Avellino, così al Moscati maltrattano i pazienti fragili

Avellino, al Moscati nessun rispetto per i pazienti fragili: sballottati da un ufficio all'altro, visite annullate senza preavviso, nessuna certezza sui vaccini. Una indecenza. Ma nel frattempo i dirigenti gonfiano il petto perché nei laboratori si sperimenta un nuovo vaccino, quello che sarà pronto alla fine della campagna di vaccinazione.

4' di lettura

Il Moscati e l’indifferenza. Si parla tanto dell’emergenza covid, con la conta quotidiana degli infetti, dei ricoveri e delle vittime, ma si spendono davvero poche parole per tutti gli altri pazienti, che vivono anche un’altra emergenza: quella di non riuscire ad aver accesso alle cure. Sballottati da un ufficio all’altro, con visite e interventi programmati rinviati a chissà quando, cure saltate, reparti di riferimento chiusi, medici irraggiungibili. Senza notizie, senza comunicazioni.

Chissà quanti morte silenziose sta causando questa emergenza ignorata. Quanta sofferenza viene vissuta nell’indifferenza totale.

Accade al Moscati (Avellino)

Ospedale Moscati di Avellino. Una storia come tante, ma una storia emblematica. Forse è capitata anche altrove, sicuramente è capitato di peggio.

Una visita programmata da mesi per il rinnovo di un piano terapeutico. Il paziente è di quelli considerati fragili rispetto alle infezioni da coronavirus, perché assume da anni un farmaco biologico, un immunosoppressore. Cioè abbassa le difese immunitarie, un effetto che rende il paziente vulnerabile al Covid: può contagiarsi con maggiore facilità e quasi sicuramente l’infezione avrà un esito grave della patologia.

Quel cittadino dovrebbe evitare le file e forse non sarebbe opportuno farlo passeggiare negli ospedali. Ma senza quella visita non può avere i farmaci necessari per curare la sua malattia cronica.

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Arriva al Moscati alle 9, la visita è alle 11. Indossa la doppia mascherina, per sicurezza. Si avvia al Cup per pagare il ticket. Ci sono altre venti persone in attesa. Una dietro l’altra. La distanza di sicurezza non viene rispettata.

Siamo in pandemia caro signore

Venti minuti dopo è davanti alla cassa, c’è un’impiegata (vaccinata), dietro al vetro. Guarda l’impegnativa e scuote la testa: «Da oggi non si fanno più queste visite di ambulatorio».

«Ma è solo un rinnovo del piano terapeutico», risponde il paziente.

Niente da fare. Il reparto è diventato Covid, all’improvviso. Ma nessuno ha avvisato l’utente, neppure una telefonata, un sms, una mail. Neppure un cartello all’inizio della fila.

L’utente è vulnerabile? E chi se ne frega.

Il piano terapeutico, dicono gli impiegati, le verrà prorogato per un mese. Certo, certo, peccato che la visita avrebbe garantito il rinnovo per sei mesi. E il mese prossimo? Come si riprenota la visita?

La risposta è secca, quasi infastidita: «Siamo in pandemia caro signore».

Come dire: siamo in pandemia, lei si arrangi. Come se con la salute ci si potesse arrangiare.

Il paziente a questo punto la pazienza la perde. «Perché non sono stato avvisato!».

Nuova scrollata di spalle: «Chissà, forse il numero è sbagliato».

Già, il numero è sbagliato, «e non si può correggere?»: se vuole contatti l’Asl e dia il suo numero corretto altrimenti non viene neppure avvisato per il vaccino contro il coronavirus.

Il vaccino? Ma vada in farmacia

Naturalmente il numero sbagliato è una banale scusa, ma seppure fosse, quel numero sbagliato è stato usato dagli operatori dell’ospedale Moscati, per correggerlo però bisogna andare all’Asl, ovvero inerpicarsi in un altro ginepraio di uffici sconnessi.

Me senza quel numero anche il vaccino è a rischio.

«Ma veramente – dice il paziente – dovreste chiamarmi voi per il vaccino».

La risposta è una serie, di mah, chissà, dipende, veda all’Asl.

Eppure è stato scritto ovunque che iniziava la campagna vaccinale delle persone vulnerabili e chi assume i farmaci immunosoppressori è in cima alla lista.

«Oppure – è il colpo di genio di una delle impiegate – faccia una cosa, prenda tutta la documentazione che riguarda la sua patologia e vada in una farmacia, magari lo possono fare lì il vaccino».

E cioè, l’Asl fornisce a quel paziente da decenni il farmaco biologico, il Moscati ha da altrettanto tempo la sua cartella clinica, così come il medico di base che prescrive l’impegnativa, ma il paziente vulnerabile dovrebbe andare in una farmacia e dimostrare a un medico che non ha mai visto il suo diritto ad avere il vaccino contro il covid?

I pazienti? Ma noi sperimentiamo

Storie così si stanno ripetendo a centinaia. Ad Avellino come (forse) altrove: è una indecenza. Se alcune persone sono state ritenute vulnerabili al covid è solo perché corrono davvero un rischio mortale se si infettano. Quel vaccino non è un privilegio, è sopravvivenza.

Eppure al Moscati se ne fregano. Ma nel frattempo gonfiano il petto in fuori perché lì, nei loro laboratori, è iniziata la sperimentazione di Reithera, il vaccino italiano, che forse, ma molto forse, potrebbe essere pronto a ottobre, a campagna vaccinale – si spera – finita.

Nel frattempo i pazienti non covid se la sbrighino da soli, per le loro patologie e anche per una eventuale vaccinazione. Chi gestisce il Moscati – e chi glielo consente – ha altro da fare. La salute dei cittadini può aspettare. Se nel frattempo si muore che vuoi che sia, è un effetto collaterale.

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