Avellino, bombe, spari nelle auto. Torna la nostra Gomorra

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C’è un pessimo clima in città. Non accadeva da tanto, forse venti anni. La bomba che ha fatto esplodere l’auto dell’imprenditore Sergio Galluccio, è un segnale chiaro. Un ordigno che poteva uccidere, bastavano pochi istanti. A confezionarlo mani esperte, sistemato all’interno dell’auto. Forse azionato con un telecomando. Roba da malavita organizzata. I minuti prima dell’esplosione ce li ha ricostruiti Galluccio e ha aggiunto: “Non ho paura, se hanno qualcosa da dire, sono qui. Non ho nemici”.

E come se non bastasse, tre auto parcheggiate a Contrada Sant’Eustachio crivellate di colpi. Colpi di pistola, forse. Un altro avvertimento. O qualcosa di peggio. Le vetture sono tutte riconducibili alla famiglia di Damiano Genovese. Che ha preferito non denunciare l’accaduto

Avellino, bomba e proiettili contro cinque auto:

C’è un clima pessimo in città. E non solo per quella bomba. Lo conferma l’attenzione estrema di carabinieri e polizia. Qualche relazione dell’antimafia. Il nervosismo suscitato dalla scoperta di un biglietto che annuncia per domani (25 settembre), l’esplosione di un ordigno in tribunale. Nello stesso giorno della sentenza per l’omicidio di Michele Tornatore, un processo che ha visto tra i coinvolti anche personaggi in odore di clan. Lo stesso olezzo s’è sentito nel corso delle indagini che hanno poi portato al dibattimento.

Bombe e proiettili ad Avellino: clima da clan Partenio

C’è un clima pessimo in città e la sensazione di essere tornati indietro di venti anni. A quella sanguinosa stagione a cavallo tra la fine degli anni ’90 e il 2000, quando da Summonte a Serino imperversava il clan Partenio, tra omicidi in serie, bombe, incendi, pestaggi, estorsioni diffuse e traffico di droga. La nostra Gomorra.

Sono tornate le minacce ai cronisti. Più o meno esplicite. Sussurrate da personaggi improbabili, professionisti di seconda fascia. O lasciate scivolare sulle moderne strade del social. Come venti anni fa. Come se il tempo si fosse fermato.

All’epoca un bel pezzo di città era convinta che mai e poi mai l’humus della camorra avrebbe attecchito ad Avellino, e che – come disse un parlamentare – “questa terra ha gli anticorpi necessari” per dire no al crimine organizzato. Ora sarebbe ancora più grave ignorare quei segnali. Continuare a raccontarsi la favoletta della diversità irpina. Quella verginità è persa da tanto tempo. Come tante altre verginità.

Gli anni successivi all‘implosione del clan Partenio, annientato dalle indagini, dagli arresti, dalle condanne, dai pentiti e dalle morti, violente o meno, sembravano aver portato il sereno. Anche i clan del Vallo, un tempo influenti sul capoluogo, hanno vissuto anni difficili. Ma adesso è tutto cambiato. Di nuovo. Lo ha ammesso più volte lo stesso procuratore Rosario Cantelmo. E questi anni li abbiamo sprecati. Sono passati inutilmente. Non c’è stata una risposta della società civile. Ma un assopimento generale, che ha lasciato crescere altre radici. Forse anche più inquietanti.

Clan di Quindici, fermento nel Vallo

I clan di Quindici si sono riarmati, c’è una nuova generazione di boss e di soldati. Ad Avellino quella pianta recisa venti anni fa non è mai stata del tutto estirpata. E’ cresciuta di nuovo e lentamente, in silenzio, in un limbo borderline, all’interno di quella zona grigia dove crimine e legalità si confondono. Una terra di mezzo dalla quale possono spuntare solo frutti avvelenati.

Ora siamo alle sensazioni. All’impressione – ma questa sì, condita dai fatti – che il livello di scontro tra criminali si sia alzato. Ma rispetto a venti anni fa molto è cambiato. E in quella terra di mezzo tutto si è inquinato. Il confine tra “buoni” e “cattivi” è diventato labile, quasi irriconoscibile. Non ci sarà mai una guerra violenta come quella di fine millennio in Irpinia. Ma potrebbe fare molte più vittime.

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