Cipriano contro Festa. Quanti duelli tra centro e periferia

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Una sfida che ne nasconde tante altre quella tra Luca Cipriano e Gianluca Festa. Un derby interno sia al Pd, sia ai demitiani. E che coinvolge – su sponde opposte – anche significativi “signori delle preferenze”, e altrettanto significativi, e inevitabili, riferimenti economici.

Lo stile tra i due è profondamente diverso. A partire dalla campagna elettorale. Quella di Cipriano è esteticamente impeccabile (dai manifesti per finire ai video e ai santini dei singoli candidati), moderna, per l’utilizzo massiccio dei social, tambureggiante anche sui temi, ricca di incontri e dibattiti.

Quella di Festa è più tradizionale, meno elegante, meno visibile, non punta molto sui Facebook o Twitter, ma lavora e tanto con il vecchio porta a porta: un’opera incessante e silenziosa, che più di una volta ha riservato sorprese, anche positive.

Anche i due programmi, che pure hanno punti in comune, sono estremamente distanti nella forma e nell’impostazione. Quello di Cipriano è lungo 25 pagine, e allega anche i singoli obiettivi in ordine alfabetico (da accessibilità universale a Villa Amendola). Stringato quello di Festa (tre pagine), con una sintesi estrema dei contenuti.

Entrambi sono partiti con largo anticipo. Entrambi hanno avuto il tempo di organizzarsi bene e avviare la campagna ancora prima di capire con chi o contro chi. E tutti e due, con modi e sistemi diversi, predicano il rinnovamento (Festa si spinge fino alla rivoluzione), il superamento di vecchie logiche, il cambiamento (stesso mantra dei 5Stelle nella precedente campagna elettorale).

Ma l’impressione è anche un’altra: sembra si rivolgano – forse loro malgrado – a un elettorato diverso. Cipriano appare più prossimo alla borghesia del centro, alle professioni, a una certa intellighentia. Forse anche per costituzione e per modo di approcciarsi. E l’accusa che i detrattori più gli rivolgono è quella di essere “troppo snob”.

Festa invece spinge sulle periferie, grazie anche a candidati e sostenitori forti proprio nei quartieri, su un messaggio più diretto, sulla “forza del sorriso” (del resto proviene pur sempre politicamente da “Il sole che ride”).

Entrambi si insultano a vicenda. Ricordano però, ogni volta – ed è un paradosso -, di evitare le accuse e puntare sui programmi.

Sembrano speculari nella loro profonda diversità. E a meno di sorprese il futuro immediato della città sarà nelle mani di uno dei due.

Non è solo una contrapposizione di stile, è uno snodo tra due concetti di città e di amministrazione. C’è in gioco anche il futuro del Pd irpino (almeno cittadino), che ha scelto tra polemiche e divisioni Cipriano, quello dei demitiani, con Maurizio Petracca che ha voltato le spalle a Ciriaco e Giuseppe De Mita.

Semplificando si potrebbe sintetizzare così: il confronto tra Festa e Cipriano è il confronto tra due diverse Avellino. Che coesistono e spesso si confondono, ma che questa campagna elettorale sta mettendo in evidenza. Quella del centro, dei cosiddetti quartieri bene, che sembra più prossima a Cipriano, e quella popolare, che rivendica un ruolo guida con Festa. Si tratta – come detto – di una semplificazione. Chiaro che tutto è più sfumato, e che Festa raccoglierà consensi anche in centro, proprio come Cipriano potrebbe ottenere un buon numero di preferenze (anche lui ha candidati forti nei quartieri), in periferia. Sarà l’analisi del voto a definire quanto e in che proporzioni questa analisi coincida con la realtà.

Quello che accadrà tra i due in caso di eventuale ballottaggio è difficile dirlo ora. Lì conteranno i possibili apparentamenti, ma anche la capacità dei singoli candidati di convincere gli elettori che al primo turno avevano fatto scelte diverse.

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