Camorra Capitale: “Così Pagnozzi gestiva droga ed estorsioni”

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Una camorra capace di penetrare nel tessuto economico e sociale di Roma e condizionarlo attraverso l’uso sistematico e quasi “scientifico” della violenza. Le oltre trecento pagine della sentenza, con cui la Corte d’Appello di Roma ha condannato a più di due secoli di carcere ventiquattro persone legate ai napoletani della Tuscolana di Domenico “Mimì” Pagnozzi, finiti nell’inchiesta Camorra Capitale, restituisce il quadro di un capoluogo romano permeato a ogni livello dal fenomeno malavitoso. Roma diventa il crocevia di uno spaccio imponente di stupefacenti regolato da patti precisi fra i clan che si spartiscono il territorio in un equilibrio garantito dai vertici di quelle associazioni.

Quella “capacità di condizionamento” unita al “riconosciuto spessore criminale” che più volte i giudici attribuiscono a proprio a Domenico Pagnozzi, capo dell’omonimo clan della Valle Caudina. Un carisma e una ferocia che si traducono in un tipo di gestione del mercato degli stupefacenti ai quali i Romani non sono abituati.

Droga: la violenza di Pagnozzi

Le intercettazioni fotografano la paura diffusa perfino fra i pusher che lavoravano con Pagnozzi, spesso a disagio nel dover applicare le “punizioni” con le quali il clan colpiva i cattivi pagatori, quelli che la droga erano abituata a prenderla a credito.

Una prassi consolidata nella capitale che Pagnozzi, ferrato nelle dinamiche che regolano il mercato campano degli stupefacenti, reputa inaccettabile. “A Napoli non funziona così”, dice il boss in un’intercettazione, “mi meraviglio che sta funzionando così. Hai capito?”. E l’organizzazione, che può contare su contatti potenti a Roma come quelli di Michele Senese da Afragola, finisce per imporre le sue regole anche lontano dalla Campania.

Proprio l’amicizia fra Pagnozzi e Michele ‘o pazzo’, amico di quel Massimo Carminati che, secondo quanto emerso dalle indagini dell’inchiesta ‘Mafia Capitale’, teneva i contatti con gli ambienti della politica romana che conta, permette al boss della Valle Caudina di conquistare uno spazio di primo piano nel mercato della droga e in quello del gioco d’azzardo.

I napoletani della Tuscolana

Una zona di influenza, quella del clan Pagnozzi, che si estende fra l’area Sud di Roma e il quartiere Tuscolano. Dove non sono ammessi sconfinamenti. Perfino il numeroso e feroce clan degli zingari, “I Casamonica”, che si sono mostrati al mondo con lo sfarzoso e pacchiano funerale del loro capostipite Vittorio nel 2015, temono i napoletani della Tuscolana. E per gli inquirenti proprio l’arresto di Pagnozzi e di esponenti di spicco del suo clan ha evitato una feroce ritorsione contro i Casamonica a causa di questioni legate a una partita di droga finita male.

La capacità di persuasione della cosca campana, nella vita della capitale, è resa ulteriormente rilevante dalla particolare e rarefatta geografia criminale capitolina, cristallizzata da una frase del procuratore capo presso il tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone, alle spalle trent’anni di lotta alla mafia divisi fra Palermo e Reggio Calabria: “Non si può certo affermare che Roma sia una città mafiosa come molte città del Sud, dove un’unica organizzazione esercita il controllo quasi militare del territorio. Ma è un errore anche più grave negare l’esistenza di significative presenze mafiose”. E così, nonostante a Roma non manchino i gruppi criminali autoctoni o trapiantati (siciliani e calabresi), Pagnozzi riesce a ritagliarsi il suo spazio. E perfino a modificare quelle regole non scritte che ne influenzano le dinamiche più rilevanti.

Ci pensa “Mimì occhi di ghiaccio”

Nelle intercettazioni – citate nella sentenza – ad affiliati alla sua organizzazione è sufficiente citare il nome di “Mimmo” o di “Mimì occhi di ghiaccio” per incutere timore nei pagatori più reticenti e convincerli a non denunciare le estorsioni subite.

Non stupisce allora di vedere un uomo a cui hanno appena bruciato l’auto del figlio, per un prestito non restituito, mostrarsi reticente di fronte agli inquirenti infarcendo le sue dichiarazioni di “non so” e “non ricordo”. O il proprietario di un night romano, in debito per 200mila euro con uomini vicini al clan di Pagnozzi, “cedere” senza troppe resistenze il possesso del locale per non incorrere in ritorsioni.

Ai membri del clan – ribadiscono i giudici – spesso è sufficiente far riferimento a “un’ambasciata di Mimmo’, un incontro, per ottenere l’effetto desiderato, che si tratti della riscossione di un grosso credito o di un altro tipo favore.

Il “sistema” del clan Pagnozzi

Il sistema Pagnozzi non si basa solo su una applicazione della violenza, a scopo intimidatorio, ma poggia sulla capacità di mediare con i gruppi criminali rivali e di mantenere un equilibrio che permette al clan di proteggere e far prosperare i propri affari, che si tratti di droga, gioco d’azzardo o usura.

Quanto mantenere questo “equilibrio’, conti per il vertice del clan, emerge da un’altra intercettazione in cui Pagnozzi si mostra preoccupato, per delle intemperanze che vedono protagonisti dei gruppi criminali nella sua zona e dice: “Ci dobbiamo aiutare fra di noi, ma che ha fatto la fine di Napoli qua?”. La “migrazione” da Napoli a Roma, come si evince dalla sentenza, era nata proprio per allontanarsi dalla caoticità e dalla violenza del contesto napoletano che rischiava di sovraesporre la figura del boss della Valle Caudina, già “osservato speciale” delle forze dell’ordine. E a Roma i metodi del gruppo criminale hanno trovato un “humus” fertile in cui attecchire e svilupparsi.

L’applicazione di una violenza sistematica per gestire il traffico della droga, contatti rilevanti con membri di spicco di altri sodalizi criminali, oculatezza nella gestione dell’organizzazione interna dei membri dell’associazione, un attenzione mai davvero evaporata per le questioni che avvengono in Campania dove basta una telefonata in cui si cita “Mimmo” per evocare ritorsioni del clan e assicurare la pace, rappresentano le fondamenta del solido sistema edificato da Pagnozzi.

Nei segreti romani del clan Pagnozzi

Un altro aspetto che riassume la capacità del clan di imporsi a Roma è la disponibilità di mezzi ai quali si fa riferimento nella sentenza. Non solo bar e altri locali, che facevano da sede per gli incontri dei membri di spicco dell’associazione, ma anche numerose auto sportive e una fitta rete di utenze intestate a persone che, spesso, vivevano lontano dall’Italia. E’ il caso di un numero utilizzato proprio da Domenico Pagnozzi, riconducibile a una donna tedesca. Precauzioni che mostrano l’intelligenza del boss irpino, un tentativo di non “dare nell’occhio”, che spesso viene vanificato da chi gli è intorno e spende il nome del boss per risolvere le questioni più diverse. A partire dal mercato della droga.

Le tre magistrate della Terza sezione della Corte D’Appello di Roma Cecilia Demma, Maria Luisa Paolicelli e Silvia Castagnoli, scrivono in proposito che “Pagnozzi esprimeva il suo potere decisionale a monte di ogni transazione di stupefacenti”, pur “senza alcuna ingerenza in dettaglio non addicendosi al suo ruolo, di vertice”. Quella presenza e quello spessore criminale che hanno contribuito a fare in pochi anni, di “Occhi di Ghiaccio”, uno delle personalità di spicco della malavita romana, tanto da imporre il suo sistema come riferimento per altri gruppi criminali che volevano emularne le “gesta”.

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