoro povero’. Inoltre resta un “netto divario” dell’occupazione femminile che, rispetto al Centro-Nord, si traduce in una differenza di 1,6 milioni di lavoratrici.

Se il mondo del lavoro non è clemente con il Sud, forse si deve anche al fatto che le radici del problema partono da lontano: nei servizi scolastici, dove c’è una “carenza d’offerta” e un gap con il Nord definito “preoccupante”.

In base alle previsioni Svimez il 2024 “dovrebbe essere un anno di ripresa: si stima che il Pil aumenti nel 2024 dell’1,5% a livello nazionale, e dello 0,9% al Sud”.

Per l’associazione di fronte c’è “una duplice sfida”: servono “politiche nazionali” per assicurare “continuità alle misure contro il caro-energia, per mitigare l’impatto sui bilanci delle famiglie e a favore delle imprese”; allo stesso tempo è “essenziale accelerare con il rilancio degli investimenti pubblici e privati per ampliare e ammodernare la base produttiva, condizione imprescindibile per la creazione di buona occupazione”.

Quindi, quale scenario con l’abolizione del reddito di cittadinanza?

abolizione-rdc-dati-svimez
Lo Svimez ha lanciato l’allarme per il Sud Italia: mezzo milione di persone a rischio povertà, mentre il governo ha deciso di abolire il reddito di cittadinanza dal 2024.

Abolizione del reddito di cittadinanza: le differenze europee

Sull’ abolizione reddito di cittadinanza si è incentrata un’intera campagna elettorale. Oggettivamente possiamo dire che storicamente non si ricorda uno strumento di sostegno al reddito – e quindi un istituto di welfare – oggetto di tante polemiche, rendendosi anche così estremamente divisivo. 

Tuttavia, occorre sottolineare che l’Italia era rimasto (insieme alla Grecia fino ad un certo punto) l’unico paese occidentale a non avere uno strumento di contrasto alla povertà universalistico (anche se il termine è improprio). Detto questo in tutti gli altri paesi europei esiste una misura del genere, logicamente tarato sui contesti specifici e “contaminato” dalle culture politiche dei vari governi che, in un modo o nell’altro, l’hanno istituito. 

Per esempio nei Pesi Bassi esiste un reddito per gli artisti: cioè, chi vuole crearsi una carriera professionale nel mondo dell’arte, del teatro, della musica ecc., viene sostenuto dallo Stato e “aiutato” all’inserimento professionale.

Logicamente seguendo determinate regole e doveri. In Gran Bretagna (non più europea) esiste una misura di sostegno all’indigenza costruita non solo sull’intervento monetario (cioè sulla concessione di soldi), ma arricchita con servizi sociosanitari.

Ancora, in Germania esiste una misura di contrasto alla povertà – di stampo più “categoriale” (quindi meno universale) – finanziata e articolata a seconda della propria categoria professionale di appartenenza.

Il falegname che perde il lavoro verrà sostenuto dalla rispettiva categoria di appartenenza (si potrebbero equiparare alle nostre casse professionali), l’elettricista lo stesso, per il dipendente pubblico anche.

Una sorta di Naspi italiana, ma decisamente più ampia e consistente. Il modello tedesco è un modello “categoriale”, ma che non lascia assolutamente nessuna fascia sociale scoperta. Stesso discorso, quindi, vale anche per gli inoccupati e precari, al di sotto della soglia di povertà. 

Questi sono solo alcuni esempi e descritti in maniera decisamente semplicistica a dimostrazione del fatto che in tutt’Europa esiste una misura di contrasto alla povertà quanto meno “semi-universale”. E non da ieri. Eppure, in nessuna campagna elettorale si è mai gridato allo scandalo. Anzi, non si è mai nemmeno lontanamente parlato di possibili abolizioni, considerando tali strumenti un dato oggettivo e assodato. E questo sia da parte delle destre sia da parte delle sinistre. 

Fonti e materiale di approfondimento

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