Avellino, bimbo ucciso. L’addio a Diego. Il prete: non giudicate sua madre

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“Essere intorno a questo piccolo corpo è un dolore straziante e un’occasione di riflessione. Ma nessuno è qui per giudicare”. Le parole del parroco, Gianluca Manganelli, riempono la chiesa di Santa Maria delle Grazie (Avellino), quasi vuota. Non più di quaranta quarantacinque persone a dare l’ultimo saluto al piccolo Diego Fasulo, il bambino di quattro mesi ucciso dalla mamma a bastonate dopo che la donna lo aveva lanciato da un burrone, lungo la Telesina nel comune di Solopaca (Benevento).

Ucciso dalla madre: addio al piccolo Diego Fasulo

Alle 15.30, di fronte alla chiesa, c’è un piccolo gruppo di persone. La comunità sordomuta che frequentava la coppia (anche il papà e la mamma del neonato sono sordomuti) e ha voluto essere qui per accompagnare il piccolo Diego, nel suo ultimo viaggio. Noi giornalisti siamo dall’altra parte della strada, ma sembra che a dividerci ci sia un fossato ampio chilometri. Un muro, che si è sbriciolato per la circostanza drammatica, ma che di solito è piazzato fra noi e un pezzo di umanità che ci vive accanto, ma della quale non ci accorgiamo. Comunica con gesti, occhiate, carezze fugaci, che ora assumono una forza espressiva maggiore, moltiplicata dalla condivisione del dolore.

Disagio, non certo rabbia, ma fastidio per l’intimità violata di una famiglia e di una comunità, che poi è una seconda famiglia. Per carità, nessuno si avvicina o chiede in modo esplicito di allontanarci. Ma la percezione, magari tutta nostra, è che i telefoni, le telecamere, ma anche il nostro banale stare lì a condividere un’attesa da estranei, siano di troppo. E allora il tempo si dilata, sembra interminabile. Sotto un sole caldo, tipicamente estivo, mentre questa mattina la giornata sembrava ammiccasse all’autunno.

Avellino, bara bianca e lacrime per l’addio al piccolo Diego

Il rombo di una motocicletta frantuma un silenzio quasi irreale. Sono le 16.00, quando nel cortile di cemento arriva il carro funebre che procede a passo d’uomo. Si ferma esattamente davanti all’ingresso della Chiesa. Dal retro, viene tirata fuori con delicatezza, quasi si temesse di fargli male, la bara bianca. Due braccia muscolose sembrano volerla celare agli occhi indiscreti del mondo.

Dopo che tanti, troppi occhi, hanno posato la loro attenzione su tre vite distrutte per sempre. Quella della madre, che dopo il tragico gesto, si è chiusa in un silenzio impenetrabile. E quella del padre del neonato, Antonello, che ha visto strapparsi via un figlio e, quindi, la vita. Diego, la vita, non ha avuto il tempo di conoscerla.

“E’ difficile trovare un senso – dice il parroco, mentre un’interprete dei segni, col volto distrutto dal dolore, riporta le sue parole – eppure proprio Gesù risorto può essere la chiave. Aiutarci a ricordare che dopo la morte c’è sempre una rinascita. Oggi noi non preghiamo per questo piccolo angelo, ma lasciamo che sia lui, con il suo cuore candido, a intercedere per noi. Per questo mondo spesso crudele che ha bisogno di essere salvato”.

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