Campagna elettorale e social: ecco cosa hanno sbagliato i candidati



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Mai come questa volta l’utilizzo delle tecniche di social media sui social network sono state tra le leve trainanti della comunicazione elettorale per chi aspira ora a divenire primo cittadino del capoluogo irpino. Il canale più utilizzato è stato Facebook che oggi conta (dato di maggio 2019) 34.8 milioni utenti attivi al mese in Italia. Una piattaforma che, oltre ad aggregare persone ed informazioni, diventa sempre più un generatore di servizi collaterali con una maggiore attenzione verso la privacy e con un maggior controllo (da parte degli utenti) dei contenuti che si condividono. Ma questa è un’altra storia su cui deve cimentarsi l’impresa che vuol comunicare bene sull’infrastruttura firmata Zuckerberg. In questo caso, invece, tentiamo di compiere un asettico esercizio analitico su come i due candidati hanno inteso raccontarsi (storytelling) su Facebook. Un’analisi ad ampio raggio, ad alta quota, che cerca semplicemente di cogliere i tratti salienti del percorso fatto.

Cosa è andato bene

Il primo dato sotto gli occhi di tutti è un attento presidio del corner quantitativamente importante per entrambi. Segno di una palese volontà a poter e a voler trasmettere i propri messaggi comunicativi alla community social. Tra i formati più utilizzati nell’esprimere i propri contenuti c’è il visual con in pole position il video: altra inclinazione meritoria nel rendere più fruibili i concetti da dire, umanizzando (nel contempo) il “brand”. In pratica, dando un volto fisico a chi comunica: aspetto che piace tanto agli utenti social perché spezza il filo della diffidenza e crea senso di appartenenza. Abbiamo assistito, da un lato, a soluzioni visive realizzate ad hoc con una sapiente regia tecnica mediante un preciso storyboard. Dall’altro a dimostrazioni live che hanno fatto vivere una interessante (almeno questo è l’augurio) social experience all’utente. Terzo dato di rilievo giunge sul fronte Facebook ADS. Tutti hanno realizzato un piano editoriale composto, non solo da contenuti organici (non a pagamento), ma anche da sponsorizzazioni per rafforzare il raggio comunicativo di determinati post. Sembrerebbe, inoltre, (quarto elemento che fuoriesce) che i due corner si siano studiati vicendevolmente, analizzando l’uno la mossa dell’altro, partorendo così anche dei contenuti specifici in risposta alla varie esigenze comunicative maturate durante questo tragitto.

Cosa è andato storto

Fin qui le note positive. Passiamo a quelle un po’ meno buone. Lasciamo stare gli eventuali fenomeni di troll che inficiano l’etica comunicativa. Concentriamoci, invece, sul fatto che ogni buona comunicazione aziendale (anche quella di un personal branding) va fatta su una pagina. E non su un profilo personale. Sono due entità completamente diverse e che vanno tenute disgiunte. Replicare lo stesso contenuto su questi due universi (distanti tra loro) non amplifica il messaggio (come si penserebbe). Produce, di contro, un overload di contenuti che rischierebbe, nel tempo, di essere accolto non sempre favorevolmente dalla cerchia di utenti legati al profilo personale (soprattutto se poi gli stessi amici del profilo personale si ritrovano a far parte della fanbase della pagina). Il limite di un profilo è anche di valenza tecnica. Edifica una barriera enorme che ostacola non poco le performance comunicative sulla piattaforma Facebook. Una brandpage consente di avere una community più ampia, di analizzare (importantissimo) le metriche dei post (funzionali a comprendere se l’azione di content strategy sta andando bene o male rispetto ai propri obiettivi) e di poter fare sponsorizzazioni basic ed avanzate. Senza dimenticare i BOT della messaggistica. In più una pagina agevola, in alcuni casi, il lavoro del social media specialist perchè consente al professionista, laddove vi sia la possibilità, di programmare i post ad orari stabiliti. Appunto i post. Ci vuole un piano editoriale per affrontare al meglio una campagna di comunicazione con queste caratteristiche. Va definito un obiettivo e quindi un tronco di contenuti in linea con lo scopo madre da raggiungere. Questo non vuol dire che la strategia di content non debba essere flessibile ed elastica all’occorrenza. Ma si tratta di innesti che vanno, come dire, impiantati su un corpo contenutistico primario che deve raggiungere il goal comunicativo prefissato a monte. In alcuni casi, sembrerebbe che questa identità sia venuta a mancare, dando spazio più ad un piano editoriale random, senza un apparente filo logico. Storture che però, ad onor del vero, sono state in parte corrette durante la vita comunicativa dei due pretendenti alla carica di sindaco.

Dove si può migliorare

La cosiddetta umanizzazione del brand è il terreno su cui si è giocata spesso la partita della comunicazione elettorale. Un aspetto positivo, come detto. Tuttavia la persone sui social si sono stancate dei contenuti visual stock. Praticamente delle immagini o video “perfetti”, cuciti ad arte. Insomma preparati in studio in ogni minimo dettaglio, senza errori. Questo non vuol dire aprire le porte all’improvvisazione. Mai. Però gli utenti sono sempre più abituati ed invogliati ad interagire con contenuti percepiti come naturali. Che parlano al cuore. Amano di più l’ “imperfezione”, la genuinità (e non l’informazione costruita ad arte) perché essa è sentita come qualcosa di raggiungibile, di domestico che può essere toccata con mano. Fattori che aumentano l’engagement ed il livello di dialogo. E sul dialogo c’è da evidenziare una cosa. Siamo ancora lontani da far comprendere che i social sono dialogo e che dunque una pagina facebook non può essere considerata come un’esclusiva cassa di risonanza dell’azienda o del personaggio che comunica. Troppo facile pubblicare un post e non presidiare le eventuali interazioni. E soprattutto non trarre da esse ulteriori stimoli o idee utili ad affinare, migliorare, rettificare (perché no) il proprio impegno per la città. Parliamo di un punto di ascolto a tutti gli effetti. Così come lo si fa offline (per le strade, piazze e quartieri) lo si può e lo si deve fare anche in questo universo. Altrimenti diventa una comunicazione arida, un binario unico che annoia. Diciamolo in generale, bisogna puntare a rendere la persona co-partecipe della vita d’impresa. Mettere l’utente al centro della social experience. Ma non è questo il senso che tradizionalmente dovrebbe muovere un’azione governativa su base locale?. Beh, oggi è possibile farlo anche con i social. Parliamo di un innesto. Un altro elemento da aggiungere per ottenere il consenso.

Per Info & Contatti: stefano.belfiore1@libero.it – 3471191458

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