Avellino, strage bus: ecco per chi quell’intercettazione può cambiare tutto

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L’intercettazione sul manager di Autostrade, Paolo Berti, può innescare un terremoto. E avere un ruolo decisivo nel processo d’Appello per la strage del bus di Acqualonga ad Avellino che, nel 2013, è costata la vita a quaranta persone.

Dopo la trasmissione di atti giudiziari da Genova al capoluogo irpino. Nelle intercettazioni Berti «manifesta il proprio disappunto per essere stato condannato ad Avellino, lamentandosi che avrebbe potuto dire la verità e così mettere nei guai anche altre persone».

Il suo interlocutore lo invita a “stringere un accordo col capo”: Autostrade ha definito inverosimili eventuali accordi con l’ex amministratore delegato, Giovanni Castellucci. Oggi pronto a dimettersi da Altantia. I pm liguri e – probabilmente – anche quelli campani la pensano diversamente. Le possibili ipotesi di reato vanno dall’intralcio alla giustizia, al favoreggiamento, fino a corruzione di testimone. Ipotesi – è chiaro – tutte da provare.

Strage bus Avellino, per il gip il manager ha mentito al processo

Ma quell’intercettazione su Berti può essere decisiva non solo per la Procura di Avellino. Fra gli imputati condannati c’è chi, in Appello, è pronto a chiedere la revisione della pena. E, probabilmente, puntare il dito contro Autostrade. A partire da Gennaro Lametta, proprietario del bus, che si è schiantato contro i guard-rail del viadotto di Monteforte Irpino, mentre alla guida c’era il fratello Ciro. L’avvocato, Sergio Pisani, è pronto a dare battaglia, anche prendendo spunto dalle nuove intercettazioni.

L’ indagine sui “report aggiustati”, relativi ad alcuni viadotti, è inquietante perché fa emergere una prassi consolidata: analisi su infrastrutture vitali volutamente sottovalutate e interventi strutturali non adeguate. Una serie di episodi che – per i magistrati – non rappresenterebbero più una catena di errori, ma un patto preciso fra più protagonisti.

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