Artisti e creativi

Brizé: col mio film volevo scatenare la rivoluzione e sono arrivati i gilet gialli

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«La mia speranza è che l’opera d’arte crei movimento nel mondo, mi addormento ogni notte con questo pensiero. E speravo quindi che In Guerra contribuisse ad alimentare una rivoluzione. Mi piace pensare che quello che sta accadendo in Francia, la rivolta dei gilet gialli, sia almeno in parte dovuto anche al mio film». Stéphan Brizé è un regista schierato, chiaro. Racconta nei suoi film, in particolare nell’ultimo e nella Legge di Mercato, la rabbia degli operai contro le scelte di un capitalismo senz’anima. Lo fa con uno stile quasi documentaristico, capace di condurre lo spettatore nel cuore delle lotte operaie. Combattute con slancio e convinzione, quasi con eroismo, ma inevitabilmente votate alla sconfitta.

DI COSA PARLIAMO: I gilet gialli sono un gruppo di protesta emerso dal nulla, grazie a Facebook, che ha bloccato le strade di Parigi. Nati per protestare contro l’aumento delle tasse sul gasolio, i gilet gialli hanno presto inglobato chi è critico verso il governo del presidente Emmanuel Macron.

L’artista francese, nato a Rennes, ha ricevuto il premio Pier Paolo Pasolini durante la 43esima edizione del Laceno d’Oro, e poco prima ha tenuto una masterclass al Godot Art Bistrot di Avellino. Un appuntamento che è l’ideale continuazione della masterclass tenuta dal pluripremiato regista russo Aleksey German Jr.

IL REGISTA IN BREVE: Stéphane Brizé è un regista, sceneggiatore e attore francese. Ha partecipato al Festival di Cannes 2015 con il film “La legge del mercato”. Protagonista è l’ attore Vincent Lindon che ha vinto il premio come miglior attore. Lindon è stato definito da Brizé il suo incontro più importante.

«Il cinema francese ha raccontato storie operaie, ma era tanto, tanto tempo che non accadeva più. C’è stato un vuoto interminabile, rotto proprio  con  La legge di mercato. L’uscita del film ha provocato una reazione incredibile, inattesa. Il film è stato visto ovunque, mi hanno invitato lavoratori e sindacati. Questo mi ha fatto comprendere ancora di più e ancora meglio, il lungo silenzio del cinema francese sulla condizione degli operai. Un segno non certo positivo. E’ stata anche questa esperienza a spingermi a fare un film come In Guerra, mi ha offerto la possibilità di aprire una finestra sulla comprensione su questi temi e raccontare la sofferenza di queste persone. Facendo questo film ho finalmente dato la parola anche a mio padre e mia madre. E a tanti altri che vivono a hanno vissuto una condizione difficile, ma troppo spesso dimenticata».

Nei suoi ultimi film, infatti, oltre alla critica radicale al capitalismo (che chiude anche fabbrica in attivo), ci sono riferimenti non certamente positivi alla stampa.

«Nei miei film – aggiunge Brizé – i personaggi sono spesso silenziosi. Ma In Guerra il protagonista prende la parola, si autorizza a parlare. E nel film parlano tutti molto bene. Gli operai, i padroni, i politici. Ma non si comprendono».

«Il mio cinema è una esperienza organica, fisica, devo provare e far provare emozioni. Il senso del mio lavoro è proprio quello, emozionare il pubblico. E quell’esperienza fisica la provo anche sul set, se una videocamera non è posizionata nel modo giusto, lo avverte anche il mio corpo».

«Ho speso un bel po’ di euro in psicanalisti per costruirmi una difesa rispetto alla disillusione sul valore degli ideali dell’uomo. Non bevo, non mi drogo, conduco una vita normale. Ma c’è una frase, pronunciata da una governante in Mademoiselle Chambon (film del 2009),  che è la chiave per affrontare la disillusione e guardare alla vita nella giusta prospettiva: la vita non è bella, né brutta. E’ importante capire che non esistono solo il bianco e il nero, ma tante altre sfumature».

«Come creo le emozioni nei miei film? Costruire delle storie è come realizzare una macchina, bisogna seguire dei principi meccanici. Con quelli puoi fare una Punto o una Ferrari. Esiste un procedimento, ben definito. Bisogna essere umili, sapersi adattare a quei principi che già duemila anni fa erano stati individuati da Aristotele. Quando guardo il video di un film che mi piace, vedo scena per scena e prendo nota. Mi serve per capire come l’autore ha mosso quei meccanismi capaci di suscitare al pubblico emozione».

Importante per Brizé l’incontro con il suo attore feticcio Vincent Lindon (in una vecchia intervista il regista ha dichiarato: se fossimo una coppia nella vita saremmo fantastici).

«Molto casuale. Stavo cercando un attore per Mademoiselle Chambon, volevo un interprete piuttosto giovane e virile. Ma in Francia questa tipologia è assente, se sono giovani troppo spesso non sono virili. Per questo avevo contattato Pierfrancesco Favino. Ci siamo incontrati e lui s’era detto molto contento di partecipare al film. Poi, a quattro mesi dall’inizio delle riprese, senza dirmi nulla, è partito per gli Stati Uniti. Ha scelto Hollywood, o meglio: ha preferito fare una particina in un film di Ron Howard. E così mi sono rivolto a Lindon. Ed è stato un incontro che mi ha cambiato la vita. Devo dire grazie a Favino e grazie a Howard. Gli attori sono spesso chiamati a scegliere: meglio il protagonista in un film d’autore o una parte di secondo, terzo piano in una grande produzione Usa? Favino ha scelto Hollywwod. Lindon ha detto no a Tarantino. E siamo tutti contenti così».

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