Silvana, il suicidio davanti al figlio e l’inferno nel carcere di Bellizzi

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Il tentato suicidio di una detenuta nel carcere di Bellizzi non può che riportare alla mente la storia di Silvana Giordano, che a 26 anni, si impiccò in una cella davanti al figlio di due anni e mezzo.

Era il maggio del ’98. Sono passati 21 anni, eppure quella vicenda si ripropone di continuo. Una ferita mai rimarginata. Anche perché gran parte delle ragioni di quella tragedia sono rimaste irrisolte. Nelle celle, oggi come allora, e forse oggi peggio di allora, si vive in condizioni molto lontane dal decente. Detenuti ammucchiati, costretti a condividere la vita in pochi metri quadri. Situazioni igienico sanitarie al limite. E a Bellizzi, bambini rinchiusi con le madri. Fino a tre anni. A guardare lo stesso pezzettino di cielo dietro le sbarre.

Una ex detenuta ci raccontò che aveva vissuto per tre anni con il suo bambino in carcere. Ora il ragazzo ha dodici anni, ma trasaliva angosciato ogni volta che sentiva cancelli e porte che si aprivano o chiudevano.

La tragedia di Silvana

Silvana si uccise impiccandosi a un lenzuolo. Lo aveva legato al letto. Suo figlio stava dormendo, era l’alba. Ma il rantolìo della madre lo svegliò. Le vigilanti lo trovarono in lacrime accanto al corpo della madre.

Non capiva cosa era successo. Non poteva.

Quel suicidio resta per molti un mistero. La ragazza sarebbe uscita dopo qualche mese. Non aveva nessuna apparente ragione per farla finita. Non in quel modo. Non davanti al figlio. L’unica motivo per dare una parvenza di senso a quel gesto disperato è sempre rimasta la stessa: il carcere. La vita dietro quelle sbarre.

Silvana era molto bella. Si disse che non riusciva a contenere le continue avances di altre detenute. Era una voce, una tra le tante. La verità, se pure c’era una verità da cercare, non venne mai fuori.

Vietate il carcere ai bambini

La sua morte impressionò l’opinione pubblica. Tante le interrogazioni parlamentari. Il deputato sannita Alberto Simeone, scomparso tre anni fa, propose una legge per mettere fine a quello sconcio dei bimbi in cella. Erano tutti d’accordo. Talmente tanto convinti che quella norma avrebbe dovuto essere emanata che oggi i bimbi vivono ancora dietro le sbarre. Fino a tre anni. Con l’unica differenza – e aggravante – che in venti anni le condizioni nelle prigioni italiane sono molto peggiorate: le strutture sono sempre più vecchie e il sovraffollamento è diventato una regola.

“Fateli marcire in galera”

I suicidi in carcere, gli atti di autolesionismo, le malattie psichiatriche, sono un dramma accertato. Con numeri da brivido. Eppure resta tutto avvolto in un silenzio tombale. Come se chi ha sbagliato e ne sta pagando le conseguenze non avesse comunque diritto almeno a vivere con dignità. Senza dover subire una pena nella pena.

Ma non ci sorprende. Nell’epoca della politica sotto forma di like, niente è più impopolare delle ragioni di chi è in carcere perché ha commesso reati. E i politici – molti, ormai – ripetono spesso come un mantra a ogni episodio di cronaca: prendetelo e fatelo marcire in galera. Beh, non vi preoccupate, in carcere si marcisce davvero. E se qualcuno pensasse ancora che le prigioni dovrebbero essere il luogo dove recuperare chi ha commesso degli errori, può scordarselo. E’ solo l’inferno. E non c’è nessuna intenzione di trasformarlo in purgatorio.

Nonostante Silvana e tanti e tante che come lei non hanno più visto il cielo.

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