Avellino Calcio – Quel vergognoso attacco del presidente al giornalista

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Corsi e ricorsi storici – verrebbe da dire – se si volesse citare il filosofo Giambattista Vico per spiegare quello che sta accadendo all’Avellino Calcio. Anche se, più della filosofia, è necessaria la psicanalisi per interpretare la schizofrenia alla base di quello che si annuncia come il suicidio perfetto. Studiato, magistralmente preparato e ora quasi cinicamente messo in atto.

Suicidio annunciato

Dalla decisione di Sidigas di non vendere Scandone e Avellino Calcio, quanto la società era stata investita dall’inchiesta giudiziaria, al tentativo di provare a mettere su una squadra di calcio degna di questo nome, sforando il budget previsto. Senza trovare uno straccio di sponsor. Con una società che – come ammesso dallo stesso Mauriello nella conferenza di oggi – non è vista di buon occhio in certi ambienti. Quelli con i quali interfacciarsi per ottenere proprio l’agognata fideiussione. Mentre la Scandone, squadra di basket della città di Avellino, ha visto privarsi prima della massima serie dopo diciannove anni e ora è a un passo dal baratro. Rischia anche la serie B.

Con Taccone un anno fa…

Dicevamo, corsi e ricorsi storici. Quello che è successo oggi in conferenza stampa è così simile a quello che accadeva un anno fa con Walter Taccone. L’allora presidente dell’Avellino Calcio aveva bollato come “stronzata” la questione Covisoc. Una formalità la presentazione della fideiussione per garantire la serie B all’Us. Avellino. Ma poi è finita diversamente. Con la squadra biancoverde precipitata in serie D.

Oggi si torna a parlare di una fideiussione e non di calcio giocato. Un documento fondamentale per sbloccare il mercato della squadra e le posizioni di alcuni giocatori che non possono essere utilizzati da Ignoffo.

Ma le analogie non finiscono qui. Con Taccone c’era stato un feroce scontro con un giornalista (Michelangelo Freda). Apostrofato come inopportuno, durante la presentazione delle magliette per la nuova stagione, annunciata con la fanfara e alla presenza di una raggiante Anna Falchi (alla fine sarebbe stata l’unica a ridere). E sempre un giornalista, oggi pomeriggio, è stato immolato sull’altare dell’invettiva di un presidente, umanamente ferito nell’orgoglio, che ai chiarimenti ha preferito l’attacco personale utilizzando, però, una pistola caricata a salve. La polvere era bagnata dall’incompletezza di quelle dichiarazioni.

Mauriello ha parlato di un assegno sottoscritto per evitare ammende e penalizzazioni alla squadra. Il giornalista, Massimo Ieppariello, ha giustamente chiesto di fare chiarezza.

“Presidente, di che assegno parliamo? Ci spieghi”.

Ed è allora che Mauriello è andato su tutte le furie. “Lei è un procuratore federale? Non sono tenuto a rispondere”.

Questo il goffo tentativo con in quale il presidente biancoverde ha tentato di risalire la china nella quale stava precipitando. Perché, se è vero che nessuno è obbligato a rispondere a domande che ritiene offensive o inopportune, è altrettanto vero che chi lo ascolta, soprattutto quando ricopre un ruolo delicato come quello di giornalista, non può passivamente accettare una non risposta. Perché, proprio una non risposta, è quella dietro la quale Mauriello si è trincerato.

Cosa gli impedisce di parlare di quell’assegno che come una medaglia è venuto, oggi pomeriggio, a mettersi sul petto? Quale rischio l’Avellino ha scampato? Perché la gente non può sapere?.

Fideiussione: silenzi inaccettabili

Così come una non risposta è arrivata sulla fideiussione. Quel “sono ottimista”, ribadito così tante altre volte nelle scorse settimane, non può bastare. Con prospettive così tetre davanti. Una squadra inadeguata per affrontare un campionato lungo e complesso come la serie C. E con i primi due ostacoli, che riguardano l’aspetto giudiziario, che dovranno essere affrontati fra qualche giorno. Si tratta dei ricorsi contro i sequestri a Gianandrea De Cesare e la società Sidigas.

Eppure, nonostante simili premesse, oggi Mauriello è venuto a puntare il dito, a cercare “quelli che remano contro”. Utilizzando dichiarazioni che hanno fatto anche una certa compassione. Una su tutte.

“Venti giorni fa – ha detto – non avevamo una squadra. Oggi invece, la squadra c’è e io ci credo. E’ fatta di uomini prima che giocatori”. Anche questa è una mezza verità. E non c’entra la capacità tecnica o i valori umani dei giocatori. Siamo certi che si tratti di professionisti e siamo consci dei salti mortali ai quali è stato costretto Di Somma per mettere insieme questo collettivo, viste le ristrettezze economiche. Ma il dato è oggettivo: quella messa su, non è una squadra. Tutt’al più una bozza con una struttura d’argilla. Perché nessuna squadra, degna di questo nome, dalla Serie A all’ultimo dei tornei dilettantistici, ha solo due attaccanti da poter schierare.

E allora, alla luce di queste considerazioni, il comportamento di Mauriello assume contorni ancora più grotteschi. Il suo attacco al collega Ieppariello un’uscita infelice. Una settimana fa ogni protesta o analisi impietosa contro la società sarebbe stata pretestuosa, alla luce di una partita delicata alle porte, ora tacere sarebbe altrettanto dannoso per l’ambiente. Per questo non possiamo farlo. Proprio per quei ricorsi storici che, come spettri, aleggiano sul presente e sul futuro prossimo dell’Avellino.

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