Rogo fabbrica. Pianodardine si ferma: molte aziende in cassa integrazione

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Ripensare a tutta la politica industriale in Irpinia. A partire dall’incendio della fabbrica Ics a Pianodardine, per passare alla Novolegno, all’ambiente e a una privatizzazione scellerata che ha mostrato tutti i suoi punti deboli. Una privatizzazione che rischia di mettere in ginocchio piccole comunità e le aree interne. Irpinia in primis.

Franco Fiordellisi, segretario generale della Cgil Avellino, ragiona a tutto campo, a partire da futuro dell’area industriale nella Valle del Sabato.

“Ci troviamo – dichiara – nel buco nero della crisi, ma è da questi momenti che possono nascere delle occasioni. Il punto è riuscire a coglierle”.

Anche perché la provincia di Avellino si trascina un carico pesante di fallimenti, di politiche per lo sviluppo azzerate dalla clientela, o da attività dal respiro cortissimo di tanti imprenditori.

Pianodardine dopo il rogo

Ma partiamo dall’incendio. “La questione è complessa – dichiara Fiordellisi -. Gli operai della Ics dovranno andare in cassa integrazione. E non sono i soli. Ne faranno richiesta anche molte aziende che hanno dovuto bloccare la produzione per la nube nera. Su Pianodardine però si apre una questione più ampia, che riguarda la riqualificazione all’economia circolare delle aziende. Ma qualsiasi discorso non può prescindere dal futuro della Novolegno e dello stabilimento più importante, che è quello della Fca”.

La Novolegno è stata per decenni nel mirino degli ambientalisti, dei residenti, per il sospetto di emissioni altamente nocive. Poi, qualche mese fa, la decisione del gruppo Fantoni di chiudere tutto.

“Bisogna trovare una soluzione. Dopo tutto quello che è successo, gli imprenditori, che investono soldi su soldi altrove, hanno deciso di chiudere la fabbrica di Pianodardine. Se la vertenza non si risolve in modo positivo, se il gruppo Fantoni non accetta di fare un passo indietro, credo sia giusto che lascino tutto qui, lo stabilimento e i macchinari”.

Il futuro è l’economia circolare

Ma sul tavolo le questioni sono tante. Per far ripartire un discorso industriale in Irpinia sarebbe opportuno un confronto continuo e costruttivo tra le parti. Un ragionamento complessivo, che sia orientato verso una visione di futuro condivisa.

“A parole – continua Fiordellisi – e sui temi generali, è facile trovare l’intesa. Ma è sul particolare che poi ci sono differenze. E il particolare segna a volte enormi distanze. Sulle Zes (zone di economia speciale), abbiamo sollecitato l’Asi. Ma è stato inutile. Noi siamo pronti al confronto. Anche allo scontro. Chiediamo sia aperto un tavolo vero, dove mettere sul campo le questioni dell’economia circolare. La cosiddetta economia blu. Se questo governo mantiene le promesse è su quello che si punta. Senza dimenticare l’annunciato sguardo più attento sulle ragioni e le esigenze del sud. Ma deve essere un discorso ampio, che metta dentro la scuola, la formazione, i trasporti, la gestione del ciclo dei rifiuti, la sanità, la politica energetica”.

Il fallimento del privato

“In questi anni – continua Fiordellisi – c’è stata la beatificazione del privato, come alternativa efficiente al pubblico. Abbiamo visto come è andata. Ora in Irpinia c’è il rischio concreto di perdere la gestione diretta di una risorsa fondamentale come l’acqua. E difendo Irpiniambiente e la provincializzazione dei rifiuti, si deve solo completare qui l’intero ciclo. Dobbiamo difenderci dall’assalto delle multinazionali e vincere la sfiducia della gente nel pubblico. Per farlo bisogna pretendere che sia cristallino. Libero dalla malapolitica. O accade come in questi giorni, quando la diffidenza generata da anni di amministrazioni pubbliche opache, ha spinto tanta gente a non credere nella bontà delle analisi dell’Arpac dopo il rogo di Pianodardine. Bisogna superare questa sfiducia totale”.

La politica energetica

“C’è anche da affrontare il tema energetico. Tutti parlano di elettrico, ma si ignora quello che potrebbe essere il futuro in tema di rinnovabili, che è l’energia a idrogeno. Senza dimenticare l’eolico selvaggio che si traduce in tralicci dell’alta tensione, impattanti da un punto di vista paesaggistico oltre ai problemi che pone a livello di inquinamento elettromagnetico. Sarebbe molto più saggio interrare questi cavi”.

Una sorta di anno zero per lo sviluppo. Con una provincia che annaspa tra crisi aziendali, nuova emigrazione, ambiente a rischio.

“Sì, oltre all’agroalimentare, dovremmo scommettere su alta tecnologia e, come detto, sull’economia circolare. Dobbiamo tutelare presente e futuro. I nostri fiumi sono inquinati, anche l’aria e tanti terreni. Uno dei segni distintivi della “verde Irpinia” era l’ambiente. Deve tornare a esserlo. Ma non solo. Per attrarre investimenti è necessario offrire servizi adeguati. Che oggi non ci sono. Mancano infrastrutture materiali e immateriali. Ritardi storici. Per superarli, oltre a un cambio di passo di chi opera sul territorio, è necessario il supporto istituzionale del governo e della Regione”.

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