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Che succede se rifiuto il trasferimento

Che succede se rifiuto il trasferimento, quali sono le conseguenze e quando si può contestare la richiesta dell’azienda.

di The Wam

Aprile 2023

Che succede se rifiuto il trasferimento? È possibile dire no al datore di lavoro, e quando? Ma anche cosa si rischia, quali sono le conseguenze e quando un trasferimento è contestabile? (scopri le ultime notizie su bonus, Rem, Rdc e assegno unico. Leggi su Telegram tutte le news su Invalidità e Legge 104. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

INDICE

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Vediamo insieme cosa dice la legge, partendo da un presupposto, che indica un po’ la linea guida su una materia particolarmente delicata: il dipendente, proprio perché dipendente, è obbligato a eseguire le richieste del datore di lavoro.

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Lo segnala anche il codice civile. Questo non significa che l’azienda può disporre come vuole del lavoratore, anzi. Però il dipendente, anche di fronte a un ordine di servizio che non ritiene legittimo, deve comunque eseguire quello che gli viene chiesto (quindi anche un eventuale trasferimento), nel frattempo può ricorrere in giudizio per far rispettare i propri diritti.

Ovvero: un giudice può sovvertire la decisione del datore di lavoro, non il dipendente.

Come deve dunque comportarsi il lavoratore e quali procedure attivare se non si vuole accettare il trasferimento a un’altra sede di lavoro?

Su questo argomento può interessarti un articolo sul trasferimento del lavoratore con la 104 (cosa sapere); vediamo anche cos’è il vincolo di permanenza; e infine quando e se si può dire di no al trasferimento.

Che succede se rifiuto il trasferimento, cosa dice la legge

Lo abbiamo accennato nel paragrafo precedente: il lavoratore non può rifiutare il trasferimento. Potrebbe farlo solo se la richiesta del datore di lavoro fosse chiaramente illegittima e metta a rischio la sicurezza e la salute del dipendente.

Lo stabilisce l’articolo 1460 del Codice Civile, che impone al lavoratore di non poter rifiutare in automatico la prestazione lavorativa: «Il rifiuto è contrario alla buona fede».

Ad avallare questa disposizione anche diverse sentenze della Cassazione. L’Alta Corte ha ribadito: il lavoratore non può interrompere la prestazione lavorativa, ha diritto di opporsi rivolgendosi al giudice. Ma, appunto, nel frattempo deve accettare l’eventuale trasferimento.

Sarà quindi successivamente il magistrato a decidere se la richiesta del datore di lavoro rientra nei canoni della legittimità.

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Che succede se rifiuto il trasferimento, quando può dire no

In linea di principio conviene dunque al lavoratore non rifiutarsi. Potrebbe farlo solo in presenza di violazioni palesi del datore di lavoro. In particolare quando la decisione dell’azienda oltre a ledere la buona fede (che è un elemento base del rapporto dipendente/datore di lavoro), mette a rischio gli interessi primari del lavoratore (salute, sicurezza).

Si mettono a rischio, ad esempio, gli interessi primari, quando si trasferisce un disabile che ha serie difficoltà a raggiungere la nuova sede di lavoro o è titolare della Legge 104 (per sé o per un suo familiare).

Se il dipendente decide comunque di dire no alla richiesta dell’azienda, deve farlo motivando il rifiuto (deve avere dunque una giusta causa).

Può opporsi al trasferimento anche la lavoratrice in  gravidanza. Può dire di no anche il lavoratore se la nuova sede di lavoro si trova a più di 50 chilometri dalla sua abitazione o è raggiungibile in più di 80 minuti con i mezzi pubblici. In questo caso il lavoratore può rifiutare il trasferimento dando le dimissioni per giusta causa. Il che significa che avrà diritto a percepire l’indennità di disoccupazione.

Che succede se rifiuto il trasferimento, conseguenze

Non è dunque consigliabile interrompere la prestazione lavorativa per il rifiuto a trasferirsi (come detto, è preferibile ricorrere al tribunale). Le conseguenze possono essere diverse. L’azienda potrebbe avviare un procedimento disciplinare nei confronti del dipendente. Ma non solo, in molti casi si può andare oltre e procedere con un licenziamento per giusta causa.

Che succede se rifiuto il trasferimento, come si contesta

Prima di contestare un trasferimento il lavoratore deve valutare con attenzione queste circostanze:

la prima cosa da fare è chiedere un consiglio a un avvocato del lavoro o a un sindacato per verificare qual è la strada migliore da intraprendere (anche per evitare o aggirare rischi);

valutare con attenzione le ragioni che hanno spinto l’azienda a imporre il trasferimento (è legittimo, è motivato), e anche la sua situazione lavorativa;

a questo punto il lavoratore può rivolgersi a un giudice, presentare il ricorso, e chiedere di accertare se il trasferimento sia o meno legittimo;

non interrompere la prestazione lavorativa fino a quando il tribunale non ha preso una decisione.

Che succede se rifiuto il trasferimento
Nella foto una donna dice no al trasferimento

Che succede se rifiuto il trasferimento, conclusione

E quindi, il lavoratore che rifiuta il trasferimento rischia di essere licenziato, anche se ritiene illegittima la richiesta dell’azienda perché non sarebbe basata su ragioni tecniche, produttive e organizzative.

Il trasferimento può essere contestato e impugnato davanti al giudice. Si può utilizzare la procedura d’urgenza e continuare a lavorare presso la nuova sede di lavoro in attesa che il giudice si pronunci.

Se il lavoratore ritiene che il trasferimento sia troppo gravoso è preferibile trovare una soluzione che gli consenta di assentarsi in modo legittimo, evitando così temporaneamente lo spostamento in una sede diversa.

E infine, la lavoratrice in gravidaza, il lavoratore con la 104 (per sé stesso o per assistere un familiare), o infine il lavoratore trasferito in una sede a più di 50 chilometri dalla sua abitazione, possono dire no alla richiesta del datore di lavoro.

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