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Addio Bertolucci. Quell’Ultimo tango che scandalizzò la cattolicissima Italia

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Quando è uscito Ultimo Tango a Parigi ero troppo piccolo per andare a cinema. Ma il clamore che suscitò quella pellicola lo ricordo ancora. Ho dovuto aspettare molto prima di vederlo. Era il 1987, cinema Capitol a Salerno. Una serata dedicata ai film proibiti. Il primo era il capolavoro di Bernardo Bertolucci. A seguire Le centoventi giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini e Gola profonda, il più grande successo del nascente – all’epoca dell’uscita – cinema porno.

Tutti lì, in sala, ad aspettare la famosa scena del burro, quella che – si è saputo solo dopo – avrebbe devastato la vita e la carriera di Maria Schneider: si ritrovò a girarla a sua insaputa. Perché, nella versione ufficiale, era stata proprio quella parte del film a decretare prima la censura (con il taglio di dieci secondi), e qualche anno dopo, il 29 gennaio del 1976, la decisione di mandare al rogo la pellicola. Servì a poco, Ultimo Tango a Parigi resta il più grande successo commerciale del cinema italiano, ha incassato il triplo de La vita è bella di Roberto Benigni.

Ebbene, quella scena del burro, quindici anni dopo l’uscita del film, e per un pubblico abituato a visioni molto più estreme (quella sera a colpirci per le scene esplicite di sesso sarebbe stato il film di Pasolini, anche più di Gola profonda, un innocuo e vecchio film hard…), non avrebbe granché scandalizzato il pubblico. A scuoterci fu altro. O meglio, a farci capire perché Ultimo tango sia stato “bruciato”, soprattutto nella cattolicissima Italia dei primi anni ’70: l’atto d’accusa contro la famiglia, espresso – oltre che nella scena dello stupro anale – nel monologo di Marlon Brando, profondamente autobiografico, non previsto nella sceneggiatura, e interpretato con una profondità che non sarebbe mai più stata raggiunta a cinema.

Il vero fulcro del film, l’anima straziata di un capolavoro che è capolavoro anche e soprattutto per quella scena, che Brando improvvisò completamente,sollecitato da Bertolucci. Questo il testo: «Mio padre era un… ubriacone,rozzo, attaccabrighe, sparaballe, super… puttaniere. Era… un tipo duro. Mia madre era molto… molto poetica. Ubriacona, anche lei. E… ti ricordo una volta, quando… quand’ero bambino, che l’avevano arrestata tutta nuda,vivevamo in un paesetto, una comunità agricola, una specie di fattoria. Tornavo dalla scuola e lei… non c’era. Si trovava in galera, o chissà dove. Io… sì,io dovevo mungere la mucca, ogni mattina e ogni sera. Non mi piaceva ma… mi ricordo una volta che m’ero… vestito perché avevo invitato una ragazza a una partita di pallacanestro. Stavo già uscendo quando mio padre dice: “Devi andare a mungere la vacca”. E io dico: “Mi fai il piacere di farlo tu per me?”. E lui grida: “No! Mungi la vacca e non rompere”. Era molto tardi quando uscii, neanche il tempo di cambiarmi… le scarpe erano…tutte sporche di merda di vacca e quando arrivai dalla ragazza, la macchina puzza va tutta di merda anche lei. Ah, non lo so, non mi riesce mai di trovare dei bei ricordi».

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A questo punto Jeanne (Maria  Schneider), gli chiede: Neanche uno?

Marlon Brando risponde così: «Uno, forse. C’era un brav’uomo, un nostro vicino, era vecchio e così povero, s’ammazzava di fatica… io scavavo un fosso per lo scolo delle acque, proprio al confine… lui portava una tuta e fumava una grande pipa. Sai, il più delle volte non ci metteva il tabacco, lui odiava il lavoro. C’era caldo e polvere e… mi faceva male la schiena e mi… allora mi mettevo a guardare la sua saliva che scivolava lungo il cannello e si raccoglieva all’estremità della pipa… e scommettevo con me stesso sul momento in cui sarebbe caduta la goccia… mai l’ho imbroccata, non l’ho mai vista cadere la goccia. (Pausa) Quando ero stufo di scommesse me ne andavo in giro per la campagna. Noi avevamo un bellissimo… sai mia madre mi aveva insegnato ad amare la natura e… ed è tutto quello che ha saputo insegnarmi. (Pausa) E lì davanti alla casa avevamo una enorme… distesa, un campo, coltivato a senape… e avevamo un cane nero molto bravo. Si chiamava Dutch e correva per tutto il campo a caccia di conigli ma non riusciva a vederli… così doveva fare dei gran balzi al di sopra della senape e dare occhiate velocissime per vedere dov’erano i conigli e questo… mi sembrava molto bello, anche se i conigli non li ha presi mai».

Provate a sentire l’interpretazione di Brando in lingua originale (magari con i sottotitoli). Vi scarnifica dentro. Si sente tutto il suo dolore, si comprende come, in quel momento, nel preciso istante in cui pronuncia quelle parole,l’attore si sia messo davvero a nudo. Completamente. Esposto al pubblico. Come nessuno mai prima di lui e forse anche dopo.

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Quella scena continua con quella altrettanto famosa, nota come “cappucetto rosso”…

Anche per questo il grande attore americano subito dopo le riprese ha dichiarato «di essere stato violentato da Bertolucci». E i due si sono di nuovo rivolti la parola solo molto dopo, negli anni ’90. In fondo, le parole di Brando sanciscono anche la grandezza del regista. La capacità di spingere i suoi interpreti molto oltre.

Bisogna anche ammettere che senza Marlon Brando, Ultimo tango a Parigi sarebbe stato solo un grande film e non una delle pellicole simbolo degli anni ’70 e forse dell’intera storia del cinema (almeno per chi scrive).

Eppure Bertolucci ha scelto Brando quasi per caso. All’epoca l’attore statunitense viveva quasi un oblio dalle scene dopo i clamorosi successi degli anni ’50 e ’60. Come per caso è nata l’idea del film, da un sogno di Bertolucci, dove incontrava una bellissima sconosciuta per strada e con lei faceva l’amore senza conoscerne neppure il nome.

Il regista aveva pensato di affidarsi a Jean.Louis Trintignant e Dominique Sanda, interpreti del suo film forse più riuscito, Il conformista (che la critica preferisce ai celebratissimi Novecento e L’ultimo imperatore). Ma il primo disse di no. La Sanda, che pure era affascinata dalla sceneggiatura, era incinta. Bertolucci virò allora sui due più grandi nomi del cinema francese di quel periodo: Jean Paul Belmondo, che rifiutò anche l’incontro con Bertolucci perché riteneva il film pornografico, e Alain Delon, che sembrava propenso ad accettare, ma pretendeva di produrlo. Si arrivò così a Marlon Brando, che con Ultimo tango a Parigi, inaugura il trittico di opere che ne avrebbero poi consolidato il mito: Apocalypse Now e Il Padrino (entrambi di Francis Ford Coppola).

Ultimo tango a Parigi è a suo modo un film claustrofobico, che declina con straziante erotismo temi come il dolore, la morte, la disperazione. E l’amore. I personaggi scavano in se stessi alla ricerca di sogni impossibili, ma trovano soltanto la consapevolezza che i desideri sono finiti, esauriti per sempre. E’ un film politico, molto più di altri dello stesso Bertolucci. Rinuncia alla visione collettiva per raccontarne invece l’urgenza e la drammaticità più intima. E di fatto anticipando e di molto i tempi. Un film che anche per questo resterà nella storia, e non solo del cinema. Una lezione che molti avrebbero compreso solo dieci anni dopo.

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