C’era una volta a… Hollywood, capolavoro di Tarantino. E Pitt – DiCaprio…

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Finalmente un film di Tarantino da promuovere in pieno.
Chi scrive non nega di aver sempre avuto un atteggiamento di diffidenza e sospetto verso Quentin Tarantino, vuoi per la violenza pura e gratuita che egli metteva con piacere fino agli inizi degli anni 2010, vuoi per aver sempre rubato a mani basse senza vergogna da grandi maestri del cinema, specie italiano.

Questa volta però sembra essere arrivato finalmente anche per lui il film della maturità artistica e soprattutto tecnica; e forse è un bene che non ci sia più la Miramax di Harvey Weinstein a produrgli i film, bensì la britannica Heyday Films di David Heyman, già noto per aver prodotto la fortunatissima saga cinematografica di “Harry Potter”. I sette minuti di applausi ricevuti a Cannes questa primavera lasciano sperare in un introito superiore ai 400 milioni di dollari.

L’ultimo film di Tarantino è un immenso omaggio alla Hollywood che fu

Tarantino tuttavia riprende degli elementi già visti in “Bastardi senza gloria” e “The hateful eight”: storia ucronica e lanciafiamme per il primo, il genere western per il secondo. Il tutto si traduce in un immenso “film-omaggio” alla Hollywood che fu, in un anno importantissimo per l’America e per il cinema americano: il 1969. Quell’anno infatti rappresenta il momento di picco del movimento hippy in ambito socio-culturale per gli Stati Uniti e l’anno decisivo del passaggio dal vecchio studio-system esistente dagli anni ’40 al nuovo movimento cinematografico della New Hollywood con il film “Easy Rider” di Dennis Hopper. 

Molti attori quindi si trovano spaesati e confusi sul futuro della loro carriera, come succede al protagonista Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) che vive una crisi di identità che annega nell’alcool. Lo stesso vale per il suo amico fraterno Chris Booth, controfigura e factotum di Dalton che entra ed esce di galera e prova la droga del momento: l’LSD, dichiarata illegale in California proprio nel 1969.

In C’era una volta… Hollywood Tarantino ha rinunciato alla componente splatter per dare vita a una commedia con accenni drammatici

Sono tutti elementi che messi insieme danno il mix giusto al finale ucronico e distopico, che addirittura risulta essere addirittura un lieto fine. Nelle due ore precedenti la sequenza finale che ribalta i reali avvenimenti storici, sta però la vera essenza del film: una continua fotografia  della Hollywood che fu, con gli ultimi film western, le insegne di noti marchi, i drive-in che cominciano a svuotarsi in favore del definitivo boom della televisione
Tarantino ha voluto infatti ricorrere il meno possibile alla CGI, per valorizzare da una parte il realismo dell’impianto scenico e scenografico e dall’altra per rientrare nei limiti del budget, comunque stimato in circa 96 milioni di dollari, solo di costi di produzione. Anche la componente splatter, tanto cara a Tarantino, sparisce quasi del tutto e il film può infatti tranquillamente definirsi una commedia con accenni drammatici in poche e isolate scene.

La vera bellezza del film di Tarantino risiede nella fotografia e nella scenografia: è stata ricreata in maniera perfetta l’epoca, il 1969

Quando è così i primi due elementi che sanno di vera bellezza sono la fotografia e la scenografia. La fotografia è complementare al linguaggio metacinematografico e metatelevisivo che il regista vuole mostrare e Robert Richardson dà il massimo sfruttando tutti i formati su pellicola: dall’8 mm Kodak Ektachrome in bianco e nero al 35 mm Kodak Tri-X 500T, passando per il vecchio 16mm televisivo.

Inizialmente si era previsto di girare il film in 70 mm, ma anche per motivi di budget Tarantino ha dovuto rinunciare al superformato già visto in “The hateful eight” optando per il classico Panavision 35 mm. Tuttavia in alcune sale selezionate il film è stato proiettato in 65 mm subendo quindi il cosiddetto “inflation process”, motivo per cui il rapporto d’immagine della pellicola è un gradevolissimo 2.39:1.

La scenografia curata da Barbara Ling è però il vero capolavoro dei comparti tecnici del film: basandosi su vecchi filmati e fotografie la Ling e il suo staff hanno ricreato in maniera certosina Hollywood Boulevard e Cielo Drive nel quartiere di Bel-Air in una città come Los Angeles dove il paesaggio architettonico cambia radicalemente a distanza di pochissimi anni. Anche l’uso di alcune auto d’epoca perfettamente in linea con l’anno di ambientazione del film regalano un’emozione in più.

La colonna sonora è quasi interamente composta da straordinari pezzi di quel periodo

Altro elemento interessante è la quasi totale assenza di musiche originale: perché infatti comporre ex novo una colonna sonora quando negli anni ’60 c’erano già le canzoni dei Mamas & Papas, Vanilla Fudge e Simon & Garfunkel, giusto per citarne qualcuno? Scelta molto intelligente che si sposa alla perfezione con l’ambientazione del film.
In definitiva, “C’era una volta a…Hollywood” è un film a due velocità. Gli addetti ai lavori possono coglierne i dettagli fin dalle prime battute, ma lo spettatore potrebbe aver bisogno di rivederlo almeno un paio di volte, ma sicuramente con piacere perché la coppia DiCaprio-Pitt è veramente esplosiva.

Regia 8

Sceneggiatura 7

Fotografia 9

Montaggio 7

Soundtrack 8

Scenografia 10

Costumi 7

Make-up 8

Media 8

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