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Avellino, le tracce perdute dei ragazzi del liceo Mancini

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3' di lettura

“Alla ricerca della traccia perduta”, non è l’ultimo film di Indiana Jones. E’ un progetto artistico curato da Antonio Bergamino, uno dei fotografi più apprezzati di questa terra, e i ragazzi della quinta A del Liceo Mancini di Avellino. Un progetto – e non sono molti – capace di far apprezzare anche quel percorso di alternanza scuola/lavoro che in altri casi ha suscitato più di una perplessità.

Abbiamo incontrato Antonio Bergamino e due dei ragazzi che hanno partecipato al progetto, Martino Santaniello e Domenico Ciarcia. Un progetto che vivrà il suo apice il prossimo 24 maggio, quando, per l’occasione e dopo 40 anni, sarà riaperta al pubblico la chiesa della Santissima Trinità: ospiterà la mostra che racconta il percorso artistico dei ragazzi. La sede è stata concessa dal vescovo di Avellino, Arturo Aiello, e dal responsabile tecnico dei Beni Culturali, Modestino Picariello.

“Il corso era finalizzato alla mostra – dichiara Bergamino -. Mi piace sviluppare dei progetti che abbiano uno scopo. Gli studenti sono stati davvero bravi. Avevo dato una traccia complicata: rappresentare con immagini qualcosa che avevano perso. Ho cercato di far conoscere ai ragazzi il potere e la forza espressiva del linguaggio fotografico. Non mi sono soffermato troppo, durante le lezioni, sugli aspetti strettamente tecnici. Mi interessava di più far crescere la loro capacità di racconto attraverso le immagini. Avrebbero potuto scattare le foto anche con una usa e getta, questo non avrebbe avuto importanza”.

“Ho consigliato ai ragazzi di dividersi in gruppi, tenendo anche presente i loro rapporti personali, ma soprattutto le singole peculiarità. Mettere quindi insieme chi era più abile nello scrivere il testo base e chi invece aveva maggiori capacità di tradurlo in immagini. Si sono formati sette gruppi, ognuno dei quali ha sviluppato una storia con otto fotografie”.

Avellino, le tracce perdute del ragazzi del liceo Mancini
Una delle immagini del foto racconto “La Signora Conforti”.
di Alessandro Ambrosone, Marialaura Corbo, Enrico Scalzone

“Ogni gruppo ha scritto un testo – raccontano Modestino Santaniello e Domenico Ciarcia -. E poi ne abbiamo discusso tutti insieme. C’è stata una grande condivisione. La difficoltà, ma anche la sfida, è stata quella di tradurre in fotoracconto quello che aveva pensato un altro. Comprendere che quelle stesse parole potevano essere interpretate in modi diversi. Tra i progetti c’è “La signora Conforti”, che racconta la perdita del passato, delle tradizioni. Una storia anche sentimentale, un po’ malinconica, ma che affonda nelle nostre radici. Che rischiano di perdersi. Con “Perdita della retta via”, il tema è stato la ludopatia, raccontata partendo da situazioni autobiografiche. E’ stata sviluppata in immagini “Credere in Babbo Natale”, ovvero la fine dell’innocenza e dell’infanzia: il momento preciso quando hai smesso di credere in Babbo Natale. E poi, la “Perdita dell’altezza”, la “Perdita dello zainetto”, un oggetto che evidentemente per l’autore rappresenta qualcosa di importante”.

Come fossero sette film. Spesso con un finale a sorpresa.

Avellino, le tracce perdute del ragazzi del liceo Mancini
Da “La perdita della retta via”
di Emiliano Annese, Nicolò Pescatore, Martino Santaniello

“Il vescovo ci ha subito concesso la chiesa della Santissima Trinità – dichiara Bergamino -. Del resto abbiamo accumulato un grosso credito lo scorso anno, quando nell’anno europeo del Patrimonio Culturale, e nell’ambito di un progetto Erasmus, i ragazzi del Mancini, insieme agli studenti del Gymnasium Lappersdorf di Ratisbona e quelli della Scuola Germanica di Praga, hanno presentato Lost Traces (“Il nostro patrimonio, dove il passato incontra il futuro). Hanno realizzato una serie di creazioni artistiche all’interno della Chiesa di Monferrato, in corso Umberto I, sempre ad Avellino. Il successo di quell’iniziativa ha spinto il vescovo a dire subito di sì”.

Un successo destinato a ripetersi. Le “tracce perse” sono un inno alla creatività dei ragazzi. Una esperienza artistica collettiva che – lo ripetiamo – dà un senso all’alternanza, perché indubbiamente arricchisce gli studenti e li proietta in un mondo che va oltre la scuola, dove si è “costretti” a collaborare in gruppo per raggiungere uno scopo.

“Sì – conferma Bergamino – è stata una bella esperienza. Trovo interessante lavorare con i ragazzi. Ma temo sia l’ultima volta che offro il mio impegno per queste iniziative. Per gli insegnanti è un lavoro sfiancante e siamo buoni se ci limitiamo a dire che è mal retribuito. E’ un peccato…”

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