Eroi Digitali

Alessandro, candidato fake a presidente Usa: così ho convinto 30mila elettori

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Ha corso alla presidenza degli Stati Uniti con un candidato fake. Ed è riuscito a raccogliere oltre trentamila followers su twitter. E decine di migliaia di sostenitori pronti a votarlo. Mentre lui se ne stava comodamente seduto davanti al pc di casa o al tavolino di un bar, in Italia, dove abita con la sua famiglia. Alessandro Nardone, 41 anni, di Como, Consulente di marketing digitaledocente allo IED di Milano, con collaborazioni prestigiose come quella con Vanity Fair, ha raggiunto la fama internazionale grazie ad Alex Anderson. Ed ora è pronto a lanciare un libro nel quale rivela come ha fatto: Orwell, edito da Mondadori.

Chi è Alex Anderson?

Nel 2016 Alex Anderson era un candidato repubblicano che aspirava alla Casa Bianca. Ed era pronto a sfidare Donald Trump e Hillary Clinton. Un personaggio così credibile da essere conteso dai maggiori media americani. Alla fine a spuntarla è stata la Bbc che, però, è rimasta stupefatta quando ha scoperto la verità: Alex Anderson era solo un esperimento sociale nato per promuovere il libro di Alessandro. Un esperimento che ha dimostrato in modo inequivocabile come nelle trappole della rete possano cadere anche i grandi media.

The Wam ha intervistato Alessandro. Il comunicatore comasco ha appena lanciato con la casa editrice Mondadori, Orwell, un libro che affronta gli ultimi quarant’anni di rivoluzione digitale, ma che è anche un compendio di buone pratiche per emergere nel mondo del web. Personal branding, social network, news e fake news.

Alessandro, allora, chi è Alex Anderson: che viene menzionato anche nel tuo nuovo libro Orwell?

«Nel 2016 dovevo lanciare negli Usa la versione inglese del mio terzo libro: «Il predestinato». Il protagonista è proprio Alex Anderson, giovane membro del Congresso americano. Non avevo un gran budget a disposizione e così ho giocato sulle mia competenza nella comunicazione digitale. Ho registrato il dominio Alexanderson2016.com e scritto la biografia di Alex. Una laurea a Yale, un passato come Procuratore, una elezione nel congresso della California. E poi ho stilato il mio programma elettorale, distante sia da quello di Trump che da quello della Clinton. Ho annunciato “meno tasse per tutti”, al grido di “America is now”. Ci sono anche dei video, girati in un bar di Como, nel quale vengo abbracciato da alcuni colleghi di lavoro. Ma grazie a uno splendido montaggio sembra che io arrivi, a bordo di una Harley Davidson, dinanzi a un seggio americano. E lì la folla mi sommerge di abbracci. Niente è stato improvvisato. Ho studiato nove mesi per creare Alex Anderson: un vero parto (ride ndr)».

Ricevi centinaia di migliaia di visite sul portale e poi raccogli oltre 30mila follower su Twitter. I media americani iniziano a corteggiarti. Come hai fatto a sottrarti per così tanto tempo ai dibattiti pubblici?

«Gestire Alex Anderson è stato una faticaccia. Lo spiego anche nel mio libro Orwell. Dove la casistica del mio personaggio diventa fondamentale per parlare dell’attenzione che ci vuole per organizzare profili social di successo. E per valorizzare il proprio brand personale. Dovrebbe essere proprio il “personal branding” la pietra miliare di una comunicazione efficace. Comunque – tornando ad Alex – accampavo le scuse più disparate per sottrarmi ai talk show ai quali venivo invitato. E intanto lavoravo su twitter, rispondendo personalmente a tutti i miei follower. La fama di Alex cresceva e così anche le richieste dei media. Fino a quando ho deciso di fare coming out. In una intervista alla BBC, rilasciata nella mia Como».

Quello che è successo con Alex Anderson è inquietante perché ha dimostrato come notizie, ben veicolate in rete, possano muovere non solo l’opinione pubblica, ma anche ingannare i media. Come si può evitare di rimanere vittima di tranelli simili?

«Sembrerò banale, ma la risposta è leggere, studiare e selezionare. Leggere più dei titoli e dei sottotitoli condivisi nei post sui social. Riconoscere le fonti più attendibili. Studiare significa informarsi davvero su un argomento, non fermarsi al primo contenuto reperibile in rete. Spesso la notizia più indicizzata, non è la più corretta. Molti contenuti ricevono così tanta visibilità perché generano molte interazioni, fra like e commenti, e questo spinge i grandi siti, come Google e Facebook, a metterli in evidenza. Bisogna imparare a fare una lista di siti attendibili e scartare “quelli bufala”, comprese quelle piattaforme nelle quali la realtà viene strumentalizzata. In Orwell faccio diversi esempi di politici e istituzioni che hanno manipolato notizie, anche parzialmente vere, ponendole in modo distorto. Anche quelle sono delle fake news».

A proposito di politica. Dopo il caso di Alex Anderson tu hai avuto la fortuna di seguire la campagna elettorale di Donald Trump. Fenomeno mediatico per antonomasia. Quale credi siano i suoi segreti per il successo sui mezzi di informazione?

«Trump fa la stessa cosa iniziata quarant’anni fa, ma con mezzi diversi. Lavora sul suo personal branding. Una volta utilizzava i dirigibili e le Trump Tower per far parlare di sé, oggi lo fa con mezzi più economici e che arrivano a più persone: i social network. Trump ha dato la sua vita privata in pasto alla folla che ne vuole sempre di più. Ha intercettato la “pancia” degli utenti e ha soffiato su quel vento. I suoi commenti non passano indifferenti: che lo si odi o lo si ami, si parla sempre di lui. Trump sceglie temi popolari e sentiti (immigrazione, difesa personale ndr) e comunica in modo coerente il suo pensiero. Anche con modalità estreme, ma mai banali».

Alla luce della tua esperienza come comunicatore: quali sono i segreti per sviluppare il proprio personal branding e quali social network consigli di usare?

«Bisogna scegliere dei contenuti di valore che comunichino coerentemente chi siamo, cosa facciamo e perché ci distinguiamo. Cosa ci rende speciali? Cosa sappiamo fare assolutamente bene? E’ necessario investire costantemente sulle proprie competenze ed esperienze. Non  ci sono scorciatoie. Io come social network prediligo facebook e twitter. Il primo per arrivare al grande pubblico, il secondo per veicolare ai media una informazione. E innescare un passaparola che l’amplifichi. Per usarli al meglio bisogna evitare l’improvvisazione. Ci vuole programmazione: un calendario editoriale dove scrivere quello che pubblicheremo ogni giorno. E tanto studio per restare sempre “sul pezzo”. Ogni mattina è una buona abitudine leggere la rassegna stampa. E poi i trend di twitter per conoscere le tematiche più attuali. Anche Instragram, soprattutto per comunicare ai millenials, può essere uno strumento efficace. Ma si devono avere immagini e video di grandi qualità e soprattutto sapere come e cosa si vuole comunicare. Anche lì l’improvvisazione bandita».

Se vado in libreria a comprare Orwell cosa ci troverò dentro?

«Gli ultimi quarant’anni della rivoluzione digitale. Le invenzioni che hanno cambiato la nostra vita. Dall’evoluzione di internet allo smartphone: da allora nulla è stato più come prima. E poi una guida per muoversi all’interno del mondo digitale e riuscire ad emergere, esponendo al meglio i propri talenti. Ah, ovviamente, c’è la storia di Alex Anderson. Tanto Alex Anderson».

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