Biagio Cava, storia di un boss tra due stragi

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C’è un silenzio che racconta più di tante parole il boss Biagio Cava, uno dei camorristi simbolo della malavita irpina. Ed è il silenzio assoluto, totale, ma denso di dolore, con il quale al telefono, nel carcere di Nizza, risponde a chi gli dà una notizia che avrebbe spezzato il cuore di ogni padre. Era il 26 maggio del 2002. Da Quindici gli comunicano che in un agguato a Lauro, quel pomeriggio, sono morte la figlia Clarissa, di appena sedici anni, la sorella Michelina e la cognata, Maria Scibelli. Mentre l’altra figlia, Felicetta, è rimasta gravemente ferita. Al cellulare Biagio Cava ascolta, ma non dice una parola. Non c’è una imprecazione, neppure un sospiro. Tiene tutto dentro, in quella cella, lontana mille chilometri dalla sua terra. Non può far nulla, né vedere le sue ragazze. E neppure sedare il dolore con la vendetta. Come ha già fatto troppe volte. Ma soprattutto, quel silenzio racconta anche una lacerante impotenza: non ha potuto far nulla per evitare la strage. Per difendere le sue donne dalla furia omicida dei suoi rivali di sempre, i Graziano.

Biagio Cava, storia di un boss tra due stragi
Biagio Cava

Biagio Cava e le due stragi

Gli investigatori sapevano di quel cellulare. Hanno deciso di lasciarlo nelle mani del boss, con la speranza di intercettare qualcosa di utile. Magari anche per prevenire la prevedibile risposta dei Cava a quella strage. Invece niente, zero. Solo il dolore muto di un padre.

La vita criminale di Biagio Cava è segnata da due stragi. La prima, quella di Scisciano. Era il 21 novembre del 1991. Per anni c’è stato il sospetto che uno dei killer fosse proprio Biagino. Vennero massacrati, Eugenio Graziano, già sindaco di Quindici e astro nascente del clan rivale, il cugino Vincenzo e Gaetano Santaniello. L’esecuzione in un garage. Un agguato studiato nei minimi dettagli.

Biagio Cava, storia di un boss tra due stragi
La strage delle donne

L’altra strage, è stata anche l’ultima risposta dei Graziano per i fatti di Scisciano, quella del 26 maggio del 2002. La strage delle donne, delle sue donne. Per quel massacro finirono in cella i genitori di Eugenio Graziano, Luigi Salvatore e Chiara Manzi, e il fratello, Antonio.

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Una strage e la risposta. In mezzo altre decine di morti, da una parte e dall’altra. Per una delle faide più sanguinose della Penisola. Dove si sono incrociati i (forti) moventi familiari e le strategie di due clan della camorra su fronti contrapposti: i Cava, vicini alla Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, dei Fabbrocino e dei fratelli Russo (gli ultimi due alleati storici della famiglia quindicese). E i Graziano, storicamente legati (la storia del capoclan Raffaele Graziano è emblematica), alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo.

Trenta proiettili per massacrare suo padre

Tra le stragi, ci sono almeno due episodi che hanno segnato la carriera criminale di Biagio Cava. Il primo il 14 ottobre del 1995, quando in contrada San Teodoro, a Quindici, suo padre Vincenzo venne ucciso con trenta colpi di pistola. Tutti esplosi alla testa. Eravamo in redazione quella sera. Ci avvisò il colonnello dei carabinieri, Chirico. Poche parole: hanno ucciso Vincenzo Cava, padre di Biagio Cava. Siamo arrivati sul posto poco dopo le 23. Un telo bianco sul corpo dell’anziano. Con i carabinieri che scuotevano la testa: “Un accanimento senza precedenti, un odio tribale”. Per quel delitto sono finiti sotto processo, Felice Graziano e Antonio Graziano ‘o sanguinario, poi coinvolto nella strage delle donne. Quella sera i sicari risparmiarono altre due persone, un uomo e sua figlia: erano insieme a Vincenzo Cava. In cambio del silenzio. E infatti, non hanno mai parlato.

Biagio Cava, storia di un boss tra due stragi
Biagio Cava dopo l’arresto a Nizza

Il tentato sequestro di Giggino Graziano

Il secondo episodio, è il clamoroso tentativo di rapimento di Luigi Salvatore Graziano. Il 4 maggio del 2000. Un commando travestito da carabinieri, e su ordine di Biagio Cava, bussò alla porta del capoclan dei Graziano: siamo del’Arma, c’è un provvedimento d’arresto per lei. Il sequestrò fallì perché il vecchio boss aveva capito che quelli di fronte a lui non erano carabinieri. Iniziò a dimenarsi (riuscendo anche a liberarsi delle manette, false come le divise), e a chiedere aiuto. Intervennero anche la moglie, Chiara Manzi, e i due figli, Antonio e Adriano (oggi considerato l’elemento di spicco del clan). I vicini lanciarono l’allarme. Dalla stazione dei carabinieri arrivò una pattuglia. I sicari riuscirono a bloccare i due militari. Ma ormai il sequestro era fallito.

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La cattura nella villa bunker

L’ultimo arresto di Biagio Cava il 17 ottobre del 2006. Era in una villa bunker. Ed era pomeriggio, intorno alle 15. Un orario insolito per i blitz delle forze dell’ordine. Lì c’erano gli agenti della squadra mobile di Avellino (per anni sulle tracce del boss), e i colleghi di Napoli. Ma in casa c’era anche un elettricista, che aveva lasciato il cancello del bunker aperto. Gli investigatori sono entrati con grande facilità, la primula rossa della camorra irpina (e uno dei criminali più ricercati d’Italia), tentò la fuga disperata nelle campagne circostanti. Ma l’abitazione era circondata.

Stava per andare a New York

L’arresto precedente il sette febbraio del 2002 (pochi mesi prima della strage di Lauro). Cava venne catturato a Nizza, su segnalazione della squadra mobile di Avellino (all’epoca diretta da Vincenzo Raimo). Il boss era all’aeroporto, stava per imbarcarsi su un volo per New York. Agli investigatori disse: sono un imprenditore. Frase che ha ripetuto in più occasioni.

Modestino Genovese? Non lo conosco

Biagio Cava è morto a 62 anni (il 29 novembre del 2017), era uscito da poche settimane dal carcere di Opera, per le compromesse condizioni di salute (problemi al cuore e un tumore al cervello). E’ stato molto più di un killer, soprattutto per la capacità di costruire alleanze, in particolare con la camorra nolana. Il suo è stato il clan più influente in Irpinia, con propaggini anche sul capoluogo. Si parlò all’epoca di contatti con il clan Partenio, anche se in una delle intercettazioni dal carcere di Nizza rispose a un suo interlocutore: “Modestino Genovese (il capo del clan avellinese ndr) dice di conoscermi? Non so chi sia…”.

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