Asocial network, su Facebook un’umanità distratta e frettolosa

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Su Facebook ho più di 4.000 amici. 4.000 persone sono tante, gli abitanti di un paese. Quando nella vita reale accade di incontrarsi l’imbarazzo è grande, perché si fatica a riconoscersi, o perché ci si aspettava qualcun altro. Su Facebook ho imparato presto che, in linea di massima le foto vincono sui testi, le banalità sulle notizie interessanti, le gare a pelo d’acqua sulle calate speleologiche. Di fatto, un social è un ritratto fedele dell’umanità che, se resta interessante per la sua varietà, è oggi soprattutto un’umanità distratta e frettolosa.

Maschere sui social

Un caleidoscopio di maschere

Tra una curiosità fugace e l’indifferenza, il mondo degli uomini è un caleidoscopio di maschere, dove a volte si è uno (più spesso nessuno) attraverso centomila. Ciononostante, mi accorgo pure di quante cose positive succedono in giro, non inferiori per qualità e numero a quelle che ogni giorno alimentano il mio disappunto. Molti trovano Facebook caotico e pieno di idiozie.

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Ma il problema è sempre nella gestione dei mezzi. A me Facebook, come il web in generale, fa venire in mente Funes, il personaggio di un racconto di Borges, dotato di una memoria prodigiosa per la quale ricordava ogni cosa vista, sentita o vissuta dalla nascita; una memoria non selettiva, che faceva di Funes un perfetto idiota inadatto alla vita. Il problema non è disporre di una quantità di nozioni e strumenti, ma delle cognizioni critiche necessarie a discernere e a utilizzarli; insomma, a farli funzionare.

Selfie sui social, anche Facebook

Questa è la verità del mondo

Mi sono iscritta su FB nel 2009, quasi costretta dai miei amici, che mi consigliarono di esserci per far conoscere il mio lavoro ad un pubblico più vasto. Dopo molte esitazioni mi iscrissi. Attraverso Facebook, ho conosciuto siti e portali d’informazione, blog di letteratura e di cultura artistica. Ho trovato persone interessanti, ho avuto modo di far conoscere il mio lavoro a tanti che mi ignoravano, e per la stessa via ho conosciuto quello di persone che oggi seguo e stimo.

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Mi sono pure concessa qualche vanità, imparando a tollerare per par condicio pure quelle degli altri. Facebook mi ha aiutata a leggere qualcosa di valido quando avevo finito i libri, ingannando attese impreviste. Naturalmente, esiste per ciascuno di noi una quota di autoreferenzialità da cui nessuno si salva. Non mancano poi frivolezze, banalità, kitsch, sentimentalismi, bufale, fanatismi, crudeltà e luoghi comuni. Ma questa è la varietà del mondo.

Cose e persone sono bengala nel buio

Dalla foto del panzarotto appena sfornato al video che spiega la successione di Fibonacci, cose e persone sono bengala nel buio che lanciano ponti, nella speranza di essere meno soli. D’altra parte, tutta la filosofia, l’arte e le religioni nascono da questo bisogno di consolazione. Facebook ne è solo la versione low cost, o se preferiamo, il precipitato pop di più complicate questioni socioculturali. Non serve un social per capire che l’imperativo categorico di ognuno è il proprio ego; priapico, avido, onnipresente; un social semmai serve a confermarlo. Poi certo ciascuno lo gestisce con maggiore o minore buon gusto. Ci offriamo al mondo pieni di fiducia e privi di pudore, come chi va nudo all’appuntamento con uno sconosciuto sperando in un atto d’amore. Ma qui c’è spazio soprattutto per forme più o meno dissimulate di stupro: il commento impietoso, la battuta fuori luogo, lo scherno, il fastidio, l’invidia. Anche forme accanite di plauso sono a volte un modo non meno pericoloso di essere violenti.

Like su Facebook

I like come conteggio delle relazioni umane

Nella vita reale, personalmente non conosco più di quindici persone, e ne frequento ancora meno. Su Facebook, il bilancio delle relazioni umane avviene attraverso il conteggio dei like dati e ricevuti, contabilizzati in una sorta di registro quotidiano delle uscite e delle entrate. Non si vive senza un io c’ero e non si parla che di sé, in un onanismo che lascia infine sempre insoddisfatti.

Diceva bene Nausifane: “La non esistenza delle cose che sembrano esistere non è meno probabile della loro esistenza”. È il segno di un tempo storico che invita al chiuso delle proprie mura; tempo storico infelice, che penetra negli spazi più intimi tra gli uomini, rendendo frettolosi gli incontri, deboli le strette di mano, claudicante l’amore. Le grandi passioni collettive si archiviano presto alla voce ‘Chimere giovanili’. Eppure, qui come altrove il bello esiste, ed è un bello fatto di gratitudine, di condivisione, a volte di tenerezza e di grazia. Non bisogna disperare: un andare insieme possibile esiste sempre, anche dove non si vedono strade.

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