Avellino, schiave sessuali sottomesse con riti voodoo: i racconti choc

Avellino, schiave sessuali nigeriane costrette a prostituirsi anche con riti voodoo. I racconti choc e i dettagli dell'inchiesta della Dda di Perugia.

12' di lettura

Indice:

  1. Prostitute a Napoli, Perugia e Avellino
  2. Mafie nigeriane
  3. Donne nigeriane nei centri di accoglienza
  4. Mafia Nigeriana a Torino
  5. Tratta delle schiave
  6. Voodoo e viaggio dall’Africa in Italia
  7. Schiave del sesso per cinquanta euro
  8. I Riti Voodoo
  9. Madames e centri d’accoglienza

Schiave sessuali sottomesse coi riti voodoo dopo viaggi affrontati in condizioni disperate. Al di là del mare, in Italia, c’è l’illusione di una nuova vita. Quelle ragazze sono disposte ad aspettare quell’opportunità per mesi, in ghetti disseminati sulle coste libiche, fra stupri e pestaggi subiti dai carcerieri. Alcune di quelle donne, molte considerata l’età sarebbe giusto chiamarle bambine, sono destinate alla provincia di Avellino. E’ scritto nelle carte di un’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Perugia.

Prostitute a Napoli, Perugia e Avellino

Tre anni di accertamenti, dal 2014 al 2017, hanno permesso di scoprire l’esistenza di una associazione a delinquere che si occupava di far arrivare le ragazze in Italia. E di smistarle in centri di accoglienza fra l’Umbria e la Campania, in provincia di Avellino a Serino o a Benevento a Telese Terme. La selezione avviene in Nigeria. In Libia c’è l’imbarco. Viaggi su barconi fatiscenti, gruppi di passeggeri schiacciati come sardine, molti sono malati: scabbia o tubercolosi nel migliore dei casi.

Le “predestinate” si sottopongono a riti vodoo. Un patto sottoscritto, alla presenza di sciamani, mangiando interiora crude di gallina o bevendo sangue animale. Credenze ancestrali che sono ancora molto radicate nei piccoli villaggi africani. Le ragazze, per liberarsi dalle maledizioni, devono raccogliere il denaro. Tanto. Offrono l’unico bene che possiedono, il loro corpo.

Quelle donne segnate dalla paura non parlano mai. Preferiscono continuare a essere violentate, mutilate, torturate, piuttosto che confessare il nome di chi ha distrutto la loro vita per sempre. Questo perché temono la vendetta dei carcerieri. Spietati aguzzini che in Africa possono colpire le loro famiglie.

Mafie nigeriane

Gli inquirenti parlano da anni di mafie nigeriane. Anche se, spesso, le sentenze giudiziarie non le riconoscono come associazioni camorristiche. Gruppi criminali con numeri di affiliati in continua crescita, disponibilità di armi e mezzi capaci di competere con camorra e ‘ndrangheta. E’ uno spaccato sociale, oltre che giudiziario, quello che emerge dagli atti dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Perugia che si incrocia con Avellino.

Pochi giorni fa tre nigeriani sono stati condannati complessivamente a 34 anni di carcere per associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, assolti invece dalle accuse di riduzione in schiavitù e tratta di persone (tredici anni a Glory Osakpamwan, quattordici per Ernest Osakpamwan e sette anni, infine, per Bright Okuson). Un altro giovane africano è stato assolto. Il 23enne, difeso dall’avvocato Rolando Iorio, era stato intercettato a telefono mentre intratteneva alcuni contatti per “sistemare le ragazze”, proprio in provincia di Avellino. Dove il ragazzo lavorava. Per quelle accuse ha passato oltre due anni in carcere senza ricevere visite, eccetto quelle del suo legale. Il Pm aveva chiesto una condanna di tredici anni, ma una perizia telefonica ha dimostrato come non fosse lui quello ascoltato dagli investigatori.

Donne nigeriane nei centri di accoglienza

Negli atti d’indagine spunta proprio la provincia di Avellino. Dove c’è un sistema di integrazione che ha fallito. Centinaia di immigrati, dopo viaggi in condizioni proibitive, venivano divisi nei Cas. Centri di accoglienza straordinaria, soluzioni temporanee. Ma, in Italia, spesso lo straordinario diventa la norma. E così i migranti sono costretti a vivere ammassati in poche stanze, in condizioni di salute precarie mangiando cibo scaduto, mentre i gestori delle strutture truccano i fogli di presenza per ricevere più contributi. Lo hanno rivelato recenti inchieste della Procura di Avellino e di Benevento.

In questo scenario si fanno largo episodi inquietanti. Legati proprio alla tratta delle giovani donne che vanno a infoltire la schiera delle schiave del sesso a pagamento. Il reclutamento avviene grazie alle madames. Reclutatori e reclutatrici si presentano sulla porta dei centri di accoglienza. Sono “il fratello”, il “marito”, la “madre” dell’ennesima ragazza senza nome che sparisce. Nessuno fa troppe domande. Non si può obbligare quelle giovani a restare. Le donne – in provincia di Avellino – fornivano prestazioni sessuali per quindici o venti euro. Alloggiavano in case private, dove c’erano più ragazze controllate dalle madames. Nel 2017 sono arrivate in Italia 11mila donne nigeriane. Oltre la metà sono minorenni. I dati del Ministero dell’Interno, relativi al 2013, dicono che le ragazze nigeriane sbarcate in Italia erano 400. L’anno dopo 1500. Un aumento in continua crescita.

Mafia Nigeriana a Torino

I giudici di Perugia descrivono un’associazione che ricorda le due mafie nigeriane sgominate qualche anno fa a Torino. All’ombra della Mole gestivano droga e prostituzione ed erano capaci di imporre il controllo del territorio con metodi feroci e brutali. Il collega, Sergio Nazzaro, autore di approfondite inchieste proprio sulle mafie africane, definisce quei gruppi criminali «grandi organizzazioni internazionali, dai contorni paragonabili alle nostre mafie, che minaccia, sfrutta e uccide».

Eiye e i Black Axe, con i loro affiliati, combattono per strada con coltelli, machete e asce, oltre ad armi da fuoco. Una piovra capace di allungare i suoi tentacoli anche in Campania e perfino a Palermo.

Di violenza e paura sono intrisi i racconti delle donne ascoltate dagli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia di Perugia. Nel 2017 vengono ordinati gli arresti. La squadra Mobile, diretta dal magistrato Antonella Duchini, ha ricostruito il viaggio delle schiave del sesso dalla Libia fino in Italia. L’associazione a delinquere, si legge nelle carte, dopo aver «organizzato e procurato l’ingresso clandestino nella penisola italiana», si occupa di «gestire il loro viaggio dalla Nigeria alla Libia, il “parcheggio in ghetti”, la traversata su imbarcazioni fatiscenti e il trasferimenti finale nei centri di accoglienza».

Tratta delle schiave

Le ragazze vengono da famiglie poverissime della Nigeria. I reclutatori non devono fare un grande lavoro di persuasione. E’ sufficiente la promessa di una vita diversa al di là del mare. I soldi del viaggio lo offrono loro. Venticinquemila o trentamila euro.

“Come le restituisco?”. Chiedono le ragazze. Ci pensiamo noi, la risposta di chi sta rubando il loro il futuro. La promessa di lavori onesti, cameriere o commesse, qualunque cosa che possa garantire un’entrata sicura e la sopravvivenza delle loro famiglie. In Africa la vita costa meno, molto meno. In Italia c’è la triste scoperta. Il lavoro è quello di scendere in strada e vendere il proprio corpo per venti o trenta euro per ogni prestazione sessuale. Una, due, tre, cinque volte a notte. Se si rifiutano, arrivano gli schiaffi. Se le prestazioni sessuali non sono soddisfacenti, arrivano gli schiaffi. E poi il giorno successivo si ricomincia. Per mesi o anni. Se le madames non si stancano prima.

Voodoo e viaggio dall’Africa in Italia

Parla una delle vittime, finite in un’altra inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione in provincia di Catanzaro.

“Ho lasciato il mio paese e sono venuta in Italia per migliorare la mia vita e quella dei miei familiari rimasti in Nigeria, dopo aver accettato la proposta di chi mi aveva promesso un aiuto per raggiungere l’Italia. Dove mi avrebbero fatto trovare un lavoro legale, che mi avrebbe consentito di restituire gradualmente la somma di circa 5mila euro, che mi era stata anticipata per affrontare il viaggio e di guadagnare per aiutare economicamente i miei familiari».

L’obbligo del pagamento è imposto con la minaccia del rito vodoo. Un’intercettazione emblematica raccolta nell’indagine di Perugia: “Il dio vodoo ti vedrà… devi fare in modo che a tuo padre non gli deve succedere niente se tu vuoi bene ai tuoi genitori. Mi devi dire adesso quando e in che modo inizierai a pagare… ti daremo il nome dove mandare i soldi».

Torniamo al racconto della ragazza ascoltata dalla Procura di Catanzaro:

«E’ cosi che sono partita dalla Nigeria per giungere in una macchina guidata da Ifanyi fino in Libia, attraversando il Niger e il deserto. È stato un viaggio completamente diverso rispetto a quello che mi avevano prospettato: nel deserto sono stata violentata da altri nigeriani; durante una sosta in Niger ho saputo casualmente da un’altra ragazza nigeriana che il vero lavoro che avrei dovuto fare, una volta giunta in Italia, sarebbe stato quello della prostituzione».

In Libia la giovane donna rimane quattro cinque mesi. Devi offrire sesso ai carcerieri, altrimenti viene picchiata e lasciata senza cibo per giorni.

«Da questo campo libico ci hanno trasportato sulle coste e ci hanno fatto salire su una barca che è sbarcata in Sicilia. Subito dopo lo sbarco, sono stata identificata e portata prima in un centro di accoglienza in Sicilia e poi in un altro in Calabria. Appena sbarcata, sono riuscita ad avvisare mia madre per dirle che ero viva, ma ho avuto sempre grande vergogna di dirle ciò che mi era successo e il giro in cui ero finita… Giunta in Calabria, a Olivadi, con l’aiuto di un’altra ragazza accolta nel centro, ho contattato la madame al numero che mi aveva dato Ifanyi. Lei si è presentata come Elisa e mi ha detto che sarebbe venuto un signore di nome Osagie (detto Osas) a prendermi all’indirizzo del centro che le avevo dato. Dopo due giorni, è venuto Osas a prendermi per portarmi dal campo di Olivadi a casa sua a Lamezia Terme Sant’Eufemia».

Schiave del sesso per cinquanta euro

Da lì inizia il suo incubo. La ragazza viene portata in una casa dove ci sono altre donne che – su ordine dei carcerieri – si prostituiscono.

«Quando si fermavano i clienti avrei dovuto indicare due dita o tre dita, in segno di 20 o 30 euro. E’ stata lei ad andare a comprare i preservativi con i 5 euro che le ho dovuto dare. Lei mi ha dato il cellulare e mi ha detto che sarei dovuta scappare in caso fosse arrivata la Polizia e che, se mi avessero fermata, non avrei dovuto dire nulla».

Se non fa il suo dovere arrivano le botte. Tante.

«La prima sera non sapevo neppure come fermare le macchine. E’ stata Juliet Success a fermare un cliente per me e, dopo la fine del servizio, ho ricevuto la paga di 20 euro. Rientrata a casa, ho dovuto dare i soldi guadagnati dall’attività alla moglie di Osas che ha sgridato me e Juliet Success perché eravamo rientrate troppo presto, e Juliet Success le ha detto che avevamo fatto rientro prima perché c’era la polizia nella zona. Preciso che non distinguendo bene i luoghi, non mi ero neppure accorta dell’accaduto».

«Il giorno – continua – dopo siamo andate a prostituirci a domicilio da due ragazzi che ci hanno dato 50 euro. Tornate a casa Juliet Success, ha consegnato questi soldi alla moglie di Osas. Sono rimasta a casa anche perché faceva freddo e mi vergognavo. La moglie di Osas mi ha detto che avrei dovuto portare i soldi a casa se volevo mangiare e vivere. Le sere ero costretta a uscire per andare a prostituirmi nel parcheggio. Le prime volte non riuscivo, mi vergognavo e i clienti non si fermavano. Rientrata a casa, lei mi diceva che non avevo lavorato bene e non mi faceva mangiare e mi diceva che se non avessi lavorato, non mi avrebbe fatto rimanere lì e avrei passato grossi problemi».

I Riti Voodoo

Per capire come funzionino i rituali voodoo è utile leggere un’intervista rilasciata, ai colleghi de Il Post, da Stefania Massucci, coordinatrice del servizio di identificazione e Referral di On the Road, associazione che si occupa di diritti umani e civili in Abruzzo, Marche e Molise.

Il rituale voodoo o juju è fatto da uno sciamano o medico nativo. Per il rituale, oltre alle interiora di animali, vengono utilizzati pezzi di unghie, vestiti, capelli o peli pubblici mescolati a gocce di sangue delle ragazze con altri farmaci che le giovane devono bere. Si tratta di un rito che impone un legame indissolubile fra le ragazze e le associazioni che le sfruttano.

Spiega la Massucci: «Il rito alcune volte viene fatto in Italia. Con il rito voodoo e il giuramento la ragazza si impegna a restituire una somma di denaro che attualmente varia tra i 25 mila e i 30 mila euro».

Madames e centri d’accoglienza

Le gravidanze indesiderate non sono un problema. Negli atti – della Procura di Perugia – si fa riferimento a un episodio avvenuto a dicembre del 2016. Una delle ragazze resta incinta. Un problema da non sottovalutare, ma non è la prima volta. I carcerieri sanno che fare. Alla giovane viene somministrato un farmaco con degli alcolici. Un mix potenzialmente letale. Non c’è nessun medico a supervisionare il consumo. L’unica garanzia è l’esperienza degli aguzzini. La ventenne ha dolori addominali lancinanti. Perde del sangue e c’è una naturale espulsione del feto. Problema risolto.

L’inchiesta è nata quasi per caso. Una delle ragazze, una delle tante sul quale può contare il gruppo criminale, ha un forte litigio con la madame. Arrivano gli schiaffi. La giovane scoppia in lacrime e riesce a scappare dall’appartamento. Va dritta in Questura, a Perugia. E racconta tutto. I poliziotti, dopo aver capito che si tratta di una minorenne, individuano l’abitazione del racconto. E trovano le altre ragazze. L’inizio di una indagine che li porterà a scoprire un’associazione che aveva contatti fino in Libia. Iniziano le intercettazioni. Centinaia. Fascicoli pieni di prove fino agli arresti. E le condanne.

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