Cinquanta sfumature di mulignana

23' di lettura

“Cazzo!”. Mi uscì di bocca appena alzai la testa dopo che avevo aperto la porta a vetri con la tendina nera.

“Appunto…”, mazzicai tra i denti quando mi trovai avanti a uno scaffale pieno di vibratori di tutti i colori e di tutte le taglie, alcuni finanche a due teste, modello mostri Gormiti dei criaturi della signora Gargiulo.

“Signora, avete bisogno d’aiuto?”, fece una specie di scignone ca nun se capeva addo iniziavano i piercing e fernevano i brufoli, con il tunnel carpale pernicioso causa pratica ventennale di pesci in mano, inaugurata con il Postal Market della zia bizzoca.

Cioè, ma niente niente è come accattarsi un paio di scarpe? Tipo che, invece del 37 pianta larga, una può chiedere di provarsi il modello con ampia cappella soppalcato?

Mi sono cascati tutti i vibratori

Ca poi, va bene che in un pornoshop c’adda sta il poco della luce soffusa, la penombra, ma nun è che una deve procedere a… tentoni. E che scritte piccole, avevo dovuto cacciare gli occhiali a culo di bottiglia per leggere le istruzioni sugli scatoli, cioè come funzionava il modello base me lo riuscivo pure pure a figurare, ma gli optional? E la manutenzione? Cioè in questi casi che si usa per la detersione? L’Intima di Carinzia o direttamente la retina e il Last al limone? Insomma, mi dovetti alzare sulle punte dei piedi per prenderne uno in alto, uno rosa carne più realistico e rassicurante.

Ovviamente persi l’equilibrio e innescai un effetto domino per cui tutti i vibratori caddero a uno a uno sul pavimento iniziando a sparpetiare come pesci pigliati con la botta. Mi abbassai a raccoglierli, il commesso minimizzò e si mise ad aiutarmi. Stavo così piena di scuorno che presi a caso uno dei cazzi, il primo che mi capitò in mano e chiesi di pagare.

Quello deluxe con la funzione turbo

“Ah, e questo è il modello deluxe classe A+ con funzione turbo!”, per un attimo mi venne il dubbio che non mi stessi accattando un minipimer pagandolo, però, comme o frato piccirillo del Bimby.

Io, in quarant’anni di vita, era la prima volta che entravo in un posto del genere e se non era per Peppino non ci sarei mai entrata. Cioè pure mia mamma mi considerava un caso umano, una mezza bizzoca; quando – a 39 anni e 7 mesi – trovai il coraggio di rivendicare i miei spazi e di andarmene di casa, si pensò che avevo optato per la carriera monastica come carmelitana scalza. Tutta la corsa mi trasferii al piano di sotto e mia mamma trovava ogni scusa per fare irruzione a tutte le ore. Mo con la pentola dei fagioli e scarole caldi caldi, che d’estate venivano sostituiti dalle inzevatissime parmigiane di mulignane – che mia mamma le mulignane le frigge tre volte – mò con le maglie intime prese all’ingrosso dalla signora Pina, “l’intimo che sfina”.

L’età infame quando iniziano a chiamarti signora

N’ata, al posto mio, si sarebbe seccata di queste ingerenze nella sua vita privata, ma chi sfaccimma la teneva una vita? A me nun è che gli uomini non si giravano a guardarmi, era che non mi vedevano proprio, roba che manco si accorgevano se mi passavano per sopra. Sarà stata colpa pure del mio stile “low profile” ispirato alla collezione primavera-estate-autunno-inverno-e- ancora-primavera della Caritas. Ormai tenevo quell’età infame quando essere chiamata “signora” dalle commesse diciottenni delle profumerie era, ogni volta, n’ata mazzata in fronte, una crudeltà gratuita, pure perché ero l’unica delle mie amiche che non teneva una schifezza qualsiasi di marito, nemmeno usato. Manco a dirlo, la missione sulla Terra di mia mamma era quella di ricordarmelo tutte le mattine con la telefonata delle sette e mezzo: “Che è? Manco aiere nisciuno t’addurato? Si è sposata pure la figlia di Ntunetta ’a ’ntaccata”.

Si crede di piacere alle femmine perché parla mezzo inglese

Arrivare alla mia età senza un uomo vicino significa che proprio non sei buona, che devi tenere qualche grave difetto, per forza. E io a questa cosa ci avevo iniziato a credere sul serio.

Di Francesca leggi anche Vita in manicomio. Le scarpe sono quelle delle bambole

Il lavoro nell’agenzia pubblicitaria me lo aveva trovato la signora Pina, quella delle maglie intime. Avete presente quelle dei film americani? Ato ca grattacielo sfavillante nella Grande mela, la mia stava in una specie di vascio rimodernato dal cugino designer di Casandrino del titolare e di americano teneva sulo o nomme e, puntualmente quando rispondevo a telefono, mi imbrogliavo mani e piedi a dire “Reinbov drim, buongiorno”, che ogni volta l’imprenditore edile di San Giuseppe Vesuviano con tanti denari e solo con la licenza elementare, mi azzeccava il telefono in faccia perché si credeva che aveva chiamato il takeaway cinese.

Arturo, il mio capo, non si capisce quanti anni tiene, si tinge quei quattro peli che ci sono rimasti azzeccati sulla testa per scommessa, si crede di piacere alle femmine e parla mezzo inglese e mezzo napoletano. Una roba tipo: “Stu cazz e project financing”, “O sfaccimm e fid bec”.

Le zizze che giocavano a flipper con le tonsille

Io, ovviamente, mi pigliavo solo cazziate: “Sient nu poco cosa – credo che non lo ha mai saputo in origine come mi chiamo veramente – bisogna avere grinta, faccia tosta, competitività e tu, senza cattiveria eh… cu sta cammesella beige, ’a gonna piedi pull pari la buonanima di mia nonna”. Io mi stavo sempre zitta, pure se mi dava fastidio assai quando mi faceva una schifezza davanti a quella zoccola di Carmen, una bionda con gli shatush da venti euro al centimetro, la minigonna girofessa, le zizze che giocavano a flipper con le tonsille.

Carmen bastava che si strusciava un poco e quello Arturo si ammoccava ogni scusa che lei trovava per uscire prima dal lavoro, per prendersi i giorni di permesso… a me, invece, mi faceva lavorare come una ciuccia e un altro po’ non mi dava nemmeno le ferie: “Tanto che tieni da fare tu…”.

Lui mi sorrideva e io mi facevo i film in testa

E io niente tenevo da fare, ma mi bruciava lo stomaco lo stesso.

Peppino aveva una cinquantina d’anni, il fisico palestrato, il poco dell’elastico della mutanda firmata che si vedeva dai jeans e con l’opera omnia di Pablo Neruda tatuata pe cuollo. Faceva le consegne per una ditta di trasporti. Io lo guardavo di nascosto da dietro le lenti, quando veniva a portare i pacchi all’agenzia. Peppino a Carmen non la pensava proprio, e questa cosa mi sembrava veramente troppo assurda, più quella si sbatteva e più lui non se la cacava proprio. Avevo iniziato pure a pensare che teneva il poco della botta nella scella. A me mi salutava sempre con un sorriso, ma io non mi facevo film in testa, credevo che lo faceva così, perché ci facevo un poco pena.

Poi senza leggere né scrivere disse: “Zoccola”

Ma poi successe quella cosa. Era la vigilia di Ferragosto nell’agenzia ci stavo solo io. Mi ero già mangiata la colazione con la parmigiana di mulignane avanzate dalla sera prima, ma quel litro buono di olio che mia mamma ci mette mi aveva nzevato tutta la camicetta. Me l’ero lavata nel bagno e poi rimessa addosso ancora nfosa, quando Peppino arrivò col solito pacchetto.

Il calore azzeccava i panni addosso e azzeccava pure le cerevelle, si sentiva solo l’ammuina dei bambini della signora Gargiulo al piano di sopra. Quando arrivò, io stavo davanti al ventilatore con la camicia un poco aperta per farla asciugare più presto. Feci un salto quando lo vidi entrare dalla porta a vetri. Lui posò il pacchetto e non disse una parola, ma qualcosa fece… si avvicinò e mi mise una mano sopra a una zizza… poi, senza leggere né scrivere, disse: “Zoccola”. Io non riuscivo più a riciatare e il cuore un altro po’ mi scoppiava. Nel frattempo Peppino se ne era andato senza nemmeno salutarmi.

E se pure il pappagallo mi dice…

Quando arrivai a casa, pure Gennarino, quello scassacazzo di pappagallo che mi aveva lasciato mio nonno, rincarò la dose e mi salutò con un: “ciao, zoccola”. Mi buttai sulla poltrona e mi tolsi gli zatteroni, quando telefono di casa squillò: era Peppino. A me mi venne uno di quegli affanni modello maniaco con l’asma. Peppino mi disse che lo aveva capito subito… io invece continuavo a non capire che cazzo aveva capito Peppino, quello addirittura mi disse che io ce l’avevo nel sangue, un istinto innato ad essere sottomessa, poi iniziò a dire un sacco di parole difficili, a tipo codice fiscale: sm, bdsm e che voleva dire? A un certo punto Peppino mi chiese se volevo fare delle cose per lui, gli dissi di sì che tanto non tenevo niente da perdere. Che una nelle mie condizioni non è che può mettersi a fare la difficile, già che si era accorto che ci stavo pure io sulla faccia della terra era una specie di miracolo.

Peppino mi disse che c’avevo un’attitudine da sub, ma quando io gli avevo confessato che non sapevo nemmeno nuotare, che proprio non ero manco buona a stare a galla, lui mi era schiattato a ridere in faccia.

Bdsm, chi sgomma di mazzate a uno che gli piace

Comunque, mi documentai subito su Internet, almeno una cosa era chiara: Bdsm era quella cosa sessuale che uno sgomma di mazzate ad un altro e l’altro ci gode ad abbuscare.

Quando doveva venire a casa mia per la prima volta, mi chiese di fargli trovare due candele rosse, io le andai a comprare da quelli “Tutto a mille lire” che mo si chiamano “Tutto a cinquanta centesimi”, ma sempre quello è. Glielo volevo chiedere a che servivano se ci vedevamo di giorno, ma mi stetti zitta per non apparare altre figure di niente come la storia del sub. Poi, però, quando Peppino arrivò e mi disse di mettermi a quattro zampe, lo capii a che servivano le candele.

Peppino spariva per giorni, poi all’improvviso mi arrivava una telefonata sul cellulare mentre stavo al lavoro, mi diceva cose tipo: sto arrivando a consegnare un pacco, vai nel bagno, togliti le mutande e mettitele nella borsetta. Ca poi le mutande ortopediche a vita alta della signora Pina, va detto, a stento ci trasevano nella burzetta.

Scesi per andare a comprare un film sporco

Un’altra volta mi venne a pigliare e mi accompagnò alla Dughesca dove ci stanno tutte le bancarelle che vendono i film sporchi. Mi fece scendere e mi disse di andare a comprare una cassetta pornografica, ma mica la prima che trovavo, la dovevo scegliere con calma mentre lui la stava a guardare dalla macchina.

Io cominciai a sudare sana sana, gli occhi mi ballavano sulle copertine delle cassette, piene di zizze, culi e cazzi enormi. Per fortuna c’era talmente tanta folla che, come al solito, nessuno si accorse nemmeno di me. Alla fine optai per “Un ano vissuto pericolosamente”, pagai e me ne scappai mettendomi quasi a correre.

Ogni giovedì sera mi vedevo con due amiche mie. Diciamo che fino a quando non era cominciata quella cosa strana con Peppino, per me era quello il massimo della vita sociale. Annamaria e Tina erano sposate e siccome io ero zitella, mi dovevo stare zitta e muta quando raccontavano di dove le avevano portate in vacanza, di quello che avevano avuto per il compleanno dai loro mariti. La più pereta era Annamaria, si frusciava solo perché aveva sposato un commercialista. La casa di Annamaria pareva la succursale della Reggia di Caserta, con i pavimenti di marmo tutti lucidati e le ceramiche di Capodimonte inzippate in ogni purtuso, una composizione di fiori finti enorme sul settimino antico “un Luigi XV originale”, diceva tutte le volte.

Ognuno tiene le proprie perversioni

Tina, invece, in fondo era una brava ragazza, ma faceva tutto quello che Annamaria ci diceva, forse teneva il complesso di inferiorità perché il marito era solamente un ragioniere, e quella non perdeva occasione per comandarla a bacchetta. Qualche volta che l’avevo telefonata per andare al cinema, per niente diceva che doveva andare da Annamaria a stirarle le camicie del marito perché la cameriera quel giorno non era andata. Eh, ognuno tiene le proprie perversioni, non ci sta niente da fare.

E a proposito di schifezze, puntualmente, a un certo punto della serata, dopo qualche limoncello in più, si cominciava a parlare di sesso. Annamaria da pereta si trasformava in zoccola e raccontava, senza omettere nessun dettaglio, le performance del marito; di quella volta che le aveva messo una mano in mezzo alle cosce a Villa Rufolo a Ravello o di quando ci aveva infilato i chicchi di uva nella fessa. Fatto sta che, dopo la storia dell’uva, io la frutta a casa di Annamaria non me la sono più mangiata, che mi viene sempre il dubbio che è usata. Io in quei momenti mi ero sempre stata zitta perché non tenevo proprio niente da dire, ma da un po’ di tempo, però, stavo zitta perché mica glielo potevo raccontare a quelle due che Peppino mi faceva stare senza mutande in ufficio e di quella volta delle candele.

Come gli piaceva a farmi mettere scuorno

Peppino, però, pareva che ci provava gusto a farmi mettere scuorno e se ne fotteva se stavo con le mie amiche. Aveva preso l’abitudine di chiamarmi sul cellulare due o anche tre volte. Mi faceva andare in bagno e mi faceva toccare mentre mi diceva le fetenzie. Le mie amiche all’inizio non dicevano niente, ma poi si iniziarono a incuriosire, anche perché qualche volta non mi ero stata tanto accorta e avevano sentito qualche strano allucco, na specie di rantolo, che si pensavano che mi stava venendo una cosa. Allora mi ero inventata che avevo iniziato a soffrire di colite spastica intorciniante per via dello stress al lavoro, e quelle mi snocciolavano tutti i rimedi possibili immaginabili. tutte le cure possibili immaginabili sperimentati con successo, per dire, dalla cainata della soracugina del guaglione del barbiere.

E vabbè, lo devo confessare, io a Peppino mi ci ero iniziata ad attaccare, quando lui non si faceva sentire non ci dormivo la notte. Quando finalmente mi chiamava, mi sentivo lo stomaco più leggero. Lo so, forse pare strano, ma mi faceva sentire importante e pure se mi abboffava di male parole, non mi diceva mai che ero ordinaria come faceva il mio capo.

Buttai nella munnezza tutto il corredo antistupro

Peppino era una specie di mistero, a casa sua non ci ero mai andata, veramente non sapevo nemmeno dove abitava, ma non mi ero mai permessa di chiederglielo.

Sotto Natale, quando aveva preso la tredicesima, mi portò al Vomero in certi negozi di lusso. Lui mi sceglieva i vestiti e io me li andavo a provare nel camerino, mi pareva di stare dentro a un film, na specie di remake pezzotto di Pretty woman con la colonna sonora di Maria Nazionale. Poi si fermò in un negozio di intimo e mi comprò un bustino tutto di pizzo apparato con reggicalze e calze che mi mettevo paura pure di guardarle tanto che erano fini.

Quando tornai a casa, buttai nella monnezza tutto il corredo di biancheria antistupro che mi aveva accattato mia mamma negli anni.

Mi provai il completo intimo di Peppino, ma parevo la sora cugina zoccola di Peppa Pig… dopo l’insaccatura. Mi feci due conti, e decisi di chiamare l’estetista di Annamaria per iniziare a fare qualche trattamento per circoscrivere lo sblusamento delle chiappe.

Il centro mi sembrava una via di mezzo tra una clinica svizzera e un laboratorio per la vivisezione, la tizia mi guardò con aria di sufficienza, mi unse con una miscela a base di burro di karitè, uoglio di motore e due gocce di acqua di Lourdes e mi schiaffò dentro a una specie di tavuto.

Quella volta che Peppino mi faceva paura

Peppino decise che dovevo perdere pure qualche chilo, tutte le mattine mi telefonava e mi faceva pesare, poi mi diceva che mi dovevo mangiare a pranzo e a cena. Roba tipo una mela, uno yogurt e un pacchetto di crackers. Io qualche volta sgarravo, che alle mulignane non ci riuscivo a rinunciare, ma a Peppino non gli dicevo niente per paura che si incazzava.

La verità è che la paura vera, però, me la misi quando Peppino mi disse che ormai ero “pronta per qualche altra cosa”.

Mi voleva portare nella casa a mare che teneva a Ischitella. Io trovai la scusa al lavoro che tenevo un attacco di colite forte, tanto ormai si era sparsa la voce. Quella mattina mi misi i vestiti e la biancheria che Peppino mi aveva regalato. Mi truccai gli occhi e mi misi pure il rossetto rosso come voleva lui. Mi guardai nello specchio e quasi non mi riconoscevo, c’avevo l’aria da zoccola, e mi piaceva pure.

Mi spogliai che c’era un’umidità da paura

Peppino mi venne a prendere con la macchina, durante tutto il viaggio lui si stette quasi sempre zitto, tranne quando mi disse di alzarmi la gonna, di tenere le cosce aperte e di non chiuderle per nessun motivo. Io volevo sprofondare quando un camionista che ci superò iniziò a urlare schifezze dal finestrino, ma a Peppino pareva che non gli dispiaceva. Al casello della superstrada chiusi gli occhi per non vedere la faccia del casellante.

La casa di Ischitella era una di quelle villette a schiera degli anni Settanta, un poco scarrupate. Dentro c’era un’umidità ca faceva paura, ma mi spogliai lo stesso quando Peppino me lo chiese. Mi aveva detto di portarmi appresso anche l’ultimo modello del vibratore da sessanta euro che mi aveva mandato a comprare al sexy shop. Mi pareva una situazione da film, ma sicuramente le protagoniste delle pellicole non sono nzallanute come a me che, appena lo tirai fuori da dentro alla borsa, si svitò il tappo dietro e caddero le pile a terra… Peppino mi stava per dire una mala parola, ma poi si stette zitto.

Non riuscivo a stare seduta per le mulignane sul culo

Io tremavo, un po’ per il freddo e un po’ per lo scuorno, e iniziai a tremare ancora di più quando Peppino cacciò un frustino e mi disse di aspettarlo sul letto a quattro zampe. Chiusi gli occhi quando sentii il fischio della frusta e subito dopo un bruciore forte alla pacca sinistra. A ogni colpo mi mozzicavo le labbra per non urlare, ma le lacrime mi scendevano fino al mento. Poi i colpi finirono e Peppino mi prese come non aveva mai fatto. Dopo parevo una pezza ammappuciata, ma Peppino mi pigliò la faccia tra le mani e mi disse che non ero stata mai così bella, a me mi venne di nuovo da piangere, ma per la contentezza.

Il giorno dopo in ufficio non riuscivo nemmeno a stare seduta per le mulignane sul culo. Non vedevo l’ora di tornarmene a casa per spalmarmi un tubetto sano sano di Lasonil. A parte, però, le ammallature varie e un poco di catarro che mi ero pigliata per l’umidità, non mi ero mai sentita così bene.

Non tenevo proprio voglia quella mattina di stare a sentire le cazziate di Arturo e gli dissi che me ne volevo andare a casa perché non mi sentivo ancora bene.

Da Antoine per tre ore, via il caschetto con la frangia Cottolengo

A casa, però, non ci andai, il Lasonil poteva pure aspettare che era una bella mattinata di dicembre quando a Napoli c’è il sole e la gente pare più contenta. Prima entrai in un negozio di scarpe, me ne comprai un paio nere di quelle col tacco 12 che mi ci venivano le vertigini a camminarci. Mi ero rotta il cazzo pure dei capelli a caschetto col poco della frangetta stile Cottolengo, così mi feci coraggio e andai dal parrucchiere più caro di via Chiaia, sperando nel miracolo. Ci mancava poco che mi scambiavano per la donna delle pulizie con quel cappottino consumato che tenevo addosso, ma non ci feci nemmeno tanto caso e dissi alla ragazza che volevo cambiare taglio, colore, volevo una cosa più giovanile, più moderna. Mi misero sotto per tre ore. Poi Antoine in persona, che veramente si chiamava Umberto, prima mi guardò tutto preoccupato, poi senza dire nemmeno una parola pigliò le forbici e iniziò a tagliare come un pazzo. E io li ho sempre benedetti i 130 euro che gli diedi.

Era come se mi ero levata un peso, mi veniva, persino, di camminare più dritta con le spalle. Controllai il cellulare, ma Peppino non mi aveva chiamata. Non mi preoccupai troppo, lo sapevo che a volte faceva così.

Mamma vide le mulignane e si mise a piangere

Visto che mi trovavo andai pure dall’ottico per farmi le lenti a contatto che mi ero scocciata degli occhiali a culo di bottiglia.

Tornai a casa tutta contenta, cantavo mentre mi preparavo l’insalata, mi guardai le mulignane allo specchio e decisi che il Lasonil non me lo volevo mettere.

Quando arrivò mia mamma nemmeno me ne accorsi. Quella appena mi vide scoppiò a piangere, piangeva e alluccava così tanto che non capivo niente di quello che diceva, quella allora andò nella camera da letto e tirò fuori dal cassetto del comodino il vibratore da 60 euro e me lo buttò sul tavolo. Per poco non mi veniva una cosa. Non ci credette che serviva per la cervicale, insisteva che la voleva portare dall’assistente sociale.

Di Francesca leggi anche Il porco e la rosa. La nostra vita dopo l’eruzione del Vesuvio

Fece l’appello di tutti i santi del calendario: “Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria, che ho fatto per meritarmi una figlia linfomane?”.

Ma, invece, di starmi zitta successe che cominciai ad alluccare pure io, dissi a mia mamma di farsi i fatti suoi e di ridarmi il doppione delle chiavi di casa. Quella smise di piangere e se ne andò, mentre chiudeva la porta mi disse: “Zoccola”. Ma ormai mi ero abituata.

Nessuno mi guardò con la solita aria schifata

Telefonai all’estetista e pigliai appuntamento per il pomeriggio. Quando andai al centro estetico per la prima volta quella non mi guardò con la solita aria schifata, anzi mi fece pure i complimenti per il taglio. Visto che stavo piena di mulignane, mi feci fare un trattamento al viso e mi feci tirare le sopracciglia che prima sembravano due cespugli, poi chiesi alla ragazza di farmi vedere come mi dovevo truccare, che colori mi stavano meglio.

Quella sera, quando andai a casa di Annamaria, quella mi squadrò da capo a piedi, non tenevo più voglia di starmi zitta e raccontai che avevo conosciuto un uomo “affascinante e misterioso”, dissi pure qualche palla, giusto per godermi lo spettacolo della faccia di Annamaria diventare verde dalla rabbia.

La mattina dopo, in ufficio, Arturo non mi fece manco la cazziata perché ero arrivata con cinque minuti di ritardo.

Carmen mi chiese pure se volevo andare a mangiare con lei, da quando lavoravo alla “Reinbov drim”, non lo aveva mai fatto. Ero contenta, ma non vedevo l’ora di incontrare Peppino, gli volevo fare una sorpresa.

Peppino mi disse che non gli facevo più sangue

Effettivamente quando mi vide un altro po’ gli uscivano gli occhi da fuori, ma poi fece la consegna e se ne andò senza nemmeno guardarmi in faccia.

Ci rimasi male, ma decisi di non telefonarlo.

Peppino diventò sempre più strano, a stento mi salutava quando veniva all’agenzia e io questo cambiamento non me lo riuscivo a spiegare. Una sera a casa mi misi a piangere davanti allo specchio.

Arrivai che proprio non ce la facevo più, non riuscivo nemmeno a mangiare la mela e lo yogurt tanto che stavo depressa.

Così mi decisi e telefonai a Peppino per sapere che gli avevo fatto di male.

Peppino si sentì tutto lo sfogo, e poi iniziò a dire che ero diventata “troppo sofisticata”, che gli piacevo proprio perché ero una “pietra grezza”, ma mo mi vedeva “emancipata” e non gli facevo più sangue e che non ci poteva fare proprio niente.

Io mi stavo per mettere a piangere, rimasi bloccata col telefono in mano per dieci minuti buoni dopo che quello attaccò.

Avrei voluto chiavare la testa nel muro! Ma come? Tutti quei cambiamenti io li avevo fatti per far piacere a lui e mica poteva finire così?

Il frustino lo teneva in mano sua moglie

Un giorno mi feci anima e coraggio e mi feci prestare la Panda da Tina, mi ammacchiai fuori alla ditta dove lavorava Peppino e quando quello salì in macchina per andare a casa, mi misi a seguirlo. Nei vicoli dei quartieri spagnoli, scansavo le bancarelle che parevo un pilota di Formula uno. Lo vidi fermarsi davanti a uno stabile. Scesi pure io dalla Panda, volevo prenderlo di faccia, ma mi bloccai quando sentii urlare il nome di Peppino da una vajassa affacciata al balcone del primo piano: “Peppììì, a quest’ora torni? Fai presto che ho finito il latte per la creatura, vallo a comprare in farmacia e torna subito a casa, non ti mettere a perdere tempo che il piatto già sta a tavola”.

Non sapevo se dovevo piangere o ridere, ma non feci in tempo a salire in macchina che mi trovai a Peppino davanti. Stavo per dirgli qualcosa, mi aspettavo che quello da un momento all’altro mi azzeccasse un pacchero in faccia per quello che avevo fatto, ma Peppino non fiatò, stringeva i pugni forte, e, per la prima volta, abbassò gli occhi davanti a me e se ne andò senza dire manco una parola.

Avevo scoperto il suo segreto: quello di una vita normale in cui il frustino in mano lo teneva la moglie.

E adesso mettiti a quattro zampe

Me ne tornai a casa un poco triste, tenevo voglia solo di farmi una zuppa di latte e mettermi a letto.

Così feci quel giorno e quelli dopo. Poi all’intrasatta fu come se dentro scattò una specie di interruttore, una levetta che manco sapevo ci stava.

La verità? Peppino o non Peppino, ormai non tenevo più voglia di tornare indietro che mi piaceva troppo come ero diventata, persino come avevano cominciato a guardarmi i maschi, era come se, bellebbuono, ero guarita da una maledizione e non ero più trasparente.

Peppino ormai, per non vedermi, non veniva nemmeno a fare le consegne all’agenzia pubblicitaria.

Da qualche giorno ci veniva un ragazzo nuovo. Ciro avrà tenuto al massimo 25 anni, era così bellino che quasi quasi pareva una femmina, se gli dicevo qualche cosa lui non mi guardava nemmeno e si faceva tutto rosso in faccia.

Era la mattina del 31 dicembre, Arturo era partito per Roccaraso, ero rimasta sola all’agenzia, si sentiva solo l’ammuina dei tric trac e i botti delle cipolle che scoppiavano. I figli della signora Gargiulo al piano di sopra piangevano perché la mamma li aveva intorzati di mazzate. Ciro quel momento non se lo sarebbe scordato più.

Entrò nell’agenzia col solito pacchetto, io non fiatai, ma qualcosa feci, gli misi una mano proprio lì e poi gli dissi: “Adesso ti metti a quattro zampe e mi baci i piedi”. Io lo avevo capito subito, ma me ne fottevo di spiegarlo a Ciro.

Squillò il telefono: “Reinbov drim, buongiorno”, risposi senza nemmeno imbrogliarmi mezza volta, era il solito imprenditore di San Giuseppe Vesuviano: “Commendatore, auguri pure a voi, fate una buona fine e un buon inizio” gli dissi mentre Ciro da bravo cacciuttiello mi stava leccando le scarpe col tacco da 12.

Entra nel gruppo di WhatsApp e ricevi due volte al giorno - 13:30/20:30 - le notizie più importanti senza spam!
Iscriviti al bot di Messenger e ricevi due volte al giorno - 13:30/20:30 - le notizie più importanti senza spam!