Avellno, Centro Dorso: quaranta anni di camorra in Irpinia

Al Circolo della Stampa presentato l'avvio dello studio sulla diffusione e gli effetti della malavita organizzata in città e in provincia

9' di lettura

Un incontro voluto dal Centro Studi Dorso per colmare, idealmente, il vuoto della risposta di istituzioni e enti ai fatti di cronaca avvenuti nelle ultime settimane ad Avellino. In particolare sull’inchiesta dell’antimafia sfociata nei 23 arresti che hanno consentito di decapitare il Nuovo Clan Partenio e su quelle indagini parallele che puntano in particolare sull’usura e il business delle aste giudiziarie. Al tavolo, oltre ai relatori Luciano Trapanese, direttore di TheWam.net, e Generoso Picone de Il Mattino, Luigi Fiorentino, presidente del Centro Dorso, e il vicepresidente, Nunzio Cignarella.

Cignarella: “Nessuna isola felice”

Nunzio Cignarella, già assessore alla Cultura di Avellino, ha esordito spiegando come “il quadro che emerge dalle indagini dell’Antimafia, ci spinge a iniziare una ricerca che chiarisca i fattori storici e sociali che hanno contribuito a creare questa situazione in città e in provincia. Un fenomeno criminoso, quello tratteggiato dagli inquirenti, che suggerisce una genesi che affonda le sue radici lontano nel tempo. Grazie anche a una sottovalutazione di certi indizi che potevano suggerire quanto sta venendo fuori in questi giorni. E’ sufficiente pensare a una espressione abusata, negli anni passati, quella di Irpinia intesa come isola felice”.

L’ex assessore ha poi analizzato la capacità, a suo dire inadeguata, della “borghesia illuminata” di far fronte agli episodi e al contesto che sta emergendo in questi giorni.

“Immagino questa città come un condominio popolato da inquilini di passaggio. Spesso, negli anni passati, ci sono stati segnali o addirittura allarmi non percepiti. In questa occasione abbiamo voluto due relatori come Luciano Trapanese, direttore di TheWam.net, e Generoso Picone, già assessore alla Cultura e responsabile della redazione avellinese del giornale Il Mattino. Entrambi osservatori attenti della cronaca cittadina e di quelle questioni sociali che poi hanno in qualche modo anticipato quanto accaduto in questi giorni”.

Nunzio Cignarella ha poi citato un articolo pubblicato nell’ottobre del 2008 da Antonio Di Nunno. E che ha un titolo emblematico: “Quanto è lontana Gomorra?” Vengono descritte le infiltrazioni della criminalità organizzata in provincia di Avellino. Un virus capace di colpire il tessuto imprenditoriale e amministrativo. Un pezzo illuminante.

Come è cambiata la camorra

Nel suo intervento Luciano Trapanese ha dichiarato: “Sono trent’anni che racconto la cronaca di questa provincia. E sono trent’anni che sono tormentato da questa storia dell’isola felice. Nei decenni la declinazione è cambiata. Ora siamo a l’Irpinia non è più un’isola felice. Ma questa è una terra che non è mai stata un’isola. In questo territorio ci sono i gruppi criminali più longevi della Campania. Il Clan Cava e il Clan Graziano esistono da quasi sessanta anni. I Pagnozzi sono sul campo da mezzo secolo. Un gruppo criminale che ha iniziato la sua storia con Gennaro, “il Giaguaro”, che era un contrabbandiere della provincia di Napoli. Poi il clan è stato capace di espandersi fino a diventare alleato gruppi criminali del casertano. Con figure come Domenico Pagnozzi in grado di imporsi come l’incontrastato boss di Roma”.

Nel ’90 questi gruppi criminali erano quasi ignorati dalla politica e dalle istituzioni.

“Un clamoroso errore. In quegli anni la camorra aveva un interesse particolare per Avellino, l’immediato hinterland e l’Alta Irpinia. L’usura, certo. E il racket, ma solo per i grandi appalti e agli imprenditori più importanti. L’Irpinia serviva soprattutto ad altro: a riciclare soldi sporchi. E negli anni ’90 ad Avellino sono state sequestrate due finanziarie direttamente riconducibili al boss Carmine Alfieri. Ma spesso questa terra, veniva usata anche come luogo ideale, per i latitanti. Una terra tranquilla dove potersi nascondersi dalle forze dell’ordine o dai clan rivali”. Ha raccontato Trapanese.

I clan di Avellino

“Alla fine degli anni ’90, Modestino Genovese incontra in carcere suo cugino Amedeo. Il primo è stato nelle fila della Nco e il secondo nella Nuova Famiglia, gruppo vincente di quella sanguinosa guerra di camorra. E’ allora, quel giorno, che è nato il primo clan tutto avellinese. Composto da persone originarie del capoluogo irpino e del ristretto hinterland. E’ allora che è stata scardinata per sempre, per chi ancora si intestardiva a crederci, la favoletta dell’Irpinia isola felice.

La provincia di Avellino diventa con il clan Partenio una zona da conquistare e sottomettere. Con metodi brutali che si ispirano al gruppo criminale delle “Teste Matte” di Napoli. Avellino – è stato ricordato da Trapanese – è stata sconvolta da omicidi, traffico di droga, i pestaggi, attentati.

“All’epoca – un anno dopo gli arresti – si è tenuto un convegno organizzato dal centrosinistra. Era nella Biblioteca Provinciale. C’era il procuratore nazionale antimafia, Grasso e il procuratore Laudati. Un parlamentare irpino riuscì ad andare oltre la definizione di “isola felice”. Disse che l’Irpinia e gli irpini erano geneticamente immuni alla criminalità organizzata. Avevo davanti a me il questore e il comandante provinciale dei carabinieri che si guardavano attoniti. Avevano da qualche mese arrestato una quarantina di persone indagati per associazione mafiosa. Si riusciva anche in quel periodo a sottovalutare una questione che era a dir poco evidente. Il problema era quel maledetto paragone con la malavita organizzata napoletana. Un altro errore. La camorra casertana è diversa da quella di Napoli così come da quella della Piana del Sele è diversa da quella dell’Agro Nocerino Sarnese e naturalmente da quella che si è sviluppata nell’Avellinese. Bisognava comprendere come la criminalità organizzata era cresciuta in questa provincia. Un discorso mai affrontato organicamente né dalle istituzioni, né dall’opinione pubblica”.

Prestiti usurai

“La camorra che è venuta fuori in questi giorni – continua Trapanese – è una camorra che ho definito a elevato potenziale, ma che non ha bisogno di sparare. Cresciuta dopo il crack economico del 2008. Chiedere le estorsioni non ha più senso. Se si fa pressione su un commerciante in crisi, quello chiude la saracinesca per sempre. Viceversa invece è una potenziale vittima dell’usura. Perché altrove quel negoziante – spesso è già troppo esposto con le banche – non otterrebbe i prestiti necessari per far sopravvivere la sua attività. I nuovi gruppi criminali hanno riferimenti in ogni quartiere. Non sono più capozona, ma prestano soldi a usura. Hanno il controllo completo di quel mercato. La forza del clan riesce a intimidire a tal punto le vittime da costringerle a fare di tutto per pagare. Loro prestano 10mila euro con il 10 per cento di tasso mensile. Le vittime devono pagare mille euro solo di interessi ogni trenta giorni. Un potere economico enorme. Questa criminalità ha sostituito le pistole con le cambiali e gli assegni”.

L’intervento si è focalizzato sulla differenza – da parte delle forze dell’ordine – nel modo di leggere certe situazioni: “Stavolta i carabinieri hanno capito subito cosa stava accadendo. Indagavano da quattro anni sul Nuovo Clan Partenio. Con il primo clan bisognerà aspettare le indagini sull’omicidio di Modestino Corrado. Questo dato deve rassicurare i cittadini. In questa inchiesta le vittime sono più difficili da individuare perché spesso sono vittime di fenomeni striscianti come l’usura. Ma non solo. Penso agli immobili svenduti all’asta e accaparrati da riferimenti della criminalità organizzata. Va segnalata poi l’estrema leggerezza di certa politica. Mi riferisco all’ultimo consiglio comunale tematico sui fatti di cronaca avvenuti in città. La soluzione ipotizzata da almeno due consiglieri comunali? Mazza e panella. Schiaffeggiare di più i figli per contrastare fenomeni articolati come la camorra. Senza senso”.

Il sindaco Raffaele Graziano

L’intervento di Generoso Picone si è focalizzato sull’aspetto storico dell’evoluzione dei fenomeni criminali: “Questa come nessun ‘altra provincia può essere definita un’oasi felice. Quello che accade oggi affonda la sua origine negli anni immediatamente successivi al terremoto. Perché in quel momento storico venivano fuori delle questioni catalogate come accidenti di percorso. Nel 1985, faticosamente, si tentò di far votare un comune. Quello di Quindici. Lì il sindaco Raffaele Graziano, aveva avuto – per così dire – dei problemi, ma la sua lista civica aveva una tale influenza sulla comunità da non far candidare altre persone. Per tre volte di fila. Un episodio che attirò l’interesse dei media internazionali. Fu organizzato un convegno in cui come relatori c’eravamo io ed Enrico Fierro, come giornalista de l’Unità. Poi il Pci si presentò e vinse la lista dei Graziano, la Torre, con il 65 pr cento”.

“Già allora – ha raccontato Picone – si diceva che l’Irpinia non fosse più un’isola felice”.

“Una camorra che si interessava del comparto agricolo e delle altre attività economiche caratteristiche di un territorio come il Vallo di Lauro. Nel 1975 Raffaele Graziano era in carcere quando venne eletto sindaco. Nella città di Avellino, sotto il carcere Borbonico, si svolse un carosello di auto per festeggiare quella vittoria. Solo dopo l’80, con un decreto dell’allora presidente della Repubblica, Sandfìro Pertini, si destituì il sindaco Raffaele Graziano che nel frattempo era diventato latitante”.

Generoso Picone ha ricordato un colloquio con un magistrato che gli aveva spiegato come i voti non puzzassero e per questo finivano per interessare alla criminalità organizzata. Oltre a non essere rifiutati da alcuni partiti politici.

L’interesse della camorra dopo il terremoto

“L’Irpinia ha voluto credere, per anni, che qui non fosse attecchita la camorra. Le variabili sono state offerte dalle contingenze. Con punti di contatto col presente sui quali richiamerei l’attenzione e consegnerei queste riflessioni al Centro Dorso per dare un senso all’incontro di oggi. Nel dopo-terremoto – ha continuato Picone – c’è stato un grande afflusso di denaro che ha comprensibilmente attirato l’attenzione della criminalità organizzata. L’Irpinia è diventata interessante. Intanto la politica ignorava il fenomeno perché, spesso, quegli stessi gruppi criminali erano una garanzia di consenso. Le dinamiche di carattere economico, anche quelle che si sono registrate dopo la grande crisi economica del 2008, hanno accentuato soltanto l’incapacità di produrre sana e corretta amministrazione e di mettere in campo elementi per arginare fenomeni di criminalità”.

L’attenzione del relatore si è focalizzata su quello che – viene definito – borghesia parassitaria, la stessa che vede nella politica una garanzia per tutelare certi interessi o convenienze.

“Col terremoto non solo si sono spesi tanti soldi, probabilmente male, ma sono andate in fumo tante idee e occasioni. Oggi abbiamo paesi vuoti. Ricostruiti male rispetto allo spirito dei luoghi. C’è un certo tipo di borghesia avellinese che ha alimentato delle idee e ne ha ignorato delle altre che invece avrebbero potuto diventare la bussola per un certo tipo di sviluppo. I ceti dominanti sono quelli che hanno succhiato i fondi del terremoto. Non per arricchirsi, ma per utilizzare convenienze derivate da una tragedia come quella del grande sisma del 1980”.

L’ultimo euro – per la ricostruzione – verrà erogato l’anno prossimo. Una vergogna”, l’ha definita Picone.

“Qui nel 1970 la camorra già c’era. Si sapeva, a volte si raccontava. Non si è riusciti a guardare nel passato. Tutto quello che accade oggi appartiene al terreno delle grandi occasioni perdute. Adesso si fanno i conti con ciò che resta. E cresce il fenomeno dello spopolamento. Dire isola felice è un mantra assolutorio dietro il quale nascondersi. Oggi ci troviamo di fronte a una città che non ha nessun senso, dove investono solo le persone che spuntano nell’inchiesta attuale. Ci sono stati anni in cui l’ipocrisia ha regnato sovrana. Anni che hanno contribuito a creare quella marginalità che oggi, purtroppo, caratterizza questa provincia”.

Ha poi concluso il presidente del Centro Dorso, Luigi Fiorentino. “Dopo aver ascoltato questi interventi – ha dichiarato – si sente ancora di più l’esigenza di avviare uno studio, aperto alla città e con il coinvolgimento anche di docenti universitari, per analizzare la situazione in tutti i suoi aspetti. Nel tentativo di fornire anche a chi governa questi territori uno strumento utile per comprendere, arginare e creare i presupposti per costruire un futuro”.

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