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Annullato il mega sequestro di beni al boss Cesarano, storico alleato del clan Cava

3' di lettura

Annullata la mega confisca di beni del boss Domenico Cesarano. Meglio noto come Mimmo ‘o Pezzaro, braccio destro di Mario Fabbrocino e storico alleato di Biagio Cava, il capoclan di Quindici.

I giudici della Cassazione, seconda sezione penale, presieduta dal giudice Mirella Cervadoro, hanno annullato il decreto emesso il cinque aprile dello scorso anno dalla Corte d’Appello di Napoli (ottava sezione). Al boss erano stati confiscati beni per diversi milioni di euro. I magistrati avevano ritenuto fossero stati fittiziamente intestati dal boss ai figli Rocco, Felice e Mafalda, alla moglie Maria Grazia Innarella, alla nuora Rita Annunziata e al genero Antonio Nunziata.

Ville prestigiose e conti correnti

Si tratta di molti immobili, tra ville prestigiose e appartamenti. Tutti tra Palma Campania, San Gennaro Vesuviano e Capo Rizzuto. Oltre a tre terreni, due società per la produzione e il confezionamento di articoli di abbigliamento, sette conti correnti, azioni, due polizze sulla vita e quattro automobili.

Le rivelazioni di pentiti eccellenti

I sequestri erano stati richiesti dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli sulla base delle rivelazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Tra loro spiccano i nomi di Carmine Alfieri (ex capo indiscusso della Nuova Famiglia), Salvatore Giuliano (storico boss di Forcella), i fratelli Fiore e Luigi D’Avino (boss di Somma Vesuviana).

I giudici di primo e secondo grado hanno ritenuto che i beni sequestrati fossero frutto – senza alcun dubbio – delle attività criminali di Mario o Pezzaro. Personaggio di rilievo nella camorra campana a partire dagli anni ’90, e pluricondannato per reati di camorra. La tesi degli inquirenti era che i familiari di Cesarano – tutti incensurati – fossero degli intestatari fittizi. Una tesi che avrebbe poi trovato riscontro nelle tante condanne a carico del boss. Ma che è stata respinta dai giudici di Cassazione.

La Suprema Corte ha accolto i rilievi degli avvocati difensori, Sabato Saviano, del foro di Nola e Carmine Danna, del foro di Avellino, con l’importante contributo – reso davanti ai giudici della Corte di Cassazione – dall’avvocato Dario Vannetiello del foro di Napoli.

I magistrati romani hanno condiviso le argomentazione del collegio difensivo e ritenuto che si deve procedere a un nuovo giudizio davanti alla Corte d’Appello di Napoli.

L’arrestato nella casa vacanza a Capaccio

Una decisione che consente ai familiari del boss vesuviano di nutrire fondate speranze sulla restituzione del patrimonio sequestrato.

L’ultimo arresto del boss risale al giugno del 2014, quando venne ammanettato dai carabinieri, a Capaccio, dove si trovava in vacanza con la moglie. Era latitante da tre mesi. Doveva scontare una pena definitiva a undici anni e quattro mesi di reclusione per associazione mafiosa ed estorsioni aggravate.

Quando Cesarano si è nascosto in Irpinia

Non era la prima latitanza di Mimì ‘o pezzaro. Infatti il 20 gennaio del 2010 venne arrestato a Lacedonia. Sempre dai carabinieri. Si era allontanato nel 2009 dalla casa lavoro di Castelfranco, in Emilia. I militari lo ammanettarono alle prime luci dell’alba. Il boss stava dormendo. In casa con lui alcuni familiari. All’epoca venne anche denunciata la proprietaria dell’appartamento.

Un cartello in stile mafia siciliana

Negli anni ’90 Mimmo Cesarano, insieme a Biagio Cava, Biagio Bifulco, Peppe Serino e i fratelli Pasquale e Savatore Russo, sotto l’egida di Mario Fabbrocino, hanno costituito uno dei cartelli più potenti della camorra campana. Una organizzazione molto simile alla mafia siciliana. Capace di condizionare la politica, scegliere o controllare sindaci, amministrazioni, mercati e attività produttive. Oltre a servire calcestruzzo in tutti i cantieri.

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