Cinquant'anni di sangue in Irpinia: omicidi, stragi e criminali di una volta

Memorie di un penalista. L'avvocato Annibale Schettino racconta mezzo secolo di fatti di sangue. Dal delitto della maga, al maxi processo contro la camorra

16' di lettura

di Luciano Trapanese – “In questi quarant’anni è cambiato tutto, anche i criminali. Ricordo che Tore ‘e Clelia (Salvatore Cava, il capo storico del clan quindicese ndr), mi disse, era il 1983: avvocato, mi accusano di cose che non ho fatto, ma per quello che non ho fatto rischio dieci anni di galera. Se mi condannano a nove anni, undici mesi e 29 giorni, posso solo dirle grazie. Ora una frase del genere non la direbbe nessuno. Cava non ignorava i pericoli del mestiere: puoi essere arrestato per reati che non hai commesso e farla franca per altri. I malavitosi dei nostri giorni si beano degli articoli sui giornali, sui siti, in tv. Adorano essere definiti boss, personaggi di grande spessore criminale, poi quando si trovano di fronte alla prospettiva del carcere quasi nessuno reagisce come Tore ‘e Clelia. Forse anche per questo c’è un proliferare di pentiti”.

L’avvocato Annibale Schettino

Indice:

  1. La maga e il colpevole nella bacinella d’acqua
  2. Il caso del barbiere, morto per difendere i nipoti
  3. Come fai a difendere un assassino?
  4. Oggi pochi processi in Corte d’Assise
  5. Colpito mentre si avventa sull’assassino
  6. Sulla fronte quello stampo biforcuto
  7. La badante massacrata con 120 coltellate
  8. La mente oscurata dalla silicosi
  9. I bimbi venduti e il mistero del neonato scomparso
  10. L’omicida armato di balestra
  11. Quadruplici omicidi e proiettili particolari
  12. Ha ucciso l’ex amante della figlia
  13. La faida di Quindici
  14. Al maxi processo contro la Nco di Cutolo

A parlare è Annibale Schettino, penalista vecchio stile del foro di Avellino. Nelle aule del tribunale dal 1977. Un avvocato specializzato in “fatti di sangue”. Ha seguito una fetta importante degli omicidi più brutali commessi in Irpinia. Decine e decine di casi. Li ha fatti rappresentare in un mosaico (foto sotto). “Ma ne sono rimasti fuori tanti altri, ne stanno preparando un altro”.

Quel mosaico troneggia all’interno del suo studio di via Stanislao Mancini, ad Avellino. “A volte l’osservo e ripenso ai tanti anni di carriera, alle storie che ho vissuto, ai personaggi che ho incontrato. E alle soddisfazioni professionali che sono riuscito a raggiungere”.

Schettino è un appassionato di medicina legale. Ha studiato in modo approfondito tossicologia, antropologia e sociologia criminale, balistica. “Ed è stata questa sete di conoscenza che mi ha spinto a intraprendere la strada dell’avvocatura”. Cultura umanistica (è un grande lettore), e scientifica. “Un binomio che mi ha consentito di trovare strade a volte imprevedibili nelle aule di giustizia”.

La maga e il colpevole nella bacinella d’acqua

Annibale Schettino ha avuto due maestri. “Sì, Michelangelo Nicoletti ed Emilio Turco, che sono stati anche due sindaci di Avellino”.

“Uno dei primi casi che ho trattato – racconta il penalista – è stato quello della “maga”. E’ la vicenda di un omicidio che si è verificato a Taurano alla fine degli anni ’70”. Una storia che sembra provenire da un’epoca ancora più remota. Mista com’è di credenze e fattucchiere. “In una casa di campagna si verifica un furto. Qualcuno ha rubato una motosega. Il proprietario, insieme alla moglie, decide di rivolgersi a una maga del paese. Sono convinti che lei potrà fare chiarezza sull’autore del crimine. La “sensitiva” riempie una bacinella d’acqua. Pronuncia delle frasi, poi invita la coppia a osservare il liquido. Marito e moglie “vedono” il volto di chi ha rubato l’attrezzo agricolo. Non hanno nessun dubbio. Ne parlano anche in paese: sappiamo chi è stato. Qualche giorno dopo la vittima del furto incrocia il colpevole. E lo affronta in modo deciso: sei stato tu a rubare la motosega. I due litigano. Il presunto ladro estrae la pistola e spara. Un solo colpo, che colpisce l’altro alla testa. Morto sul colpo. Quell’imputato sarà poi condannato a sedici anni di reclusione”.

Il caso del barbiere, morto per difendere i nipoti

Nel Vallo Lauro si muore anche per difendere i nipoti che sono stati picchiati da un adulto. “Sì, quello – Schettino indica una delle figure rappresentate dal suo puzzle giudiziario – è l’omicidio del barbiere. Si è verificato a Pago Vallo Lauro nei primi anni ’80. La vittima era intervenuta per difendere dei ragazzini, e per punire l’aggressore. Ma la situazione è degenerata. E nel corso della lite è stato accoltellato al fegato. Una ferita letale, morì poco dopo. Difesi l’autore di quell’omicidio, venne condannato a 22 anni”.

Come fai a difendere un assassino?

C’è una domanda che molti rivolgono ai penalisti: ma ti poni mai un problema morale nel difendere un assassino? “E’ una domanda che mi hanno fatto, certo – racconta Schettino – e che potrei rivolgere anche a me stesso. Ma la questione è un’altra. Un po’ più articolata. Non sono interessato alla verità. Quella che mi riguarda è la verità giudiziaria, che viene fuori dalle carte e dal procedimento in aula. Credo che valga per tutti gli avvocati difensori. La verità potrebbe crearti dei problemi. Rischia di minare l’asetticità che deve invece essere prerogativa di un professionista. Se il mio assistito si dichiara innocente, il mio compito è quello di dimostrare ai giudici la sua innocenza”.

Oggi pochi processi in Corte d’Assise

“Non sono cambiati solo i criminali in questo mezzo secolo. Anche gli avvocati. Tutto è molto più veloce – continua Schettino -, anche le udienze. Ormai sono pochissimi i processi che si discutono in corte d’Assise di fronte alla giuria popolare. Si sceglie quasi sempre il rito abbreviato. Rinunciando a una parte importante della nostra professione, dove la capacità oratoria ha una sua rilevanza. E infatti l’ordine ha eliminato da anni il premio per la migliore arringa. Le discussioni oggi sono molto tecniche, fatte più di eccezioni procedurali che di filosofia del diritto. Sa cosa mi disse anni fa il giudice Matteo Zarrella? Gli avvocati oggi sembrano diventati dei ragionieri, si presentano e patteggiano la pena sommando o detraendo gli anni di carcere per i loro assistiti. Penso che la giustizia, e i processi, abbiano bisogno di un certo tempo. Anche per il solo fatto che la prova deve essere costruita e dimostrata in aula. Per sviluppare una arringa sono richieste agli avvocati conoscenze che un po’ si stanno perdendo. E parlo soprattutto per chi è impegnato ad assistere imputati coinvolti in fatti di sangue. Di chimica, anatomia, balistica, tossicologia. Oltre a qualità dialettiche che devono essere curate ogni giorno. E che magari sono innate, ma che solo grazie all’esperienza e alla competenza possono svilupparsi in modo efficace in un’aula di tribunale”

Colpito mentre si avventa sull’assassino

“Sulle conoscenze di anatomia ricordo un delitto commesso a Carife. Sotto accusa è finito un anziano del paese, aveva ucciso un giovane. Il ragazzo aveva una ferita da arma da fuoco. Il foro d’ingresso tra la scapola e il collo, il proiettile – esploso da un fucile – si era fermato all’altezza del rene sinistro. Una strana traiettoria. Secondo il medico legale l’omicida avrebbe sparato mentre era appostato su un albero. O comunque, e questa era la sua certezza, il colpo sarebbe stato esploso dall’alto. Riuscii a dimostrare, invece, che l’anziano aveva fatto fuoco mentre il giovane si stava lanciando contro di lui, quasi a tuffo. Una ricostruzione che convinse i giudici a condannare l’imputato a 17 anni. Rischiava l’ergastolo per omicidio volontario”.

Sulla fronte quello stampo biforcuto

“Le competenze in anatomia – continua Schettino – mi hanno invece consentito di far ridurre e di molto la condanna per un giovane dell’Alta Irpinia accusato dell’omicidio di un anziano. Una storia passata alla cronaca come l’omicidio di strada. La vittima aveva sulla fronte una lesione a stampo, biforcuta. Gli inquirenti e il medico legale erano certi che la vittima fosse stata colpita con una chiave inglese, la stessa poi trovata a casa dell’imputato. In realtà ho dimostrato in aula che se si colpisce l’ovoide cranico con un oggetto tondeggiante, si forma un tipo di stampo del tutto simile a quello della chiave inglese. Il mio assistito aveva centrato la vittima con un sasso lanciato da una certa distanza. Una differenza notevole. Rischiava una condanna per omicidio volontario, se l’è cavata con un preterintenzionale”.

La badante massacrata con 120 coltellate

L’avvocato Schettino si è occupato di tanti casi estremamente violenti. “Ma uno dei più impressionanti è stato quello della badante massacrata da due minorenni a Torrette di Mercogliano. Qualche anno prima del caso di Erika e Omar. Un ragazzino insieme a un amico uccise la donna che si occupava di suo nonno. Vennero inferte alla vittima 120 coltellate. Il medico legale, Paolo Picciocchi, in aula disse al giudice: se lei prova a dare venti coltellate nel vuoto, sente il braccio stancarsi. Immagini quanta ferocia, quanta rabbia, sia necessaria per infliggerne più di cento a un corpo. Quei ragazzi ebbero il massimo della pena prevista per i minori, sei anni. E il mistero non si è mai dissipato sul motivo di tanta inaudita violenza. Anche se un anno dopo, uno degli imputati è morto per un tumore al cervello. Non posso escludere che sia quella la causa che ha alterato le percezioni del ragazzo fino a spingerlo a quell’atto così brutale”.

La mente oscurata dalla silicosi

“E questo – continua Schettino – mi riporta a un caso di omicidio che si è verificato nel montorese. E che dimostra come conoscenze di medicina legale possano rivelarsi efficaci in un’aula di giustizia. L’imputato era un uomo che aveva lavorato in Belgio come minatore. Era tornato affetto da silicosi, patologia tipica di chi lavora in miniera, causata dall’inalazione per lunghi periodi di polvere che contiene biossido di silicio. E che – dimostrai in aula – provoca una cattiva ossigenazione del cervello e quindi compromette, anche se in modo temporaneo, il comportamento delle persone. Una sorta di psicopatologia. Riuscii a ottenere la semi infermità mentale per il mio assistito”.

I bimbi venduti e il mistero del neonato scomparso

Una dei casi più noti, tra quelli trattati dall’avvocato Schettino è quello sulla compravendita di bambini. Che coinvolse una coppia residente a Quadrelle, genitori “adottivi”, accusati di alterazione di stato civile (reato gravissimo), qualche avvocato e degli assistenti sociali. Le indagini vennero condotte dagli agenti della sezione minori (che oggi non esiste più), della questura di Avellino. Una vicenda che conquistò le pagine dei giornali nazionali. E che anche oggi resta di grande attualità.

“Sì, una brutta storia. Chiesi anche al gup, pur di ottenere la rimessione in libertà della donna che aveva venduto i suoi figli, di farla rendere sterile con un provvedimento. Anche perché nessuno avrebbe potuto impedirle di continuare a sfornare figli per continuare a farne mercato. Mi disse: avvocato, capisco la ratio della sua richiesta, ma la Chiesa scatenerebbe un putiferio. L’imputata era già stata dichiarata inidonea alla maternità, ma nonostante tutto continuava ad avere bambini senza che nessuno le dicesse nulla. In quella squallida vicenda c’è anche un mistero, rimasto irrisolto. Nonostante l’impegno del piemme Sergio Amato. L’imputata aveva partorito nell’ospedale degli Incurabili, a Napoli. Le avevano detto che il piccolo era morto. Una storia che non mi ha mai convinto. Facemmo delle indagini: non c’era un solo documento che attestasse la morte di quel neonato. Tutti abbiamo immaginato la stessa cosa: era stato venduto all’insaputa di quella povera donna”.

L’omicida armato di balestra

“Di storie strane ne ho seguite molte – continua Schettino – ma certo quella dei quattro tentati omicidi con una balestra che si è verificato nella zona di Sperone qualche anno fa è assai insolito. Il colpevole venne scoperto perché usava frecce da arco e non i dardi tipici di quell’arma. Un aspetto decisivo. O meglio, furono determinanti per la condanna le tracce trovate sul nastro adesivo che aveva utilizzato per modificare le frecce. La vittima venne colpita solo una volta. Ma in modo gravissimo. Da quel giorno è su una sedia a rotelle. Sembra che ad armare la balestra sia stata una questione sentimentale”.

Quadruplici omicidi e proiettili particolari

“Ho assistito l’autore della strage di Pignano (Lauro ndr), commessa da un’ex guardia giurata. Un quadruplice omicidio. Venne massacrata un’intera famiglia. E per una banale questione di parcheggio. L’assassino sparò anche a una donna incinta. Venne tenuta in vita fino alla nascita della piccola, che purtroppo è morta due mesi dopo la nascita”.

“Ho difeso anche un altro imputato accusato di quadruplice omicidio. A Ponticelli. E quello fu un caso davvero particolare da un punto di vista balistico. Sui corpi delle vittime i fori di entrata avevano una larghezza di nove millimetri, alla costola si erano ridotti a sei e il foro d’uscita era di quattro. Una cosa che non può accadere a un proiettile di piombo, a meno che non diventi un frammento. Venimmo a capo del mistero quando si scoprì che l’assassino aveva utilizzato delle pallottole in uso alle forze armate francesi, i soft point, che sono a punta morbida, costruiti con una lega di nylon e zinco. Usati per non lasciare residui nel corpo delle vittime”.

Ha ucciso l’ex amante della figlia

Ci sono delle storie che più di altre però coinvolgono un avvocato. Magari senza un motivo preciso. O forse perché permettono anche a un navigato professionista di calarsi nei panni di un imputato. Capirne le motivazioni, anche senza – naturalmente – condividerle. “Sì, è vero. Mi è capitato con la vicenda di un ex poliziotto finito sotto processo per difendere la figlia. E’ un fatto di cronaca molto noto, si è verificato ad Atripalda nel 2000. La figlia 22enne del mio assistito aveva intrecciato una relazione con un 45enne, un parcheggiatore abusivo e buttafuori di discoteche. I due – per gioco – si erano anche ripresi mentre facevano sesso. Poi la storia era finita. La ragazza non voleva saperne più nulla. Ma ignorava che in quel momento sarebbe iniziato l’incubo. L’ex amante ha iniziato a tormentarla. Prima richieste continue: torna con me. Poi i manifesti osceni con foto della giovane e la minaccia di rendere pubblico quel video che avrebbe dovuto rimanere privato. Non contento il 45enne si è anche introdotto nell’abitazione della ragazza e ha provocato un incendio. Alla fine è andata come doveva andare: nel modo peggiore. Il padre della ragazza ha chiamato il parcheggiatore abusivo. Gli ha dato appuntamento in un circolo privato, ad Atripalda. E appena l’ha visto ha fatto fuoco, uccidendolo. Si sarebbe poi scoperto che anche la vittima era in possesso di una pistola”.

La faida di Quindici

Nel ricordare queste vicende giudiziarie – ma ce ne sarebbero tante altre -, l’avvocato Schettino non nasconde l’emozione. Sono pagine importanti della sua vita, non solo professionale. Sta sfogliando un lungo libro, ricco di ricordi, aneddoti. Anche dolore. Lui, uomo del Vallo Lauro, non può dimenticare la faida tra i Cava e i Graziano che ha insanguinato per anni quel pezzo di terra. “Vuoi sapere come è iniziata la faida, quella vera? Siamo negli anni ’80, subito dopo il terremoto. L’allora sindaco di Quindici, Raffaele Graziano, riceva una mazzetta da 200 milioni di lire. Riguarda l’appalto sui prefabbricati pesanti. In genere i proventi venivano divisi. Salvatore Cava, Tore ‘e Clelia, gli dice: beh, allora, la nostra parte? Graziano risponde: ma quei soldi sono un regalo per la mia attività politica, non è roba criminale. Voi non c’entrate niente. Quel rifiuto è l’inizio di tutto. Poi ci fu l’attentato a Biagio Cava, lungo le Breccelle, quando a perdere la vita fu Giuseppe Fabi. La scia di morte e sangue si è poi interrotta solo nel 2002, con la strage delle donne”.

Al maxi processo contro la Nco di Cutolo

L’avvocato Schettino scava nei ricordi. L’ultimo che vuole consegnarci risale al 1984, il maxi processo contro la Nco di Raffaele Cutolo a Santa Maria Capua Vetere. Quello che vede coinvolto – tra gli altri – anche il popolarissimo conduttore televisivo Enzo Tortora, vittima di uno dei più clamorosi errori giudiziari della nostra storia.

“Con Nello Palumbo, poi senatore, ero l’avvocato più giovane in quel processo. I giudici decisero che i primi a discutere saremmo stati noi, e poi i due più anziani, Enzo Maria Siniscalchi e Roberto Dall’Ora. Ricordo l’intestazione del processo, Abate Raffaele più 710. Una cosa epocale. E ricordo Enzo Tortora, ci sono anche delle foto, mi ritraggono con lui e Marco Pannella. All’epoca la gestione dei pentiti era ancora agli inizi. Bastava una dichiarazione e una mezza conferma per essere arrestati. Difesi una ventina di imputati. Tra loro anche un avvocato. Era finito sotto inchiesta per aver ospitato – così diceva un collaboratore di giustizia – latitanti nella sua abitazione e rifornito di pistole e fucili i camorristi tramite un’armeria di Lauro. Non fu difficile smontare le ipotesi della procura. Quell’armeria non era mai esistita e l’appartamento dell’avvocato, dove abitava con la moglie, i figli e i suoceri, era di sole tre stanze: difficile dare ricovero a qualche ricercato. Venne assolto”.

Annibale Schettino vorrebbe raccontare ancora. La lista dei suoi casi è lunga quasi mezzo secolo. Nel suo studio è passato un pezzo importante della cronaca nera di questa provincia. E in qualche modo anche della nostra storia. Guarda l’orologio, è ora di andare. “Ho udienza in tribunale”. Dopo tanti anni la voglia e la passione per la sua professione sono rimasti intatti. Come all’inizio. Come quando si occupò del caso della maga che faceva vedere il volto del ladro in un secchio d’acqua.

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