Avellino. Clan e aste giudiziarie. Se l’Ordine degli avvocati spara sulla stampa

Avellino. Risposta all'Ordine degli avvocati che, riferendosi al modo di raccontare l'indagine sul Nuovo Clan Partenio e le aste giudiziarie, attacca "certa stampa".

5' di lettura

Riteniamo sia necessaria una riflessione sulla posizione assunta dall’Ordine degli avvocati di Avellino rispetto all’indagine che riguarda il Nuovo Clan Partenio e le aste giudiziarie. Inchiesta che investe anche dei legali. Una riflessione necessaria in primo luogo nei confronti di quei lettori e, quindi, di cittadini che attraverso la stampa, citata più volte nel comunicato dell’Ordine, hanno appreso dell’inchiesta e poi della sua evoluzione. E, comprensibilmente, se ne sono interessati.

Perché proprio quell’indagine, secondo quanto ricostruito dall’Antimafia, dalla finanza di Napoli e dai carabinieri di Avellino, descrive la capacità di un’organizzazione criminale che utilizza metodi camorristici, nelle ipotesi di reato di questo si parla, di infiltrarsi in settori della società che si incrociano con la vita di ogni comunità. E della capacità di quella stessa organizzazione di avvalersi, nella commissione di alcuni reati, questo lo dicono sempre gli atti di indagine, di professionisti che operano in altri settori. Indagati fra i quali ci sono proprio degli avvocati e dei consulenti di banca.

“Sparare nel mucchio”

Dopo la doverosa premessa, che serve a inquadrare meglio questa riflessione, sempre nell’interesse di quei lettori che la stampa mira a servire e soddisfare, passiamo ad analizzare i passi nel documento dell’Ordine che a nostro avviso meritano riflessioni e quindi risposte. In quanto chi scrive appartiene alla categoria tirata in ballo nel comunicato.

Nella nota dell’ordine si parla di generalizzazioni, riferendosi al modo di raccontare l’indagine, che gettano ombre sul “ceto forense”. Poi, però, si punta il dito contro “certa stampa”. E quindi si finisce per macchiarsi di quella pigrizia di analisi e lettura critica che si vogliono stigmatizzare. E, sparando nel mucchio, si colpiscono e si screditano tutti quei professionisti che con fatica, rigore e mille altre difficoltà, si trovano ogni giorno a dover assolvere un ruolo di garanzia fondamentale per ogni ordinamento democratico.

Quasi a voler colpevolizzare, instillando pericolosi dubbi, chi racconta i fatti e non ciò che quei fatti, citati in atti giudiziari, descrivono. E si rinuncia, attraverso la generalizzazione, a dover dare un nome all’oggetto delle critiche, svuotando quella stesse analisi di consistenza ed efficacia. Una pistola caricata a salve, insomma, o peggio un cecchino che spara maldestramente fra la folla.

“Affermazioni gravissime”

Un contro-senso, in termini, che viene superato dalla gravità di un altro passaggio della nota. In cui si addebita, sempre a certa stampa, di aver accostato il “ceto forense” a “un’organizzazione criminale”.

Affermazioni gravissime che ovviamente non ci appartengono, ma che ci fanno sorgere delle domande. E proprio perché rispettiamo e riteniamo indispensabile il ruolo svolto da ogni singolo avvocato del Foro di Avellino. Se davvero qualcuno si è spinto a paragonare o associare l’intero Ordine degli avvocati a dei camorristi perché nessuno ha pensato di sporgere querela? O organizzare una conferenza stampa? Perché nessuno, dal presidente Barra a ogni singolo consigliere, avvocati stimati e professionisti specchiati, ha ritenuto necessario difendere la categoria? E di farlo attraverso l’esercizio di strumenti del diritto e del confronto democratico, dei quali un organo di garanzia come l’ordine degli avvocati rappresenta. Altrimenti si rischia di lasciare spazio proprio a fraintendimenti o appunto a quella tendenza a generalizzazione alla quale prima facevamo riferimento.

Ceto forense e pregiudizi

Un altro passaggio doveroso, poi, ci sembra giusto farlo sul concetto di parzialità perché proprio la parzialità dell’analisi si addebita a certa stampa. Un modo di istillare un dubbio che in degli articoli ci sia solo e soltanto la volontà di erodere la fiducia dei cittadini in organi di garanzia come l’avvocatura o la magistratura. Nello specifico si dice come “sbrigative conclusioni giornalistiche” gettino ombre sul “ceto forense”, accostandolo a – citiamo testualmente – “un’organizzazione criminale che sarebbe capace di raggiungere, passando per elementi intranei all’amministrazione giudiziaria, finanche la Magistratura. Lungi – chiariscono poi gli avvocati – dal voler orientare o condizionare l’intangibile diritto di cronaca, è evidente che lo stesso debba contemperarsi con il diritto, ugualmente insopprimibile, del soggetto coinvolto nell’indagine a non subire irrimediabili pregiudizi prima di una condanna definitiva”.

Su questo punto è giusto richiamare gli atti di indagine, che per altro alcuni dei consiglieri dell’ordine conoscono bene in quanto difensori di alcuni indagati, per chiarire il discorso di elementi interni alle pubbliche amministrazioni che avrebbero favorito il sistema delle aste truccate. Non si tratta di speculazioni giornalistiche. E citiamo in proposito proprio un passaggio del decreto di sequestro eseguito a carico dei custodi giudiziari finiti nell’indagine: “Non si può non evidenziare come il regime di tendenziale monopolio instaurato nel settore delle aste immobiliari Avellinesi ben difficilmente si sarebbe potuto instaurare, rimanendo ben saldo per decenni, senza la collusione o quanto meno senza la connivenza di soggetti interni alla pubblica amministrazione e al sistema bancario”.

A offrire questa ricostruzione dei fatti sono Simona Rossi, Luigi Landolfi ed Henry John Woodcock. I tre non sono sedicenti giornalisti, mossi da chissà quali biechi interessi, ma svolgono il lavoro di inquirenti presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Indagano, cioè, su clan della camorra capaci di imporre il proprio controllo su certi territori penetrando nel tessuto economico e sociale e avvalendosi, spesso, di professionisti che operano in altri settori. Una precisione, obbligatoria, sempre nell’ottica di fugare ogni dubbio da quella parzialità di analisi che, come ricordato giustamente dagli avvocati nella loro nota, è un pericoloso virus capace di alimentare striscianti pregiudizi.

Per altro, il passaggio che abbiamo citato, è figlio di una logica piuttosto elementare oltre che razionale. Se si indaga su un sistema che pilotava aste giudiziarie, insomma se quella è l’ipotesi dell’accusa, è chiaro che si finiscano per cercare connessioni proprio in tribunali e in settori collaterali che potevano garantire a quel sistema di alimentarsi. Perché se davvero gli indagati, citiamo sempre gli atti, conoscevano perfino gli orari di deposito delle offerte per gli immobili, viene poi da chiedersi come avrebbero potuto farlo senza avere determinati contatti? Domande che ora, non certo per colpa di faziosi giornalisti, molti cittadini si pongono. Non certo perché quei cittadini credano che tutti gli avvocati o i bancari siano dei criminali, ma proprio poiché sono fermamente convinti del contrario. E vogliono che questa convinzione sia ribadita anche dall’esito delle indagini. Inchieste che sono soltanto una lente di ingrandimento puntata su situazioni che appaiono opache. Non certo un mirino o una pistola che spara proiettili fatti di inchiostro.

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