Avellino, la fontana dell’acqua di Serino e la civiltà perduta

Dal restauro del fontanino di Viale Italia all'intervento dimenticato a Borgo Ferrovia. Avellino deve ripartire dalla memoria.

7' di lettura

Il ripristino della fontanina al Viale dei Platani ad Avellino, rimessa a nuovo e posizionata, più o meno nel luogo di origine, è stato un gesto di sensibilità da parte dell’Amministrazione comunale.

La memoria dei luoghi

Ricordo ancora quando, con la mano stretta a quella di mio nonno che veniva a prendermi al Convitto Nazionale al suono della campanella di uscita, tornando a casa, mi fermavo a bere la sua fresca acqua.

La memoria dei luoghi, degli oggetti che li connotano, ci fanno pensare alle persone care, ai momenti con loro vissuti. 

L’intervento è stato un primo passo verso il recupero della memoria, fondamentale in una città che l’ha smarrita, vedesi quanti decenni ci sono voluti per rivedere riqualificata piazza Duomo e quanto dovrà ancora passare per la Dogana, struttura fondamentale per la rinascita di tutto il centro antico.

L’altra fontanina dimenticata

Pensando alla fontanina di Viale Italia, me n’è tornata in mente un’altra oramai chiusa: quella della Ferrovia.

Era l’emblema dei cittadini del luogo e anche della città intera, non solo per l’elemento idraulico in se, ma per l’acqua che sgorgava, ovvero quella delle fonti del Serino, che ha una storia millenaria.

Sono più di dieci anni che oramai è lì affogata in un bel muro di tufo che sembra abbracciarla come a difenderla e lei, seppur arrugginita, racconta ancora a chi sa la sua storia e vorrebbe risentire il rumore dell’acqua per ripetere un rito del passato.

La fontanina è anticipata, per chi viene dal centro cittadino, dall’acquedotto del ponte del Serino che con le sue arcate svetta e fa bella mostra, mentre si spinge con il suo stile architettonico e sinuoso a portare l’acqua nel capoluogo della Regione Campania.

L’erede dei Romani

Quello di borgo Ferrovia è l’erede del millenario acquedotto Augusto (in latino: Aqua Augusta Campaniæ – chiamato anche “acquedotto augusteo” – , costruito fra il 33 ed il 12 a.C.) che, in epoca romana, era una delle meraviglie dell’umanità.

L’acquedotto catturava alle sorgenti l’acqua del Serino e la convogliava verso occidente facendole attraversare sinuosi paesaggi sotterranei (ancora oggi nelle campagne di Atripalda per il tratto che andava verso il napoletano e il beneventano: Maleventum). Non è raro infatti che contadini nell’arare la terra trovino pezzi dei tubi con le diramazioni in terracotta o le chiusure idrauliche in stagno.

I resti di una sua arcata, invece, sono visibili ad Atripalda in località “A Preta ra Maronna”, dove probabilmente c’era un castellum aquae.

Un patrimonio abbandonato

Così, come è scritto in un libro “best seller” di Robert Harris: Pompei, dalle fonti del Serino la massa d’acqua scendeva fino alle pianure campane, quindi aggirava le estremità del Vesuvio, si spingeva a sud lungo la costa napoletana e finalmente arrivava al promontorio di Miseno e alla sua polverosa base navale, dopo aver percorso un centinaio di chilometri con una inclinazione di soli cinque centimetri ogni cento metri.

Era l’acquedotto più lungo del mondo, più lungo anche dei grandi acquedotti di Roma, e molto più complesso perchè, mentre i suoi confratelli più a nord dissetavano soltanto una città, alla conduttura a serpentina dell’acquedotto Augusto – la matrice come veniva chiamata – si approviggionavano addirittura nove città del golfo di Napoli: Pompei anzitutto, poi Nola, Acerra, Atella, Napoli, Pozzuoli, Cuma, Baia e infine Miseno.

L’acquedotto era come un organo idraulico con il rumore delle sue acque nei sifoni rappresentava la musica della civiltà e i romani, lungo il percorso, costruivano delle fontane pubbliche, ogni tot passi o miglia, per far si che tutti i cittadini potessero usufruire dell’acqua.

Forse su questa scia, dopo aver provato più volte di ripristinare l’acquedotto romano nel corso dei secoli, fu costruita l’arcata che passa anche per Avellino, zona ferrovia, si fece memoria di quanto fatto dagli antichi romani e, a pochi metri dall’acquedotto, fu realizzata la fontanina che ha dissetato più generazioni.

Le origini dell’acquedotto in città

Da fonti ex ARIN l’acquedotto fu inaugurato il 10 Maggio 1885, un gran giorno per Napoli, con una entusiastica inaugurazione dell’Acquedotto del Serino da parte di Umberto I, culminata con l’arrivo dell’acqua in una grande fontana circolare in Piazza Plebiscito.

Di fronte al Palazzo Reale e alla Basilica di San Francesco di Paola, i Napoletani poterono nuovamente bere la famosa acqua di Serino. L’acqua proveniva dalla Sorgente Urciuoli (324 m.s.l.m.m.).

Poi tra il 1925 ed il 1930, la società Acquedotto di Napoli, con l’allacciamento della sorgente Pelosi, portò allo Scudillo le acque di Serino. Nel 1936 fu anche realizzato l’allacciamento della sorgente Acquaro.

Ergo quel tratto di acquedotto che passa per via Francesco Tedesco ha una grande storia, architettonica e idraulica, prima millenaria e poi recente con i suoi 136 anni di nuova vita.

La mia idea per la città

Ecco quindi come nasce la mia idea, supportata da dati inconfutabili, per riconoscere valore a un bene che, se rivalutato, potrebbe oltre che recuperare la memoria: chi non ha memoria non ha radici, anche connotare un luogo e farcelo appartenere.

L’amministrazione, con in testa il sindaco, vista la rimessa in opera della fontanina dei Platani, si adoperi affinchè anche quella della ferrovia faccia risentire il rumore dell’acqua e si pensi anche a un progetto più ampio investendo l’ex ARIN ora ABC (Acqua Bene Comune).

Basterebbe scrivere alla Società e chiedere un incontro per discutere dell’idea e vedere come, insieme, trovare il modo di elaborarla e presentare un progetto, attingendo casomai a fondi Europei, come i progetti PICS che dovrebbero portare la riqualificazione a est della città, non solo guardando all’aspetto urbanistico, ma anche dando valore a un luogo e renderlo attraente. Sarebbe anche per l’ex ARIN un’operazione di immagine.

Luce e acqua alla zona

L’idea è quella di trovare un intesa con la Società per restaurare e illuminare l’arcata che ricade su via Francesco Tedesco, con il parere propedeutico della Soprintendenza (non lo dimentichiamo) e con esso ripristinare anche la fontanina, ridandole vita con l’acqua.

Sarebbe un gesto di civiltà, che è a pochi passi delle arcate dell’acquedotto, in modo che i cittadini tornino a beneficiare di un bene comune e il luogo, riqualificato, porti gente a vederlo, anche a passare pochi minuti a prendere un caffè, a rivitalizzare il luogo.

Di questa meravigliosa risorsa della nostra Irpinia che è il nostro oro non riusciamo a farne un valore proprio, anche attraverso questi piccoli gesti.

La nostra acqua, ancora oggi, senza un ristoro, è attinta per la Puglia dove disseta e irriga un intera regione, serve tutta la regione Campania, mentre le nostre condotte fanno acqua da tutte le parti e spesso restiamo senza risorse.

La fontanina della Ferrovia, spenta da anni nel suo rumore picchettante è l’esempio di quanta forza politica è mancata nel non saper valorizzare tutto il bello che abbiamo e succede in vari campi, anche quello turistico.

Mancano non solo le idee, ma anche la volontà di proporle, se è vero che anche quanto stava succedendo, in positivo, con l’avvio dei lavori in zona per l’elettrificazione della tratta ferroviaria Salerno-Avellino-Benevento, pare si sia fermato al palo, lasciandoci anche in questo caso con la bocca asciutta.

Un futuro davvero incerto soprattutto per le future generazioni che poco se ne fanno di una fontanina, di un ponte illuminato, visto lo scarseggiare del lavoro, ma che perdendo anche il valore privato alla memoria non hanno stimoli a costruire qualcosa di positivo per un luogo che non si sa più raccontare.

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