Ho scalato il Monte Rosa senza gambe, ora miro all’Everest

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Andrea Lanfri, classe 1986, originario di Lucca, campione della Nazionale Paralimpica di Atletica Leggera, disciplina che ha cominciato a praticare dopo aver subito le conseguenze di una meningite con sepsi meningococcica. Andrea, non vaccinato, ha perso entrambe le gambe e sette dita della mano. Ma non si è arreso e non ha abbandonato la sua passione per l’alpinismo. Grazie a delle protesi ha raggiunto la vetta del Monte Rosa e ora mira a scalare l’Everest.

Andrea Lanfri in arrampicata

Così è iniziato tutto…

A che punto sei della tua carriera di sportivo?

“Quando volevo iniziare a correre molti mi dicevano che ero troppo “vecchio” ovviamente non gli ho dato ascolto e ho iniziato la mia nuova vita da atleta. Solamente io posso decidere quando la mia carriera può finire, mi piace allenarmi, non solamente per raggiungere obbiettivi sportivi, ma il mio allenamento è visto proprio come uno stile di vita. Carriera da sportivo o no, credo veramente che anche quando non correrò più per le gare di atletica continuerò sempre ad allenarmi per le mie passioni e non solo”.

A 29 anni hai dovuto confrontarti con un trauma che avrebbe messo molti a tappeto. Tu sei ripartito alla grande: quale è stato l’approccio mentale che hai utilizzato?

“Appena mi sono svegliato pensai subito che ero stato fortunato, mi era andata bene! E da quel momento tutto dipendeva da me, io ho visto questi 5 mesi di fermo forzato come una pausa, e appena sarei uscito dall’ospedale sapevo che, per poter tornare l’Andrea di prima, dovevo recuperare questi 5 mesi “persi”. Prima di entrare in ospedale avevo tanti programmi e non mi andava proprio giù di non poterli più fare, e quindi da lì è partita la vera sfida. Volevo a tutti i costi tornare a fare le cose che facevo prima”. (Sulla pagina facebook di Andrea tante notizie e foto sulle sue avventure e sfide quotidiane)

Andrea Lanfri: Che significa essere un modello…

Storie come la tua o quella di atleti come Bebe Vio, non sono esenti da pregiudizi e luoghi comuni: quali i più fastidiosi da digerire e come hai reagito?

“Sinceramente fino ad oggi non ho mai avuto dei pregiudizi o luoghi comuni da digerire. Gareggio, mi alleno in atletica e vado in montagna insieme a amici normodotati, il più delle volte se non vado con i pantaloni corti nessuno si accorge di niente. Io alla fine sono un semplice e umile ragazzo che segue le sue passioni, a nessuno importa cose realmente c’è sotto”. (A proposito di eroi oltre i limiti, leggi l’intervista a Danilo Ragona, finito sulla sedia a rotelle a causa di un violento incidente, ha inventato un’azienda di carrozzine che hanno “sfilato” in passerella)

Sei diventato un modello di speranza, coraggio e determinazione per tanti atleti e non solo: ne derivano più pressioni o più orgoglio?

“Questo mi fa molto orgoglio ed è motivo per continuare su questa strada. Molte grandi soddisfazioni non derivano da medaglie o dalle vette conquistate, ma dal sapere che qualcuno come me ha dovuto affrontare un “intoppo” nella vita. E, conoscendo la mia storia, è riuscito a superare qualche problema: questo mi dà molta carica e felicità. Questo è stato un motivo che mi ha spinto a pubblicare la mia biografia: “Voglio correre più veloce della meningite”.

Le tre lezioni più importanti che lo sport ti ha dato

“Lo sport mi ha salvato la vita, perché quando sono entrato in ospedale ricoverato di urgenza il mio corpo era forte e in forma, questo è stato fondamentale per tenermi in vita. Lo sport mi ha salvato la vita per la seconda volta, perché dopo la mia dimissione e l’inizio dell’allenamento in atletica, mi ha permesso di allenarmi e poter utilizzare le protesi per camminare al meglio, accelerando il processo di guarigione e”pulizia” del mio corpo. Arrivare alla meta è una sfida. Le cadute insegnano sempre a rialzarsi. Sapersi rialzare quando nessuno lo credeva possibile, rivela chi sa sognare e combatte per i proprio sogni e obbiettivi, guardando sempre avanti e mai indietro”.

La sconfitta che ti ha dato di più in termini di esperienze e come reagisci in genere a una sconfitta?

“Ricordo nel agosto del 2015, pochi giorni dopo che avevo le protesi, volevo a tutti i costi tornare in montagna e molto inconsciamente tentai la conquista di una montagna vicino casa circa 2000mt, ricordavo che era molto facile, invece in quelle condizioni era veramente e estremamente difficile, quel giorno non riuscii a arrivare in vetta, ma sono stato costretto a una ritirata molto dolorosa e sofferta anche nei giorni seguenti. Da lì ho dovuto un attimo ridimensionare il tutto. Genericamente a una sconfitta, la tento e la tento più volte, non mi arrendo molto facilmente”.

Un consiglio per un giovane che volesse seguire la carriera sportiva a livello agonistico

“Seguire i propri sogni e passioni senza lasciarsi trasportare da persone estranee o mode. E come dico sempre, ormai il mio motto: La fatica è temporanea, la soddisfazione però è per sempre!”

Come vedi la situazione italiana rispetto all’accessibilità delle strutture sportive per gli atleti affetti da disabilità motorie?

“C’è ancora molto da fare. Personalmente con le protesi riesco a ovviare molti problemi, ma non è sempre semplice. A volte piccolezze potrebbero cambiare di molto, e semplificare. Ma purtroppo non è cosi.”

La persona che ti ha dato di più in termine di ispirazione?

“Non ho un modello da seguire, o che abbia seguito. Le mie passioni e sfide sono sempre nate da me stesso”.

Puoi dedicarti a un solo progetto: quale sarebbe e perchè?

Nel 2019 posso confermare che mi sto dedicando a pieno nel mio progetto Everest! La cosa mi stimola moltissimo e non vedo l’ora di salire. Una grande sfida personale, non so spiegare il reale motivo, ma forse perché voglio proprio dimostrare a me stesso che posso andare oltre. Voglio affrontare la sfida senza agevolazioni e/o aiuti voglio che sia una cosa come poteva essere come quando ero tutto intero. Per me è grande segno di libertà e rivincita contro il destino, o il “batterio” che voleva fermarmi, ma non ci è riuscito”.

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