Catastrofe climatica unica emergenza: dovremmo preoccuparci

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Sempre più spesso, soprattutto negli ultimi mesi, si fa un gran parlare di cambiamento climatico, di desertificazione, di scioglimento dei ghiacciai e, più in generale, di una catastrofe climatica che sembra inarrestabile e irreversibile.

Ne siamo a conoscenza da anni, conseguenza dell’eccessiva industrializzazione e di un inquinamento che ha minato nel profondo l’ecosistema del nostro pianeta, ma solo ora ci stiamo accorgendo che bisogna fare qualcosa.

E mentre gli scienziati di tutto il mondo si affannano a calcolare quanti anni ci restano prima che ogni sforzo diventi vano, ci sono ancora leader mondiali che non credono nell’esistenza di questa catastrofe ambientale e continuano a comportarsi come se nulla fosse.

Abbiamo pochi anni

Bruciando più carbone, aumentando le emissioni di anidride carbonica, eliminando i controlli sull’inquinamento e distruggendo intere foreste.

Ma la situazione è davvero fin troppo chiara, ed è cieco solo chi non vuol vedere.

Abbiamo pochi anni.

C’è chi dice 12, 7 o anche 3. Per attuare una svolta, un cambio di marcia forte e radicale nelle nostre abitudini, nei modi in cui utilizziamo le risorse del nostro pianeta, nelle modalità con cui inquiniamo ed espelliamo le sostanze di scarto.

Bisogna ridurre le emissioni di CO2, e per farlo bisogna smettere di usare il carbone ed il petrolio come principale fonte di energia.

Bisogna ridurre le emissioni di CO2, e per farlo, bisogna ridurre il consumo di acqua e delle altre risorse naturali deperibili.

Bisogna ridurre le emissioni di CO2, e per farlo, bisogna ridurre l’inquinamento relativo ai mezzi di trasporto e quello legato alla produzione di cibo, in primis la carne.

La crescita della qualità della vita

Viviamo in un pianeta dove negli ultimi decenni la qualità della vita è cresciuta a ritmi pazzeschi.

Centinaia di milioni di persone in tutto il mondo sono uscite dalla soglia di povertà, ed altrettante sono entrate a far parte della classe media, della cosiddetta piccola borghesia.

Una classe sociale formata da impiegati, dipendenti, insegnanti, commercianti.

E che hanno in comune, in ogni parte del mondo, a dispetto delle distanze siderali che li dividono, abitudini e comportamenti estremamente simili.

Molti appartenenti alla classe media, in tutto il mondo, hanno una villetta unifamiliare con giardino.

Hanno almeno due macchine ed una seconda casa. Non sono vegani e viaggiano abitualmente per turismo in aereo.

Può cambiare qualcosa nei vari Paesi del mondo, ma lo stereotipo della classe media, americana e non solo, è questo.

L’aumento della ricchezza ha aumentato l’inquinamento

Da una breve analisi del loro piccolo mondo ne risulta che la famiglia media della borghesia dei nostri giorni ha un impatto ambientale molto superiore a quello che dovrebbe essere, per una giusta coabitazione sulla Terra, e enormemente maggiore rispetto a quello che solo 30 anni fa la stessa famiglia media aveva.

Ovviamente questo significa che l’aumento del benessere e della ricchezza negli ultimi anni ha portato si, tanti benefici alle persone e alle loro vite quotidiane, ma ha danneggiato il nostro pianeta.

Perché tutti vogliono vivere una vita comoda ed agiata, ma i comfort, almeno finora, non sono stati complementari ad un’etica ambientale e di salvaguardia del posto in cui viviamo.

Da ormai diversi anni si sta facendo una grande opera di sensibilizzazione e di educazione al rispetto ambientale, al riciclo, al minor consumo possibile, a scelte ecosostenibili e soprattutto ecocompatibili. Dalla casa ai mezzi di trasporto, dal cibo ai vestiti.

Cambiamenti climatici, si agisce solo insieme

È e sarà sempre di più nei prossimi anni il vero tema da affrontare.

La questione da discutere e dibattere nei bar e nelle piazze.

Il problema da risolvere perché, al momento, non c’è un’altra soluzione.

E, come ogni altro grande problema nella storia dell’umanità, c’è un solo modo per farlo.

Insieme.

Solo cooperando e collaborando, nei piccoli paesi e nelle grandi città, nelle nazioni del Nord e del Sud del mondo, solo mettendoci d’accordo e spingendo tutti verso la stessa direzione, forse, riusciremo a farcela.

Ma i tempi sono davvero stretti e finora solo l’Unione Europea ha dato una spinta forte verso la soluzione del problema.

Senza considerare le perdite economiche che tali scelte avranno per i cittadini europei, ma concentrandosi solo sulla salvezza del nostro pianeta e, quindi, della nostra specie.

Non si è potuto apprezzare lo stesso slancio ed il medesimo impegno in altre parti del mondo, tutt’altro.

12, 7 o 3 anni. A questo punto importa davvero poco. L’unica cosa che conta è sapere che la catastrofe climatica esiste ed è iniziata già da tempo. Sta a noi, adesso, a tutti noi, decidere in quale direzione vogliamo andare.

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