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Avellino conquistata dal menestrello dark che trasforma il dolore in musica

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Un menestrello dark venuto dal Mississippi, con una vita sospesa tra disperazione e rinascita, ha ipnotizzato con il suo folk nero e seducente, antico e attuale, il pubblico che ieri sera ha avuto la fortuna di incrociarlo al Godot Art Bistrot di Avellino.

John Murry si è presentato vestito completamente di nero, cappello compreso, come un novello Johnny Cash e una vaga somiglianza al Bob Dylan poco più che trentenne, ma con un volto segnato da una vita complicata. Ha imbracciato la chitarra e dopo essersi presentato al pubblico in un americano lievemente strascicato, ha iniziato la sua esibizione. Lui e la sua chitarra, tra il Nick Cave più intimista, lo Springsteen  di Nebraska, e il Tom Waits più sincero.

Lo avevamo incrociato poco prima, all’esterno del Godot. Fumava tutto solo una sigaretta elettronica. Ha bevuto acqua, niente alcolici. Si è ripulito di tutto, dopo una vita stravolta dall’eroina, dal carcere, dagli abbandoni, dalla decisione di lasciare il profondo sud degli Usa per rigenerarsi nella verde Irlanda e in quell’Europa che più dell’America ha saputo capire la verità della sua arte.

Ha interpretato molti brani del suo ultimo disco, “A Short History Of Decay”, prodotto da un pezzo da novanta del nuovo folk americano, Michael Timmins dei Cowboy Junkies.

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Un disco non facile, malinconico, ma meno devastante del precedente, quel “The Graceless Age”(ritenuto dalla critica un capolavoro), dove cantava la sua storia con una sincerità disarmante, e con la stessa sinceritàlasciava trasparire dal suo dolore, la forza e la necessità di un riscatto, di una vita altra. Come quando – e lo ha cantatoin “Little Colored Balloons” – il suo cuore si è fermatoalcuni minuti per una overdose. Una canzone, presentataanche ieri, che rappresenta un po’ il fulcro della sua poetica: «La prima volta che l’ho cantata pensavo di essere solo, ma mia moglie stava ascoltando e piangeva. Ogni volta che la suono rivivo quelle esperienze, quei momenti della mia vita». La stessa intensità che si trova nei romanzidi William Faulkner, suo trisavolo per parte di madre. Un altro, che in modi e tempi diversi, ha saputo raccontare il cuore nero dell’America profonda.

Questo affascinante menestrello nero è convinto che il rock’n’roll sia morto («ascolto solo musica di gente morta»), eppure sul palco del Godot, ha dimostrato che non è così, che l’urgenza di raccontare, quando si hanno gli strumenti per farlo, può trasformare la narrazione di una vita difficile in qualcosa di molto diverso: un caldo, tenero, non scontato, abbraccio con la vita. Anche e soprattutto perchi ascolta. E ieri sera serviva a poco capire le sue parole, tutte le parole (anche se i suoi testi meriterebbero una comprensione piena). E’ bastata la sua chitarra e la voce, per immiergere gli spettatori in un caleidoscopio di emozioni, suoni, immagini. Può farlo solo un grande artista. E solo un grande artista può trasformare una vitaintrisa di dramma e dolore, in una emozione da condividere per suscitare ansie positive.

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John Murry si è dimostrato un artista di grande spessore internazionale, capace di irradiare con una sei corde e la sua voce, un ventaglio sorprendente di sensazioni. E tutto con una semplicità sconcertante, quasi stesse comunicando in musica la sua storia a un gruppo di amici.

In pochi giorni Avellino ha vissuto due eventi musicali – prima del cantautore americano i Jerusalem in My Heart, hanno colorato di elettronica e video psichedelici l’austera e affascinante cripta di del Duomo – distanti per stile e modalità espressiva, ma né scontati e neppure di facilissimo approccio. Eppure il pubblico ha risposto con curiosità e passione. In questo caso il concerto si è svolto grazie all’impegno di Luca Caserta, che ha trasformato il Godot in uno degli snodi cruciali della cultura avellinese. Poche ore prima di Murry, nello stesso locale, si era discusso di politica, o meglio di sinistra e socialismo, con la presentazione dell’edizione italiana di Jacobin, la famosa rivista americana. Non è poco, anzi.

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