Cineforum Zia Lidia Social Club: recensioni e trailer

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Da sedici anni il cineforum dello Zia Lidia Social Club è uno dei riferimenti fissi per tutti gli amanti di cinema di Avellino. La rassegna di quest’anno, oltre a presentare importanti film d’autore (nella sala coro del Gesualdo), propone tre capolavori del cinema di animazione (al Tilt), omaggi a tre grandi della cinematografia di sempre (al Circolo della Stampa), e ben nove incontri con “La voce dell’autore”, al Movieplex e al Partenio). Una proposta culturale davvero significativa. Si aggiunge a tante altre iniziative che restituiscono la fotografia di una città che continua ad avere – nonostante tutto – una sua evidente vitalità.

Questo il programma del cineforum dello Zlsc. Partiamo con il cinema d’autore.

Alla Sala Coro del Teatro Gesualdo

Domenica 17 febbraio. 120 battiti al minuto. Regia di Robin Campillo

“Campillo, che ha collaborato alla sceneggiatura di Entre les murs, fa suo il metodo di ripresa utilizzato da Cantet per le scene in classe: tre camere che permettono di cogliere il particolare senza interrompere la fluidità dell’insieme, lasciando agli attori la possibilità di liberare le loro interpretazioni accordandole agli umori generali. E, a partire da questi momenti assembleari, che fanno quasi da sceneggiatura working progress, si strutturano poi le varie scene “esterne”, le manifestazioni, le azioni di disturbo, fino ai momenti di intimità e ai picchi drammatici. Alla fine sono proprio le interpretazioni degli attori a risaltare, soprattutto quelle di Nahuel Pérez Biscayart e Arnaud Valois, Sean e Nathan, la cui storia d’amore a un certo punto diventa il fulcro narrativo del film. Mentre il film, più in generale, soffre della sua stessa ansia di esaustività. Campillo vuole, ancora una volta, fare un film di corpi, corpi che si desiderano e che si disfanno. Ma a partire da questo fulcro, sembra voler dar conto di tutto, toccare tutti gli argomenti e tutti i registri: delle questioni scientifiche e di quelle morali, del sentimento e dell’impegno, della passione erotica e della commozione più sentita. Così il film finisce per smarrire un po’ il centro, si allunga senza mai uscire dalla sua superficie narrativa. E si sfoca in una monotona opacità”.

Aldo Spiniello – Sentieri Selvaggi

Domenica 24 febbraio. Paradise. Regia di Andrej Koncalovskij

“Jules giustifica e auto-sabota le proprie azioni passate, tentando di convincere tutti – e se stesso – di essere “cosa altra”, distinta e distante dagli orrori stragisti, dalle punizioni corporali della Gestapo. Unico rimpianto, essere morto di fronte al figlio. Helmut attutisce le proprie scelte con l’ideologia, con un “falso-paradiso”, che finisce per divenire il suo unico sguardo sul mondo, facendo svanire anche quei fantasmi, quelle sensazioni inconsce di “qualcosa che gela il sangue”, mettendo a tacere cultura e coscienza. La sola a ottenere l’assoluzione – un po’ grossolanamente e troppo religiosamente rappresentata per mezzo di una divina voce fuori campo e di una luce intensa – potrà essere Olga, colei che si sacrifica per l’altro”.

Katia Dell’Eva – Cineforum

Domenica 3 marzo. The disaster artist. Regia di James Franco

“Nel film non si respira aria di commiserazione né di facile svalutazione del soggetto, perché la mano dell’attore di Spring Breakers è lieve, affettuosa, quasi protettiva nei confronti dell’”artista disastrato” del titolo a cui fa percorrere il più classico dei percorsi, tipico degli eroi fiabeschi; colui che riesce, nonostante gli ostacoli e i limiti evidenti, a realizzare un sogno per altri solo mirabile. C’è poi sotto la forma e il piacevole divertimento una riflessione più intelligente sul peso di quel sogno, sulla strumentalizzazione che ne deriva, e sul significato di successo nel bene e nel male. Oltre all’idea che “mostri” come Wiseau, (un po’ pedissequamente a quanto raccontato quest’anno dallo splendido Tonya di Craig Gillespie) sembrino figure necessarie alla modernità per espiare certi desideri malsani e assecondare i bisogni di autorità superiori. L’America, nella fattispecie dell’industria hollywoodiana”.

Cecilia Strazza – Sentireascoltare

Domenica 10 marzo. Il dubbio. Regia di Vahid Jalilvand

“Il dubbio – Un caso di coscienza ci parla di responsabilità e di ripercussioni – anche terribili e involontarie – che ogni nostro comportamento può avere sugli altri.

Ci racconta il dolore che prova un padre che sente di aver provocato la morte del proprio figlio, la crisi di una coppia (improvvisamente distante ma allo stesso tempo vicina) che ha perso quello che aveva di più caro, i sensi di colpa e le paure che affliggono il medico diviso tra il coprire il fatto e il coraggio di affrontare la situazione con il rischio di perdere il lavoro e la reputazione”.

Giulia Lucchini – Cinematografo

Domenica 24 marzo. Don’t Worry. Regia di Gus Van Sant

“Nel suo nuovo Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot – più semplicemente, Don’t Worry – presentato in concorso alla Berlinale 2018, Van Sant si concentra sull’alcolismo che ha accompagnato Callahan tutta la vita e sulla sua guarigione, raggiunta con una terapia di gruppo, e un’intima ricerca di Dio. L’interpretazione di Joaquin Phoenix – Callahan è magistrale, sia nella prima parte del film, ancora in piedi, spavaldo e alcolizzato, sia nella seconda metà, immobilizzato su una sedia a rotelle dopo uno spaventoso incidente avuto mentre dopo una notte di sbornia il compare Dexter (Jack Black) si addormenta al volante”.

Simone Porrovecchio – CInematografo

Giovedì 28 marzo. L’albero dei frutti selvatici. Regia di Nuri Bigle Ceylon

“Ceylan continua il suo lavoro di scavo e di dissotterramento, compiutamente dichiarata in C’era una volta in Anatolia. E l’immagine del pozzo senza acqua è decisiva in questo senso. Ma, quest’operazione archeologica sembra condotta non più sul confine tra la teoria e l’emotività del cinema, ma sul versante dell’introspezione psicologica e della riflessione filosofica giocata sulla dialettica e la polifonia verbale. C’è la politica, ovvio, nascosta nella parabola dei riferimenti. E resta ancora il fascino di uno stile che gioca con il respiro del tempo, si perde nel vuoto delle ellissi e nella lentezza dei piani sequenza, per poi serrarsi nell’alternanza conflittuale dei campi e controcampi”.

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Soprattutto uno sguardo che sa cogliere, come pochi, la segreta forza espressiva del paesaggio, che si fa a tutti gli effetti personaggio, quella natura con le sue asprezze, quegli alberi che si muovono nel vento, quelle brume e lande innevate. Ma c’è, rispetto a prima, una programmaticità che blocca le derive e impedisce i picchi. Come se Ceylan sentisse di essere diventato già un classico. Facendo del suo stesso cinema un grande sito da disseppellire, da affidare alla scoperta dell’archeologia più che al rischio dell’avventura”.

Aldo Spiniello – Sentieri Selvaggi

Domenica 7 aprile. La casa sul mare. Regia di Robert Guèdiguian

“È un film pieno d’affetto La casa sul mare: quello dei figli per gli anziani genitori, quello tra fratelli disposti a sostenersi a vicenda per affrontare la morte imminente del padre e quelloinaspettato dell’amore che finisce o ricomincia. Non manca la giovane e terza generazione nel film, quella che in cui i ricordi della vita nel paesino di mare sono sfumati o inesistenti. È il nuovo che avanza e non comprende, ma è comunque capace d’empatia e tenerezza. Nell’enclave della nostalgia autoriferita Robert Guédiguian trova persino il tempo di far piombare all’ultimo una quarta generazione, quella del presente drammatico, che ricorda a tutti quanto anche la quotidianità possa essere un sogno incredibile se visto dagli occhi di chi arriva da lontano. Il regista francese un po’ prende in giro la molle malinconia borghese dei suoi protagonisti, ma sotto sotto è orgoglioso della loro umanità e tenta di risvegliare quella dello spettatore in sala”.

Elisa Giudici – Foxlife

Domenica 12 maggio. Un affare di famiglia. Regia di Hirokazu Kore-eda

“Nel cinema di Kore-eda è il tempo dei sentimenti a costruire le trame, mai il contrario. Ciò che conta sono gli attimi di verità strappati allo schermo e donati a noi spettatori come resti che riconosceremo straordinariamente autentici nelle nostre vite: i fuochi d’artificio immaginati oltre la siepe e il mare (ri)scoperto negli occhi dei bambini; la carezza data a una madre mentre cura i tuoi demoni e la lacrima di uno sconosciuto che ti comprende in un abbraccio; il “grazie” sussurrato al vento prima di morire e lo sguardo affettuoso concesso a un padre inadeguato. Eccetera, eccetera. Perché tutte le altre trame le conosciamo già, sono lì, nel fuori campo della vita: la legge e la società, le crisi lavorative e l’economia domestica, le famiglie legittime e quelle sotterranee. Ossia ogni pesante variabile che si frappone ai sentimenti segnando la dolorosa “crescita”. Kore-eda condensa in pochi densissimi minuti tutti questi eventi esterni: gli interrogatori, le colpe passate, i processi, le separazioni… insomma c’è tanta imperfezione in quelle vite! Ma è proprio questo a renderle autentiche: il tentativo quotidiano di redimersi donando affetto incondizionato per diventare nonni, padri, madri, fratelli o figli nel tempo. A Kore-eda interessa solo la verità del sentimento presente, quello impossibile da definire senza sminuire, quello che chiameremo subito dopo “ricordo”. O forse cinema”.

Pietro Masciullo – Sentieri Selvaggi

Animazione al Tilt

Mercoledì 27 febbraio. Mary e il fiore della strega. Di Hiromasa Yonebayashi

Ma, aldilà dell’atmosfera, il Giappone e i temi cari a Miyazaki e ai suoi eredi saranno sempre presenti: dalla passione per il volo inteso come forma di libertà dall’opprimente peso dell’esistenza alle giovani e forti protagoniste bambine fino all’ambientalismo, all’eterna lotta tra bene e male (qui magia buona vs magia cattiva) e al potere dell’amore che riesce a rompere le maledizioni sulle persone.

Giulia Lucchini – Cinematografo

Domenica 17 marzo. Una tomba per le lucciole. Di Isao Takahata

A 30 anni dalla sua uscita, La tomba delle lucciole è tuttora una delle pellicole più infelici e dolorose della storia del cinema d’animazione (e non solo), nonché il più fulgido esempio della poetica di Isao Takahata, genio alla pari del più celebrato Miyazaki che ci ha purtroppo lasciato a pochi giorni di distanza dal trentesimo compleanno del suo capolavoro. Fin dai primi secondi del film, che ci lasciano senza speranza dichiarando apertamente la morte di Seita (La sera del 21 settembre 1945 io morii”), veniamo trascinati in un vortice di miseria e disperazione, messo in scena con la crudezza e la semplicità tipiche del grande cinema neorealista italiano, con cui La tomba delle lucciole condivide anche l’ambientazione storica.

Marco Palano – Cinematographe

Domenica 28 aprile. Mirai. Di Mamoru Hosoda

Come nel precedente The Boy and the Beast, Hosoda racconto una formazione, con tutte le crisi necessarie, quel travaglio del negativo che richiede tante, troppe cadute (in bici) e ancor più il difficile lavoro dell’accettazione e della comprensione. Ed è un racconto che passa, ancora una volta, attraverso le possibilità del fantastico, le mille “architetture” delle dimensioni ulteriori. Ad ogni momento di rottura, Kun ritrova in giardino il suo passato e il suo futuro. Viaggia nel tempo, accompagnato dai membri della sua famiglia, a cominciare dal “principe della casa”, il cane Yukko, che gli riporta la sua esperienza di esilio effettivo. E poi incontra la sorella Mirai come adolescente, che prova ad insegnargli il gioco e l’ordine, le regole della fantasia. E poi la madre bambina, il padre fragile, il nonno spirito libero, innamorato dei cavalli, dei motori, del vento sulla pelle. È lui a insegnare al piccolo il segreto del coraggio, che passa per la prova delle ferite del mondo. Insomma Kun, come fosse su uno shinkansen, attraversa il suo albero genealogico e intuisce con il cuore il mistero delle connessioni infinite che segnano, goccia dopo goccia, il corso del fiume. Grazie a Mirai, l’avvenire, scorge il mistero del futuro e impara a non temerlo. “Staremo così tanto insieme, che ne avremo addirittura abbastanza”, promette la ragazza di domani.

Aldo Spiniello – Sentieri Selvaggi

Sono inoltre previsti incontri “straordinari” al Circolo della Stampa di Corso Vittorio Emanuele.

Si inizia il 14 aprile, con l’omaggio a uno dei più importanti uomini di cinema di tutti i tempi, Charlie Chaplin. Sarà proiettato uno dei suoi capolavori, “Il Monello”.

La serata del 5 maggio è dedicata a Peppino De Filippo, con la proiezione di Luci del Varietà (Fellini e Lattuada).

L’ultimo incontro straordinario, il 19 maggio. Deduicato ad Agnés Varda. Verròà proiettato Visages, villages.

L’ultima sezione di questa stagione dello Zialidia, La voce dell’autore, si svolgerà tra il Movieplex e il Partenio. Tra il 22 febbraio e il 30 aprile, incontri con Mauro Braucci (la paranza dei bambini), Pippo Mezzapesa (Il bene mio), Caina (Stefano Amatucci e Davide Morganti), Nessuno è innocente (di Tony D’Angelo), Si muore tutti democristiani (di Giuseppe Trepiccione) e infine, Camera 431 (presentato da Barbara Rossi Prudente).

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