Anoressia: l'inferno e la rinascita di Nicole, Maruska, Sara e Giulia

Disturbi alimentari, l'inferno dell'anoressia. Quattro giovani donne ci raccontano la loro battaglia. Qualcuna era solo una ragazzina quando ha incontrato per la prima volta il mostro.

19' di lettura

Ossessione della bilancia, controllo maniacale della perdita di chili, sensazione di onnipotenza. Sentirsi invincibili e fragili allo stesso tempo. In altre parole, anoressia. Certo, non si può ridurre un concetto così complesso a una serie di semplici definizioni. Ebbene, in questo dossier discuteremo ampiamente della questione. Partiremo da testimonianze di vita. Ascolteremo Nicole, Maruska, Sara e Giulia. Quattro storie completamente diverse. Eppure, così tanto simili. Andremo poi a fondo della tematica parlando di anoressia legata al mondo dei social, con i dati statistici del fenomeno e l’intervista a Flavio Cannistrà, psicologo e psicoterapeuta che ci farà il punto della situazione.

Nicole e l’anoressia

La prima raccontare la sua storia di anoressia è stata Nicole Pierangeli, ventenne di Genova.

“Ho iniziato a soffrire di anoressia nell’ottobre del 2016 – inizia la ragazza -. A settembre di quell’anno mi trasferii a Livorno per studiare danza. Ero al settimo cielo. Ma qualche mese prima della partenza, ho incontrato la persona che mi ha cambiato la vita: Ivano, il mio fidanzato. Dopo quell’incontro non ero più convinta di andare. Però mi sono fatta forza e sono partita per Livorno.

Nicole Pierangeli

Gli orari tra scuola e danza erano pesantissimi. Scuola dalle 8 alle 13 e danza dalle 14.30 alle 22 di sera. Dovevo pranzare a scuola ma mi rimaneva tutto sullo stomaco: mangiavo in cinque minuti, durante la ricreazione. È stato così che ho iniziato a diminuire le dosi. Sempre di più, fino a mangiare soltanto una cucchiaiata e il resto lo buttavo di nascosto. La sera, quando finivo la lezione di danza, mangiavo una mozzarella o una forchettata di spinaci.

Un giorno andai in bagno. Vidi la bilancia sotto il lavandino. Ecco, lì è iniziata la mia fine. Quall’aggeggio, la bilancia, era diventata un’ossessione. Iniziai a pesarmi in maniera maniacale. Perdevo visibilmente peso in poco tempo. Ero triste. Mi mancava la mia famiglia e Ivano. Volevo tornare a Genova per stare con loro. Quando sono ritornata, pensavo di poter star meglio. Eppure, non è stato così. La malattia mi ha prosciugata fino all’osso.

Il cibo come nemico

Non sono mai entrata in una chat pro ana (chat dove si incitano ragazze a smettere completamente di mangiare adottando uno stile di vita malsano). Mi è capitato però di visitare un blog. Qui c’erano scritte cose assurde, come “Il cibo è tuo nemico, bisogna utilizzare dei metodi per eliminarlo”. Oppure: “Bisogna mangiare al massimo 500 calorie”. O, “Bisogna camminare per almeno 20mila passi al giorno”. Tutte frasi scritte per convincere le ragazze a perdere tanto peso in pochissimo tempo. Sono rimasta scioccata quando ho letto quelle frasi. Per mia fortuna ero gia in fase di guarigione. Altrimenti ci sarei ricaduta, e con ripercussioni gravissime.

Il 15 agosto 2017 – continua Nicole – è stato il giorno in cui mi sono realmente resa conto di come mi stavo riducendo. Ero in campagna con Ivano e stavo facendo una crostata. All’improvviso ho sentito che stavo per svenire. Sentivo un male incredibile. Se fossi svenuta – immaginavo -, non sarei stata più capace di tirarmi su. In quel momento mi è passata davanti tutta la vita. Mi sono accorta di quello che stavo facendo, a me stessa, alla mia famiglia e a Ivano. Stavo per lasciarli. Questo pensiero è stato la mia chiave di svolta. Si, da quel momento lì, volevo soltanto rinascere. Per me stessa, per stare bene. Per essere bella agli occhi del mio fidanzato che non mi ha mai lasciata, nemmeno per un momento. Un giorno gli dissi di non stare con me, di cercarsi un’altra ragazza. Non volevo che soffrisse, ma lui mi ha risposto: “Preferisco soffrire per te che essere felice con qualcun’altra”.

Disturbi alimentari

Questa sua dimostrazione di amore mi ha dato la motivazione e la forza di guarire. In particolare, ho vinto questa malattia bastarda grazie all’aiuto delle dottoresse del Centro Disturbi Alimentari di Genova Quarto, al supporto della mia famiglia e di Ivano. Ma anche grazie a tanto coraggio e tanta determinazione. Mi sono posta tanti piccoli obiettivi, che giorno per giorno mi impegnano a superare. E, alla fine, sono guarita. Al 100 per cento. Posso dirlo: sono rinata.

La Nicole di oggi è una persona in parte diversa da quella di prima. Adesso apprezzo molto di più la vita. Mi godo ogni attimo. Mi sono resa conto che non sono un numero sulla bilancia. Non è quel chilo in più che mi rende più brutta. Anzi, mi rende più bella e in salute. Prendo le cose con calma e vivo per inseguire il mio sogno: avere una famiglia tutta mia ed essere una mamma. Da poco ho preso casa e sono pronta a vivere tutto quello che la vita ha da offrirmi”, conclude la ventenne.

Maruska, malata di anoressia a 12 anni

Maruska Albertazzi ha 43 anni, vive a Roma ed è una sceneggiatrice e autrice televisiva. Da ragazzina ha iniziato a soffrire di anoressia. Ci racconta la sua storia. “Mi sono ammalata di anoressia a 12 anni, dopo un’estate passata a mangiare per noia, solitudine e tristezza. Avevo preso qualche chilo. Non sono mai stata una bambina “grassa”. Ricordo però che guardavo con un misto di curiosità e ammirazione un’amica più grande di me che mangiava tantissimo e rimaneva molto magra. Mi sarebbe piaciuto essere come lei. A casa si dava grande importanza all’aspetto fisico. All’essere attraente e in forma. Quello stesso anno, subii una molestia da parte di un amico di famiglia. Non ebbi il coraggio di confessare, se non molti anni dopo. Credo che quello fu il fattore scatenante. Incominciai così a controllare tutto. Contavo le calorie e stavo bene solo se sentivo costantemente fame. Una fame che non volevo soddisfare. Una fame che mi faceva sentire sbagliata, debole e inconsistente.

Maruska Albertazzi

Nella mia mente, se fossi riuscita a controllare quella fame, tutto sarebbe andato bene. Era la dimostrazione che ero forte, invincibile. Erano gli anni ’90 e vissi la mia malattia in totale solitudine, spalleggiata solo da un’amica a cui tenevo molto e che apprezzava la mia magrezza. Mi diceva che ero molto più bella così. Che così avrei avuto tutto ciò che volevo dalla vita.

“Peccato sia malata”

Ricordo in particolare un episodio, avevo 13 anni. E avevo raggiunto il mio peso più basso. Non avevo il ciclo mestruale da più di sei mesi. Mi cadevano i capelli. Ero a Positano in vacanza con mia madre e stavo rientrando dal mare. Passai davanti a un gruppo di ragazzi e mi cadde la borsa del mare. Mi fermai a raccoglierla. Così sentii che quei ragazzi stavano parlavando di me. Dicevano: “Hai visto che bella quella ragazzina? Peccato che sia malata. Secondo te che cos’ha?” E uno rispose: “Secondo me ha il cancro”. Una pugnalata. Già, quella frase mi arrivò come una pugnalata.

Scappai via e mi fermai davanti alla vetrina di un negozio. Indossavo una gonna a balze verde smeraldo e una maglietta bianca. Il vetro davanti a me rimandava l’immagine di due gambe magrissime. Due stuzzicadenti che sbucavano da una gonna enorme. Quella gonna sembrava spropositata, gigantesca. E io, lì dentro, ero minuscola. In quel momento provai una grande pena per quella ragazza riflessa nello specchio. Una ragazza che vedevo, davvero, per la prima volta. Scoppiai a piangere. Decisi che dovevo guarire. La mia consapevolezza è stata la mia salvezza.

DCA: disturbi del comportamento alimentare

Tuttavia, il mio più grande errore fu pensare che avrei potuto fare da sola. Al massimo, con l’aiuto di un dietologo. E così fu. Mi feci aiutare da un dietologo, d’accordo con mia mamma. Ma non iniziai nessuna terapia psicologica. Il peso tornò normale. Eppure, io non ero guarita. Spostai l’attenzione dal peso alle malattie e diventai ipocondriaca. Il mio cervello continuava a girare a vuoto. Solo che non lo faceva più attorno al cibo.

Ho continuato a sostituire ossessioni alle ossessioni per anni, con piccole ricadute nell’anoressia o nelle abbuffate. Fino a quando non ho incontrato una psicoterapeuta che mi ha cambiato la vita. Grazie a lei, sono finalmente riuscita a trovare il nodo del mio malessere e ho appreso gli strumenti per gestirlo e combatterne i sintomi. Oggi, parte della mia rinascita consiste nell’aiutare ragazze e donne come me che combattono questi mostri invisibili e terrificanti: i DCA (Distrubi del comportamento alimentare).

Su questi temi è stato realizzato il documentario Hangry Butterflies. Nasce da una storia. La storia di un gruppo di ragazze che utilizzano Instagram per creare una rete di supporto per guarire dai DCA. Non è un documentario nel senso stretto del termine. Più che altro, si tratta di una storia di amicizia e sorellanza. Una storia tutta al femminile: un gruppo di giovani donne che, partendo da un disagio profondo e da condizioni svantaggiate, si uniscono per stare meglio. E per far stare meglio gli altri.

Anoressia, una malattia mentale. Non un capriccio

Attraverso le storie delle ragazze, molto diverse fra loro, si mostra come i DCA siano diversi dalla rappresentazione che se ne dà dai media e diversi dall’idea che ne ha la maggior parte delle persone, incluse le ragazze che ne soffrono. Dunque, Hangry Butterflies ha lo lo scopo di informare. Ma soprattutto di far riflettere tutte le adolescenti sul loro rapporto col cibo, il corpo e la rappresentazione del corpo. Il documentario avrà un percorso festivaliero. Ed è stato pensato per essere portato nelle scuole.

Alle ragazze che soffrono di anoressia dico ogni giorno molte cose. Che l’anoressia è una malattia mentale e non un capriccio. Che la malattia non ce la scegliamo, accade. Che non basta la buona volontà per guarire. Servono bravi medici e sanitari che lavorino in team. Che non esiste un “abbastanza malata” per chiedere aiuto e che non è anoressica solo chi pesa 30 chili. Ma, soprattutto che sono solo loro ad avere in mano la loro vita e la possibilità di guarire. Nessuno “ruberà” loro l’anoressia a cui sono tanto legate e che non vogliono lasciare andare. Solo loro possono decidere di guarire sul serio – dice Maruska -. E, per farlo, devono decidersi a chiedere aiuto e ad usarlo, quell’aiuto. Si, di anoressia si muore. Ma si rinasce anche”.

Sara, dal fondo dell’abisso alla rinascita

Questa invece è la storia di Sara Franz, giovane studentessa di Genova che ha raccontato la sua anoressia sui social. Il post della ragazza è il seguente: “37kg-56kg. 2016-2019. Tre anni per arrivare a dove sono oggi: 19 kg dove ogni chilo preso ne pesava come 10. Sette anni di malattia dove l’anoressia si è presa tutto. Ha distrutto la mia famiglia, il mio sorriso. La mia vita. Due ricoveri in clinica. Poi, un ricovero d’urgenza in ospedale a luglio 2017. Da lì la rinascita.

Sara Franz

Devi toccare il fondo prima di rialzarti. Ma devi ricordarti anche che nessuno si salva da solo.

Ho dovuto camminare sul sottile filo che si tende tra la vita e la morte per capire che dovevo reagire. Che la strada dove mi stava portando l’anoressia non era la strada giusta.

Studio medicina e ho studiato i danni che provoca a cuore, reni, fegato, ossa e cervello. Forse anche questa è stata un po’ la mia salvezza.

Perché l’anoressia è una delle malattie più subdole che io conosca. Si insinua dentro di te e diventa la tua migliore amica. Ti fa sentire invincibile, onnipotente. Gli psicologi, psicoterapeuti e nutrizionisti possono dirti quello che vuoi. Ma se il volerne uscire non parte da te , non ne uscirai mai.

Dopo tre anni non posso dire di essere guarita. Perché l’anoressia non é una malattia da cui si guarisce.

Continuo a vedermi grassa

Continuo a vedermi grassa. A pensare di avere le cosce grosse, i fianchi larghi, la pancia e la cellulite. Continuo ad avere cibi fobici e mille fisime riguardo al mio aspetto. Impari solo a gestirla, a tenere a bada quella voce dentro di te. Perché la verità è che un po’ mi manca quel fisico, mi manca il sentirmi invincibile.

Però posso dire che ho vinto. Perché ho nuovamente il sorriso sul viso e gli occhi pieni di vita.

Perché la Vita è una sola e dobbiamo viverla a pieno sino all’ultimo attimo.

Quindi vi prego non esitate a parlarne. Ammettere di avere un problema è il primo passo verso la rinascita. E fidatevi. Fidatevi se vi dico che non esiste cosa più bella della vita”, scrive Sara.

Giulia, anoressia e perdita di controllo

L’ultima a raccontare la propria testimonianza è Giulia Pezzullo, ventottenne di Refrontolo (TV). “Nalla vita di tutti i giorni lavoro come commessa in un negozio di abbigliamento. Nel tempo libero, invece, mi occupo di educazione cinofila. È la mia passione.

Ho iniziato ad ammalarmi di anoressia quando avevo 20 anni. Era un periodo delicato della mia vita. Sentivo di perdere il controllo in tutto. Dal lavoro ale relazioni – già, mi stavo innamorando per la prima volta – e, in generale, ero confusa. Mi chiedevo sempre “chi voglio essere”, l’interrogativo che attanaglia un po’ chiunque.

Giulia Pezzullo

La perdita del controllo è stato per me il fattore scatenante. Non riuscendo a tenere sotto controllo il tutto, ho iniziato a perdere il controllo su ciò con cui abbiamo a che fare ogni giorno: il cibo.

È iniziato tutto in maniera inconscia, con palestra e dieta. Dopodiché, il pensiero si è tramutato in ossessione.

In pochi mesi avevo raggiunto un peso che metteva gravemente a rischio la mia vita.

Il pensare continuamente a come gestire il cibo non mi permetteva di pensare ad altro. Altro in cui mi sentivo vulnerabile, indifesa. Sembrerà strano ma, paradossalmente, la malattia mi faceva sentire al riparo.

Sono stata ricoverata d’urgenza in medicina generale e poi è iniziato il periodo di cura. Sono stata in due strutture dove ero seguito da una psicoterapeuta, dietista e psichiatra. Il percorso di cura è lungo e travagliato. È fatto di ricadute, paure e di scavo interiore. Il rifiuto del cibo è solo un sintomo. Un modo di comunicare sofferenza.

Disturbi alimentari: salvata (anche) dalla scrittura

Nel frattempo ho aperto un blog, grazie al mio compagno di allora. La scrittura mi ha aiutata molto nel leggermi dentro. Scrivere è stato per me come una sorta di dialogo con la mia persona. Tramite questa scrittura intima sono riuscita a spiegare qualcosa di più sui disturbi alimentari, perché ancora oggi sono diffusi luoghi comuni legati a canoni di bellezza.

Non c’è un momento preciso nel quale comprendi che vuoi guarire – dice Giulia -. Succede semplicemente che, ricomponendo tramite la psicoterapia i puzzle della tua persona, inizi a vedere una figura di te stessa che va oltre la malattia. Malattia nella quale fino a prima ti eri immedesimata talmente tanto da credere che fosse lei stessa ciò che ti rappresentava. Inizi mettendola a tacere. E la voce della tua essenza si fa sempre più forte.

La Giulia di oggi è consapevole di ciò che porta nel suo bagaglio e cerca di utilizzarlo al meglio per il suo benessere. Chi soffre di disturbi dell’alimentazione è solitamente molto carente di autostima. L’esserne uscita mi ha sicuramente fatto acquisire più forza e senso di protezione verso la mia personale serenità”.

Anoressia social

Sull’anoressia un ruolo decisivo lo occupano i social. Instagram, in particolare, è dominato da influencer o pseudotali. Persone con migliaia di follower che vengono spesso prese da esempio o come modelli da imitare, a cui assomigliare a qualsiasi costo. Tanti gli esperti che hanno dichiarato l’amplificazione che i social possono dare alla malattia. E a caderci non sono solo i follower, ma talvolta gli stessi influencer. Il non essere mai abbastanza per chi ti segue e commenta le tue foto. Magari più sei bella e magra e più persone iniziano a seguirti e a metterti like. E così si inizia a sprofondare nel baratro. Questo è un po’ quello che è successo alla nota influencer Valentina Dallari, nota per aver partecipato come tronista a “Uomini e Donne”, il programma pomeridiano di Maria De Filippi.

Valentina Dallari

L’influencer ha ammesso di aver iniziato nel 2018 le cure per guarire dalla sua anoressia. In una lunga intervista a Le Iene, Valentina ha raccontato come è diventata anoressica.”Seguivo Chiara Ferragni. Ma la blogger che più amavo in assoluto era Chiara Biasi. Vedevo quelle sue spalle spigolose e le ossa sporgenti. Avrei ammazzato per avere quel fisico. Volevo essere proprio come lei. Volevo dare ai miei follower il suo fisico. Pensavo: più sarò magra e più mi apprezzeranno. Pensavo che se fossi dimagrita, più brand mi avrebbero contattata. Pensavo che sarei stata più giusta”. Inoltre, la Dallari ha riportato la sua storia nel libro “Non mi sono mai piaciuta”, in cui parla della sua battaglia contro la malattia.

Disturbi alimentari: i dati statistici

Ebbene, dai social passiamo ai dati reali. Secondo quanto riportato dal sito salute.gov.it, i disturbi dell’alimentazione sono più frequenti nella popolazione femminile che in quella maschile. Negli studi condotti su popolazioni cliniche, gli uomini rappresentano il 5-10 per cento di tutti i casi di anoressia nervosa, mentre il 10-15 per cento dei casi di bulimia nervosa. Inoltre, c’è stato un progressivo abbassamento dell’età di insorgenza. Sono sempre più frequenti diagnosi prima del menarca, fino a casi di bambine di 8-9 anni.

L’incidenza dell’anoressia nervosa è di almeno 8-9 nuovi casi per 100mila persone in un anno tra le donne. Per gli uomini è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi.

Riguardo la bulimia nervosa, invece, ogni anno si registrano dodici nuovi casi per 100mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi per 100mila persone in un anno tra gli uomini.

Nell’anoressia nervosa, il tasso di remissione è del 20-30 per cento dopo 2-4 anni dall’esordio. Poi, 70-80 per cento dopo otto o più anni. Nel 10-20 per cento dei casi si sviluppa una condizione cronica che persiste per l’intera vita.

Disturbi alimentari: Flavio Cannistrà

A tal proposito, a farci chiarezza e spiegarci da un punto di vista psicologico l’anoressia è stato Flavio Cannistrà, uno psicologo psicoterapeuta, nonché co-Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapie Brevi Sistemico-Strategiche e referente italiano per la Terapia a Seduta Singola. In generale, il Dottore Cannistrà studia e fa ricerca nelle Terapie Brevi, approcci di psicoterapia che aiutano le persone a stare bene in pochi incontri.

Flavio Cannistrà

“Innanzitutto – inizia Cannistrà – quando parliamo di anoressia, andando al di là delle definizioni psicopatologiche tradizionali, stiamo parlando di una persona che percepisce il proprio corpo come inadeguato. Soprattutto dal punto di vista del peso e della forma. È importante sottolineare la parola “percepisce”. Questo perché la persona vede se stessa fisicamente inadeguata a tutti gli effetti.

E’ una cosa che possiamo sperimentare tutti. Ma nel suo caso è talmente forte da indurla a seguire un regime alimentare di intesa, se non estrema restrizione. Perdendo peso fino a rischiare di morire.

Il controllo e la percezione di un corpo inadeguato

Alcuni studi sottolineano che il fenomeno è in aumento. Altri dicono che è relativamente costante. Diciamo che nella popolazione generale circa una/due persone su duecento soffre di questo disturbo. E’ un dato non trascurabile: 5-10 di loro moriranno, e molte vivranno una vita che via via si costellerà di acuti dolori fisici e degradanti condizioni organiche.

Spesso il fattore scatenante, il là che dà il via al problema – continua – è una dieta. Naturalmente questo non vuol dire che la dieta è la causa dell’anoressia. Semplicemente, immaginiamo una ragazza (dico “ragazza” perché l’esordio è spesso in adolescenza e l’età media di insorgenza sta diminuendo; mentre nel 10% dei casi è un maschio) che vive un periodo emotivamente difficile, magari con già una bassa autostima e una percezione di sé e del proprio corpo non proprio idilliaca. Potrebbe iniziare una dieta e scoprire che le riesce bene. E che il senso di controllo che ha su di sé e sul proprio corpo le piace. Così continua in quella direzione e la percezione di sé come competente viene rafforzata dai risultati raggiunti, tanto che il controllo del peso si associa a un sempre maggiore controllo emotivo. Certo, questa è una semplificazione. Ci sono tante sfaccettature, ma penso possa dare un’idea generale.

Preciso che preferisco parlare di Anna, di Michela o Matteo, piuttosto che della “persona anoressica” – speiga lo psicologo -. Ognuno ha una sua personalità e un suo modo unico di essere e di vivere il problema. Ci sono però delle ridondanze nel rapporto con se stessi, che tendiamo a notare e a identificare come tratti distintivi della categoria “anoressia”. Come, ad esempio, la percezione di un corpo inadeguato e, spesso, di un’inadeguatezza emotiva. Le emozioni vengono messe sotto un tappeto molto pesante e il controllo del cibo dà la sensazione di controllarle. Dunque, il controllo diventa un tratto raffinato della propria personalità. Non è raro che siano persone brillanti, preparate o eccellenti nel lavoro.

Il rapporto con la famiglia

Con la famiglia il rapporto può essere conflittuale. Al di là di eventuali spiegazioni causali, è facile immaginare che la famiglia di una figlia che mangia pochissimo e dimagrisce a vista d’occhio, tenderà a mettere in atto una serie di comportamenti di aiuto. Comportamenti che però vengono spesso vissuti dalla figlia come indesiderati. Generalmente, è la famiglia a portare il figlio dallo psicologo. Di rado questa è una sua iniziativa. A volte i problemi nella famiglia ci sono anche da prima e sono un terreno fertile in cui potrebbe nascere il comportamento anoressico.

Paradossalmente, la famiglia dovrebbe innanzitutto evitare quei comportamenti di aiuto – ovviamente non deve lasciar morire la figlia -, se si rende conto che in realtà non fanno che produrre delle reazioni oppositive. E sicuramente bisogna chiedere il supporto di uno psicologo, perché è un problema spesso complesso e affrontarlo con l’amore e il calore familiare non è quasi mai sufficiente.

L’importanza dell’educazione alimentare

Una corretta e non ossessiva educazione alimentare è un buon punto di inizio per prevenire l’anoressia. A volte anche il rapporto che i genitori hanno con il cibo può contribuire a un esordio anoressico. Pensiamo, per esempio, se il cibo viene fatto vivere come compensazione di uno stato emotivo carente.

Anche l’ipercontrollo deve essere attenuato. I ragazzi hanno bisogno di sviluppare la sensazione di essere capaci di sbagliare, cadere e rialzarsi con le proprie forze. E non con un genitore onnipresente, sempre pronto a spazzare via i sassolini di fronte ai piedi del figlio o a tirarlo su per un braccio quando -com’è normale che sia- inciampa a causa degli sgambetti della vita.

Il genitore deve saper “esserci” -soprattutto emotivamente- senza esserci “sempre”, in particolare materialmente. Certamente, un atteggiamento più o meno esplicitamente svalutante verso la figlia, in particolare nei confronti del corpo e della sua estetica, dev’essere messo al bando. Non aiuta mai. Crea soltanto danni. Sempre.

Il metodo più efficace per affrontare e sconfiggere l’anoressia è la psicoterapia, in particolare le forme di Terapia Breve. Consistono nell’aiutare la persona a identificare le proprie risorse e a metterle al servizio della risoluzione del problema, con domande rivolte a ciò che le può essere di aiuto e strategie per cominciare a star meglio nella propria vita”, conclude Flavio Cannistrà.

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