Avellino, quell'uomo solo morto nel Mercatone

Avellino. Tre anni fa moriva Angelo Lanzaro. Il racconto di quella mattina e quella testimonianza.

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“Un uomo morto nel Mercatone”. La segnalazione l’avevamo raccolta per caso. Nei corridoi dell’ospedale Moscati, dopo esserci fermati a parlare con un dottore. Amiamo chiacchierare, dovunque andiamo. Una deformazione professionale che asseconda una predisposizione naturale spiccata. Eravamo al Moscati per seguire i vigili del fuoco fra i reparti dell’ospedale. Era il 6 gennaio, come oggi, di tre anni fa. Ci siamo fiondati all’esterno. Abbiamo preso l’auto dirigendoci verso il Mercatone. Il tragitto non lo ricordiamo: se la strada era trafficata o meno, se in auto abbiamo detto qualcosa di importante. Di certo abbiamo avvisato la redazione. Il resto del percorso è ammantato da una nebbia fitta. In una giornata i cui contorni sono vividi.

L’auto l’avevamo fermata in piazza del Popolo. Ci eravamo incamminati verso Largo Ferriera. Pochi metri più avanti c’era un’ambulanza parcheggiata, una delle ruote era sul marciapiede. Una fermata di emergenza. La segnalazione era giusta. Ci eravamo sporti da una balconata a guardare il Mercatone. Una gigantesca groviera di cemento, piena di negozi abbandonati, popolata da senzatetto e writer che hanno preso possesso di un’ala dell’edificio.

C’erano delle luci blu, assomigliavano a fantasmi che si aggirano senza sosta al secondo piano. Sì, la segnalazione era proprio giusta. Avevamo spostato la transenna di metallo di fronte a noi, uno degli ingressi del Mercatone. L’avevamo usata tante volte, un po’ come l’armadio descritto da C.S. Lewis, ma al di là non c’è nessuna Narnia. Solo il colossale fallimento di una delle mega-opere, promosse da una politica dagli annunci ipertrofici irrorati dai fondi pubblici, non sorrette da idee di sviluppo sensate. Non c’entrano con Avellino, ma nessuno se n’è accorto. E chi se n’è accorto è stato zitto o non ha urlato abbastanza.

Da qui in poi i verbi usati sono al presente. Una scelta che ci sembra legittima. Quei ricordi sono attuali. Vogliamo che lo siano. Non possiamo raccontarla in un altro modo, non oggi. In quel giorno, in quel sei gennaio.

Come pattinatori maldestri ci incamminiamo lungo un serpentone di cemento rosso ricoperto da una sottile patina bluastra. Il ghiaccio rende un’impresa colossale percorrere pochi metri. Non abbiamo le scarpe adatte. I calzini sono già inzuppati. Il freddo ci sale nelle ossa. Di fronte a noi c’è un cumulo di rovi e rampicanti che si incrociano e creano un arco naturale. Qualche spina si incastra nel giubbotto e del tessuto viene via. Allunghiamo la mano, ci pungiamo, liberiamo la lana che si è incastrata nelle piante. Sbuchiamo dall’altro lato. Fiatone. Piccole nuvole intorno alla bocca. Freddo polare. Lo stesso freddo che ha ammazzato l’uomo nel Mercatone. Giubbotti blu scuro. Polizia. Riconosciamo il volto di qualche agente, anche loro ci riconoscono. Non ci fanno allontanare, ma si rimane in silenzio.

Il corpo dell’uomo morto è stato portato fuori dall’alloggio in cui viveva. Uno dei box abbandonati. Un tempo era una pescheria o un negozio di scarpe, questa mattina è una tomba. Al centro del locale c’è il materasso su cui dormiva Angelo Lanzaro, 43 anni. E’ un luogo sporco. Puzza di rancido. Un essere umano non dovrebbe dormire lì dentro. Neppure il peggior nemico dovrebbe vivere lì, lo pensiamo più volte. Quel buco è stipato di roba: giornali, riviste con le pagine sgualcite, cartoni. Molti sono accatastati contro le pareti incrostate di sporco. Un tentativo di combattere il freddo. Ci si affida a quei cartoni e alla fantasia. In quel box c’è anche una stufa elettrica, ma non ci sono prese. Si fantastica, appunto, sul fatto che quella stufa possa funzionare.

Si fantastica sul tepore di una stanza accogliente, sul Natale trascorso con i bambini e il resto della famiglia, sul lavoro che purtroppo ritornerà monotono dopo le feste. Di una vita normale, però, l’esistenza di Angelo non ha nulla. E’ un uomo solo che non sa chiedere aiuto e quando lo fa non viene ascoltato. Mesi prima di morire, attraverso i microfoni di Telenostra, con dignità Angelo ha ricordato al giornalista Ottavio Giordano il suo dramma. Angelo non ha un lavoro e una casa. Ha detto che ha bisogno di aiuto. Ottavio Giordano è accanto a noi, piange come un bambino. Non è riuscito a salvare Angelo. Non lo dice, ma probabilmente lo pensa.

Abbiamo i brividi. Questa volta non è per il freddo. Quel lenzuolo bianco che copre il corpo di Angelo lo abbiamo visto altre volte. Qualche mese prima ne è stato posato uno identico su un anziano che si è lanciato dal terzo piano. Un salto nel vuoto e poi lo schianto sordo sull’asfalto. In centro città. Quella volta intorno al corpo c’era una folla. Qualcuno si era fatto largo sgomitando e aveva scattato anche qualche foto. Che strano, avevamo pensato, l’attrazione morbosa della morte. Questa mattina, al Mercatone non c’è nessuno a scattare foto. Nessun richiamo. Nessun feticismo della morte. Anche nell’ultimo giorno di una vita da ultimo, Angelo Lanzaro è un uomo solo.

“Erano giorni che Angelo era strano – ribadisce un compagno di sventure, Sergio, anche lui vive dove capita – Angelo era più magro. Mangiava a fatica. Più volte gli ho detto mangia qualcosa che ti fa bene. Ma niente, lui si era lasciato andare”.

Angelo e Sergio avevano diviso lo stesso dolore, forse qualche speranza, qualcuna di quelle fantasticherie. Lo avevano fatto anche la sera prima. Si erano divisi una sigaretta. Poi il giorno dopo Angelo non si era svegliato. Se n’era andato per sempre. Da solo, come aveva vissuto.

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