Videoreporter in trincea: la bomba non mi ha fermato

Carmine Benincasa: videoreporter Fanpage in trincea
6' di lettura

“Quando minacciano la tua famiglia, non riesci mai a superarlo davvero. E hai paura. Grazie a chi mi vuole bene, sono andato avanti. Ho deciso di fare il videoreporter per raccontare la verità”. Carmine Benincasa, 26 anni, collaboratore di Fanpage.it, con alle spalle servizi di forte eco mediatica come quelli girati all’indomani dell’attentato terroristico alla stazione di Bruxelles nel 2016 o del terremoto di Amatrice, ci racconta il suo lavoro. E ci spiega cosa vuol dire essere un videoreporter oggi. I rischi che si corrono e i segreti per cercare di emergere in un universo sempre più intasato di cliché.

Carmine Benincasa

Carmine, come hai iniziato il lavoro di videoreporter?

“Avevo diciotto anni. E per il Corriere del Mezzogiorno ho raccontato le primarie del Pd a Cava dei Tirreni, filmando alcune irregolarità. Ho dato i miei documenti a un amico e poi a una ragazza di quattordici anni. Hanno entrambi votato a mio nome. E nessuno si è accorto di nulla. Quel servizio è stato ripreso anche da grandi testate nazionali, come Panorama: una bella soddisfazione”. (Questo è il link alla pagina Facebook di Carmine per vedere tutti i suoi video-servizi e scoprire di più su di lui)

Perché hai scelto il video come strumento di comunicazione?

“Perché avevo paura di non essere creduto. Avevo bisogno di uno strumento che non potesse essere smentito”.

Come è arrivata la chiamata per il lavoro di videoreporter a Fanpage?

“Avevo inviato il mio curriculum, ma non pensavo di essere chiamato. Poi mi è arrivata la mail: colloquio fissato. Non ci sono andato”.

Una febbre improvvisa?

“No, degli attentati terroristici. Due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles e uno alla metropolitana. Più di trenta morti e trecento feriti. Sono partito subito per il Belgio, dove mi sono filmato mentre entravo nella stazione. Il giorno dopo l’attentato, senza che nessuno mi fermasse. Poi ho contattato il direttore Francesco Piccinini, di Fanpage. Hanno messo il servizio in apertura di sito. E’ stata una grandissima soddisfazione. Lì è iniziata la mia avventura con Fanpage che continua ancora oggi”. (Se questo articolo ti sta piacendo, usa i pulsanti social per condividerlo e seguirci. A te costa un attimo, ma ci aiuterebbe a crescere molto)

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Cosa ti ha dato una collaborazione con una realtà editoriale così affermata?

“Fiducia, la cosa più importante per ragazzo. Mi sono trovato “lanciato per strada” in servizi complicati. Ho filmato brogli elettorali, con giornalisti affermati. E altre situazioni a limite. Purtroppo, proprio la fiducia è una componente che manca nei giornali locali. Ultimi avamposti del vero giornalismo. Dove, spesso, nonostante i rischi personali, si racconta la verità. E si svolge un’attività di denuncia sociale. Io, quando giro un servizio, contatto sempre il giornalista o i giornalisti locali: sono loro che hanno le fonti e che conoscono il territorio a menadito. Ma, spesso, i giovani purtroppo non trovano lo spazio che meritano nei giornali locali. Ed è inspiegabile secondo me”.

Finto clochard si sente male nell’indifferenza (Uno dei primi servizi di Carmine)

Carmine, come si compone l’attrezzatura di un videoreporter? 

Viaggio con uno zaino, nemmeno troppo grande. All’interno, fra le altre cose, ho un drone, una go pro, una videocamera per i video a 360° e un pc”. (L’intervista continua a pagina 2 per facilitare la lettura da smartphone. A pagina 2 Carmine spiega come ha superato le minacce a lui e alla sua famiglia e a quali progetti sta lavorando adesso).

Come funziona il lavoro di videoreporter per Fanpage: tu ti occupi delle sole riprese?

Scelgo l’argomento, pianifico il servizio, effettuo le riprese e il montaggio. Spesso mi occupo anche del trailer da lanciare sui social network. Un prodotto fondamentale oggi per promuovere il proprio lavoro”.

A causa del tuo lavoro sei stato vittima di alcune intimidazioni. All’indomani dell’inchiesta Blody Money di Fanpage, un’esplosione ha gravemente danneggiato il bar della tua famiglia. Come si superano episodi simili?

Non li superi. Tutti abbiamo visto il film Fortapàsc (sulla morte del giornalista Giancarlo Siani). E ci siamo detti di voler fare i giornalisti veri. Ma quando quando vieni minacciato tu e, soprattutto la tua famiglia, vai in crisi. Non sapevo se continuare. Le persone che mi hanno minacciato, in quei momenti, hanno vinto perché ho avuto paura. Ma poi sono andato avanti. Anche se non sono un incosciente. Rischio, ma quando ne vale la pena. Quando sono stato minacciato, mi ha aiutato molto la vicinanza delle tante persone che mi hanno dato i loro attestati di stima”.

Riesci a vivere con questo lavoro?

“Sì, grazie a Fanpage: il videoreporter è il mio lavoro”.

Cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

“Non ascoltare i giornalisti più adulti della tua città, soprattutto quando vogliono stroncarti. Ricordarti che sei solo: senza amici ma nemmeno nemici. E, poi, porti molte domande. Scavare e trovare sempre la verità”.

Come videoreporter di Fanpage ne hai viste tante, quale progetto ti piacerebbe realizzare oggi e perché?

“Raccontare chi è sfuggito alla morte e quindi il fenomeno dell’emigrazione, ma non in modo convenzionale. Raccontare cento, duecento voci. Un’abitudine, una storia, un luogo particolare. Recentemente abbiamo infiltrato un migrante in un campo di pomodori gestito da caporali, filmando tutto. E’ venuta fuori una realtà diversa da quella che immaginavamo. Peggiore, ma diversa. Ecco: questo significa scavare e cercare la verità. Ed è quello che mi auguro di continuare a fare”. (Se ti è piaciuto consiglia l’articolo sui social network con i pulsanti social in basso e seguici)

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