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La vittoria di Festa è la sconfitta definitiva dei dirigenti Pd

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Si è sempre detto: ad Avellino non si vincono le elezioni senza il sostegno delle periferie. La vittoria di Gianluca Festa dice anche altro: ad Avellino, per la prima volta, hanno vinto le periferie. Lì c’è stato quasi un plebiscito per il neo sindaco (500 voti in più solo tra San Tommaso e Bellizzi), e altri 250 voti di distacco per Festa nel seggio di Picarelli.

La città si è davvero spaccata in due. E ha vinto la sua anima più popolare.

L’elezione di Festa racconta anche altro. Il fallimento dei vertici del Pd. Un altro, l’ennesimo. Dopo l’infelice esperienza Foti (vittima soprattutto del fuoco amico, tutto Pd), il clamoroso flop dello scorso anno, con la vittoria di Ciampi e i 5Stelle, questa ulteriore sconfitta dovrebbe convincere tutti che c’è bisogno di aria nuova in via Tagliamento.

La segreteria provincia, Rosetta D’Amelio e Enzo De Luca, sono stati i veri registi della scelta Cipriano. Con annessi sia un no alle primarie, sia un altro no al tentativo di presentare un centrosinistra unito. Conta vincere, è stato detto. Eppure s’è perso. Con l’aggravante di aver spaccato ancora una volta il fronte del centrosinistra e allontanato i non pochi del Pd che male hanno digerito la “pillola Cipriano”, in particolare dopo la campagna elettorale dello scorso anno che il leader di Mai Più aveva concentrato quasi in toto proprio contro il Partito democratico.

Qui non si discute sulla validità o meno della scelta Cipriano (in fondo ha perso di poco), ma sulla strategia: il candidato di Mai Più è sembrato una scorciatoia, una card sicura per ottenere il successo, ma anche una ulteriore occasione per rimandare sine die il discorso su una classe dirigente del Pd che colleziona errori e sconfitte da troppo tempo. Con un partito, soprattutto ad Avellino, in via di disfacimento e senza più nessun contatto diretto con la base e – come si diceva una volta – il territorio. Un partito, oltretutto, dilaniato all’interno, incapace di ripartire da un progetto vero e credibile.

La decisione di candidare il fondatore di Mai Più è parsa la resa di chi non ha idee: è stato sposato in toto il programma di Cipriano, piazzato nelle liste i soliti procacciatori di voti (Iacobacci e Poppa), inserito nelle liste un buon numero di demitiani in libera uscita, e immaginato che tutto questo bastasse. Certo, poteva funzionare. Ma solo ed esclusivamente per conquistare il potere, non certo per far rinascere un partito in macerie.

Del resto, una riflessione profonda avrebbe dovuto essere fatta lo scorso anno, dopo la sconfitta con Ciampi. Ma tutto s’è fermato, al solito, in superficie. Poi è partita la critica facile facile all’inadeguatezza dell’esecutivo 5Stelle e qualcuno ha ritenuto bastasse quello per convincere gli elettori della “bontà democratica”. Nel frattempo la debolezza feroce del Pd in città è stata evidente alle Europee: il Partito democratico è arrivato terzo (20,4 per cento), surclassato dal Movimento 5Stelle (30 per cento), e dalla Lega (22,1 per cento). Neppure quella debacle ha accesso il dibattito interno, qualche riflessione, un mea culpa. Niente, il Pd ha scelto di schiantarsi contro un altro muro: quello delle periferie.

Tra un anno ci saranno le Regionali. Il partito ha qualche mese di tempo per avviare un rinnovamento radicale. Ma deve evitare di mettere in piedi altre inconcludenti e sempre più inverosimili alchimie pur di tenere in piedi una baracca che è a pezzi da anni.

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