Clan Genovese, Pagnozzi e Casalesi: i boss raccontati dal loro avvocato

Dario Vannetiello, avvocato di alcuni dei boss più importanti di camorra, ndrangheta, mafia e società foggiana. Ci racconta clan, aneddoti e la dura vita del difensore dei vertici della malavita

21' di lettura

Indice:

  1. Camorristi, soldi e potere
  2. Con i camorristi un duello psicologico
  3. Pagnozzi alla conquista di Roma
  4. L’omicidio di Vincenzo Casillo
  5. I camorristi provano sempre a sottometterti
  6. La Miciona, la donna boss più pericolosa d’Italia
  7. Maria Licciardi, lady camorra
  8. Ho sempre rifiutato gli inviti dei camorristi
  9. Il mio sogno, scrivere un libro

Nel colloquio registrato in carcere tra Amedeo Genovese ed uno dei suoi figli, c’è tutta l’essenza della camorra. Il significato estremo, il simbolismo, la concretezza, l’amara constatazione del tempo che fluisce, di un mondo che cambia e della legge, che prima o poi arriva e modifica gli equilibri.

Narra l’ascesa e il declino del clan Genovese. Ma anche in quel declino c’è la freddezza necessaria per costruire una strategia, una via d’uscita. Questa volta non per se stesso, ma per i suoi figli.

L’intercettazione risale a pochi giorni dopo gli attentati subiti dall’altro figlio di Amedeo, Damiano, e dal fratello del boss del clan Partenio, Antonio. L’ex capo del gruppo criminale è preoccupato. Suo figlio gli ha raccontato chi è stato. Sono stati loro – “ora sono diventati davvero grossi papà, ma veramente grossi” – avrebbero ordinato di mitragliare le auto parcheggiate nel cortile delle abitazioni dei Genovese nella zona di Contrada Sant’Eustachio, ad Avellino. Un segnale, un segnale chiaro: mettetevi da parte.

Amedeo Genovese era preoccupato. Dice al figlio come deve comportarsi Damiano. Mai andare a un appuntamento dove vogliono loro, comunicare ai familiari e solo a loro tutti gli spostamenti e trovare il modo di contattare gli autori dell’attentato intimidatorio. Gli consiglia cosa riferire, parola per parola: dovete dire a lui, che papà gli vuole bene, che è sempre stato il suo pupillo. Ora quello che è fatto è fatto – riferendosi agli attentati – però finiamola qua, perché il rispetto è il rispetto.

Questa è la strategia. L’unica possibile. Anche perché, e lo dice apertamente Genovese, fuori non mi è rimasto nessuno. Se c’era Roberto (Iannuzzi ndr), si poteva fare qualcosa, ma Roberto non c’è. E quindi l’unica opzione è difendere i suoi figli. Il boss capisce che sono bersagli troppo facili, e quindi piuttosto che contrapporsi a loro o tentare addirittura una reazione, meglio piegare la testa. Meglio ancora se a farlo è il vecchio boss, il personaggio che dopo venti anni di prigione resta comunque un riferimento, anche se non comanda più e non ha nessun vero potere.

La saggezza del criminale cresciuto per strada gli fa anche dire che: ora ti faccio vedere cosa succede: qualche morto glielo contesteranno e finisce anche per loro. E’ tutta una ruota. Alla fine resterete solo voi fuori e nessuno potrà contrastarvi.

Poi le due frasi che completano il discorso, che racchiudono anche il senso finale della criminalità organizzata: “Dovete fare come vi dico. Con questi non c’è altro sistema. Si sono montati la testa, hai capito? Però è giusto che si siano montati la testa, perché la malavita è così”.

Infine, le ultime parole, quasi un epitaffio, cariche di una amarezza consapevole e assoluta: “Non dovete più contare su di me, vostro padre. Sono finito. Tuo padre ha 64 anni, tuo padre è finito. Dovete capirlo”.

Da venti anni tutte le inchieste effettuate in provincia di Avellino dalla direzione distrettuale antimafia l’avvocato Vannetiello è stato in prima fila a difendere imputati accusati di gravi reati. Tra gli altri ha assistito: Amedeo e Modestino Genovese, Antonio Cava, Pasquale e Nicola Galdieri, Gennaro Domenico e Paolo Pagnozzi, Orazio De Paola, Fiore Clemente, Antonio Bove, Pietro Cioffi .

È stato anche difensore delle mogli dei boss irpini: Palma Bossone (moglie di Antonio Cava), Annunziata De Falco (compagna di Modestino Genovese), Annamaria Rame (moglie di Domenico Pagnozzi), Ines Pagnozzi (sorella di Gennaro Pagnozzi).

Proprio per l’esperienza maturata in quasi tre decenni da penalista, e la scelta di non seguire mai più i giudizi di merito della criminalità, abbiamo ritenuto che l’avvocato Vannetiello fosse la persona ideale per farci raccontare i segreti e i retroscena di un mestiere difficile e delicato, come quello di difensore dei boss.

Vannetiello ha seguito maxi-inchieste anche fuori dalla Campania: non solo camorra, dunque. Ma anche ‘ndrangheta, mafia, società foggiana. Ha difeso centinaia di criminali, e molti di loro erano boss. Nei suoi studi di Roma e Montesarchio c’è una vera enciclopedia del crimine. Centinaia di fascicoli, che raccontano storie e personaggi. I limiti, i tic caratteriali, la sete di potere e soldi, che guida i suoi clienti, quelli che hanno scelto di convivere con la violenza più brutale, disposti a uccidere e a morire. In ogni momento. Su di lui, o meglio sulla sua attività di difensore in maxi-inchieste di criminalità organizzata , una emittente francese ha dedicato una intera puntata della seguitissima trasmissione d’inchiesta “Enquete exclusive”, per poi realizzare un docufilm diffuso in tutta Europa.

L’avvocato Vannetiello, oltre ad accumulare esperienze importanti nei processi di criminalità, ha difeso anche professionisti e imprenditori. Tra loro, Silvio Sarno, apprezzato imprenditore con un importante ruolo in Confindustria, Antonio Cavaliere cognato dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, oltre all’ ex capitano dell’Avellino calcio, Francesco Millesi.

Camorristi, soldi e potere

Sono avvocato penalista da quasi 30 anni – afferma Vannetiello – e raramente ho letto una intercettazione capace di restituire in poche frasi il mestiere e la vita di un camorrista. In più di un quarto di secolo ho assistito tanti esponenti della criminalità organizzata. Hanno in comune molti aspetti. Sono personaggi diversi tra loro, anche con stili e modalità differenti, ma li accomunano due ossessioni: i soldi e il potere. Nella mia carriera non ho mai avuto problemi, né con lo Stato, né con l’antistato. Devo dire che con il passare degli anni ho riflettuto molto sul mio futuro professionale ed ho preso una importante decisione: cambiare vita. Dopo tanti anni di sacrifici e battaglie giudiziarie contro le accuse mosse dalle direzioni distrettuali antimafia, ho scelto di occuparmi d’ora in avanti solo dei processi in Cassazione. Porterò a termine con il consueto impegno i procedimenti in corso, ma non accetterò più di ricoprire il ruolo di difensore nei giudizi di primo o secondo grado relativi ai reati di criminalità organizzata”.

L’avvocato Vannetiello è stato per tre decenni a contatto con la malavita più spietata, i boss senza scrupoli, le organizzazioni più sanguinarie. Muoversi in questi contesti è estremamente difficile, anche per un avvocato difensore.

Infatti – conferma Vannetiello – non è per nulla semplice. Bisogna imporsi delle regole, e non derogare. Mai. Ai clienti, quelli che arrivano dal crimine organizzato, bisogna far capire subito una cosa: non hai paura. Devi dimostrare di essere un leone, nelle aule, come con loro. Questa è la prima cosa, il punto di partenza. L’approccio necessario per costruire un rapporto difensore/assistito corretto. E poi, mai mettersi dalla parte del torto. Sbagli ogni volta che non fai correttamente gli adempimenti, arrivi tardi alle udienze, dici cose inesatte, affronti i processi con superficialità, non ti presenti agli appuntamenti. In questi casi i boss diventano aggressivi e non hai argomenti per difenderti. Per evitare questa serie di errori è necessario lavorare molto. Imporsi una vita di sacrifici, quella che ho fatto sino ad ora”.

Con i camorristi un duello psicologico

Ma anche questo non basta. Con certi clienti, con chi ha il potere di decidere la vita e la morte di altre persone, si innesca anche un confronto psicologico. Un braccio di ferro costante. Al quale non bisogna sottrarsi, in quel caso si è sconfitti in partenza. E’ come alzare bandiera bianca. Se accade, tutto si complica. Le situazioni rischiano di diventare ingestibili.

Nel trattare con queste persone – continua il penalista – mi ha aiutato molto l’esperienza di vita. Perché devi contrastare quello che è un assioma delle loro esistenze: i soldi li prendono, non li danno. E’ stato importante per me aver praticato molto sport. Sono maestro federale di sci e ho partecipato a numerose competizioni sia nel tennis, sia nel ping-pong. Tutto questo ha accresciuto quella che era già una mia indole: la competizione. Amo il confronto, e odio perdere. E’ una base importante per costruire un rapporto con determinati clienti. Ma è stato utile – continua Vannetiello – per la mia formazione, anche il passato da giocatore di poker. Quella pratica mi ha allenato a gestire i rischi. Rischi ragionati, frutto di attenta analisi, accorte riflessioni. Chi rischia senza ragionare è solo un temerario. A volte gli va bene, ma più spesso si lancia in un burrone. Chi rischia ragionando, e quindi verificando con attenzione i pro e i contro, in genere è vincente. Mi è capitato spesso di decidere di rischiare ragionando, spesso durante l’esame dei testi del Pubblico ministero o quando ho optato per il giudizio abbreviato in processi per omicidio”.

Ci sono altre regole da seguire. Un boss della malavita organizzata non è un cliente come gli altri. E non solo.

Sì, non bisogna mai diventare, neppure apparire, il difensore di un clan. Il segreto e la cautela da osservare è quella di non difendere mai nell’ambito di un unico processo numerose persone. In caso contrario potresti dare una immagine negativa di te stesso sia agli inquirenti, sia al piemme in aula, sia agli stessi giudici. In questo contesto è importante anche un altro aspetto: mai farsi pagare l’onorario da soggetti diversi dagli stretti familiari del soggetto che difendi. Mai accettare soldi da altri personaggi”.

Pagnozzi alla conquista di Roma

Continua l’avvocato:“Di camorristi ne ho difesi molti. I primi favorevoli risultati professionali sono stati ottenuti proprio per esponenti ritenuti di primo piano del clan che ha origine nel comune dove abito, San Martino Valle Caudina. In numerosi processi ho assistito sia il capostipite Gennaro Pagnozzi che i suoi figli Paolo e Domenico. Così come ho assistito, in diverse inchieste, altri due uomini ritenuti di vertice dagli inquirenti: Orazio De Paola e Fiore Clemente. Durante l’ultimo ventennio mentre i processi su altre organizzazioni camorristiche si sono conclusi con severe condanne, i processi a carico del clan caudino non hanno mai portato a condanne esemplari e si sono caratterizzate anche da clamorose scarcerazioni, alcune pure per decorrenza dei termini”.

Come si ricorderà, in particolare per quanto emerso nei processi  cosidetti “Spartacus” e “Triade”, per contrastare l’ascesa dei Casalesi, Domenico Pagnozzi avrebbe secondo la Dda stretto accordi con i De Girolamo di Aversa, i Verde di Sant’Antino e i Buono-Grimaldi di Acerra. Venne scarcerato, ma i giudici gli imposero il divieto di dimora in Campania. Così scelse di andare a Roma, dove – nella ricostruzione degli inquirenti – sarebbe diventato il vertice della cupola camorristica che per anni si è imposta sulla metropoli. E’ stato coinvolto nell’omicidio di Giuseppe Carlino, esponente di primo piano della mala romana e già vicino alla banda della Magliana, ucciso il 10 settembre del 2001 sul litorale di Torvaianica, davanti agli occhi della madre. Nella ricostruzione dei giudici l’omicidio sarebbe stato ordinato da Michele Senese, all’epoca in carcere, per vendicare la morte di suo fratello Gennaro e per ristabilire il predominio territoriale del clan su Roma.

Domenico-Pagnozzi

Per quel delitto – afferma il penalista – la direzione distrettuale antimafia ha indagato per numerosi anni, ha invocato più volte il carcere a vita, ma siamo riusciti a dimostrare che non fu un omicidio di camorra, circostanza che ha consentito al duo Pagnozzi- Senese di evitare l’ergastolo”.

Gli atti processuali hanno evidenziato che quando Domenico Pagnozzi si stabilì a Roma gli inquirenti dell’antimafia non hanno inizialmente dato peso alla sua presenza in città. Del resto il boss di San Martino Valle Caudina è molto scaltro. A vederlo sembra una persona del tutto lontana dalla violenza. Veste bene, parla bene. E’ molto calmo. Ma nella Capitale si associa con un personaggio di primissimo piano : Michele Senese, definito l’ottavo re di Roma. Un criminale molto pericoloso. E così nasce la prima inchiesta capitolina che vede come capi il duo Pagnozzi- Senese, ma il primo viene assolto e scarcerato. Con Senese detenuto, il comando a Roma sarebbe passato in toto nelle mani del solo Pagnozzi, circostanza questa oggetto del processo denominato “camorra capitale” ed attualmente pendente in cassazione. Gli inquirenti capitolini attenzionarono Pagnozzi anche grazie alle sue frequentazioni e al suo legame con Michele Senese. Il pentito Carmine Alfieri, per anni uno dei vertici della Nuova Famiglia, attribuì al Senese oltre cento omicidi. Era nel clan Moccia. All’epoca della guerra con la Nuova camorra organizzata, Senese aveva il compito di scovare ed eliminare i cutoliani che avevano cercato riparo o facevano affari a Roma. E del resto, proprio a Roma, è stato eliminato uno degli uomini più vicini a Raffaele Cutolo, Vincenzo Casillo..

L’omicidio di Vincenzo Casillo

Già, Vincenzo Casillo. Venne ucciso il 29 gennaio del 2003. Erano le 9,30 e la sua auto, una Golf verde appena acquistata, era parcheggiata in via Clemente VII, nel popolare quartiere di Primavalle, a Roma. Vincenzo Casillo aveva 39 anni, negli ambienti criminali era più noto come Titta o’ Nirone, per via dei capelli sempre impomatati. Ma anche cardinale Richelieu, per la sua vicinanza al re Cutolo. E’ insieme a Mario Cuomo, un giovane killer della Nco. Sono eleganti, armati, e sempre in guardia. Intorno a loro infuria una guerra di camorra che sta insanguinando Napoli, la Campania e anche Roma. Entrano in auto. La chiave fa clic. Subito dopo l’esplosione. Casillo muore, Mario Cuomo perderà le gambe. Sarà ucciso sette anni dopo, nel 1990, a Napoli. Entrambi porteranno nella tomba i segreti legati alla trattativa per la liberazione di Ciro Cirillo, il consigliere regionale della Campania, rapito dalle Br. Ed entrambi hanno un passato che riguarda l’Irpinia. Nel post terremoto Casillo organizzerà il gruppo della Nco ad Avellino, per il business della ricostruzione.

Il nome di Mario Cuomo è invece legato alla morte del carabiniere Elio Di Mella, ucciso da un commando il sette ottobre del 1982, lungo la A 16. Il militare fa parte  della scorta che sta accompagnando Cuomo nel tribunale di Avellino per una testimonianza. All’altezza dello svincolo per Avellino Est, la vettura che trasporta il boss viene affiancata. Non è blindata. Non ci sono rinforzi. Di Mella tenta una reazione. Il gruppo armato, tutti indossano parrucche colorate, fa fuoco. Il giovane carabiniere muore. Cuomo viene liberato. I criminali fuggiranno verso Montoro, dove brinderanno alla riuscita dell’operazione con champagne in un capannone abbandonato. Qualche anno dopo un pentito racconterà i dettagli di quell’assalto. Tra gli imputati del processo che ne seguirà, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Avellino, un altro pezzo da novanta della camorra cutoliana, Salvatore Di Maio (Tore ‘o guaglion’), giovanissimo capozona dell’Agro Nocerino Sarnese. La sentenza sarà di assoluzione: in aula le dichiarazioni del collaboratore di giustizia non verranno ritenute credibili.

I camorristi provano sempre a sottometterti

Ed è proprio ‘grazie alla personalità ed al carattere di quelli che sono stati i miei clienti – aggiunge Vannetiello -, e grazie alla importanza dei processi a cui ho avuto la fortuna di partecipare che ho accumulato importantissime esperienze nelle aule di giustizia e nella vita in generale. Il rapporto che si instaura con i personaggi della malavita organizzata è particolare, e bisogna saperlo gestire. Le inchieste giudiziarie hanno dimostrato che i boss provano sempre a sottometterti. E’ la loro natura. E’ quello che fanno ogni giorno con gli altri. Secondo gli studiosi di psicologia i capoclan si sentono dei padreterni. A volte l’ egocentrismo di alcuni sfiora la megalomania. Con un obiettivo semplice: comandare e sottomettere tutti, in alcuni casi anche condizionando l’avvocato. Ma è un rischio che bisogna evitare. In fondo, come scrive Tullio De Cataldo nel libro “romanzo criminale”, tutti i delinquenti iniziano la loro carriera immaginando un giorno di diventare dei numeri uno. Spesso curano anche l’immagine. Solo per spostarsi da una parte all’altra di una città, anche piccola, iniziano a fare staffette con altre auto, si muovono sempre con circospezione e diffidenza. Del resto hanno molti nemici. Sono sempre accompagnati da guardie del corpo pronte a tutto, Anche quando non c’è un effettivo bisogno”.

Un altro errore da evitare – aggiunge Vannetiello – è quello di correre dietro ai soldi. Un avvocato non deve mai accettare il denaro che non ha  meritato. Altrimenti per certi clienti è facile pensare che sei una persona disponibile, anche – faccio un esempio – a portare qualche messaggio fuori dal carcere”.

In genere non c’è una grande differenza tra i camorristi napoletani, avellinesi, casertani o salernitani. Ma non c’è neppure una tipologia precisa. Dipende sempre dalle persone. In alcuni casi chi arriva dalla provincia, potrebbe essere più raffinato di un camorrista di Napoli centro. Forse, comunque, quelli veramente diversi, quelli che si differenziano dal resto della criminalità campana, sono i Casalesi. Mi sono rapportato in più occasioni con loro. Hanno un atteggiamento molto gentile, quasi mansueto. Con gli anni sono diventati imprenditori e si comportano come imprenditori.

La Miciona, e le altre donne boss

Sono stato impegnato in tanti processi con storie e personaggi a loro modo straordinari. Ricordo ad esempio quello contro il capo clan di Qualiano, Paride De Rosa, che chiamavano Pariduccio, vicenda dove compaiono le “tre esse”, sesso, soldi e sangue. I soprannomi hanno un peso e un significato nelle storie di camorra. Anche per questo sono evidenziati nelle relazioni dell’antimafia e nelle stesse ordinanze”.

“De Rosa – continua Vannetiello – era accusato di due omicidi. In primo grado è stato condannato a due ergastoli, accusato da nove pentiti, con una lunga serie di indizi in mano all’accusa: dai video delle telecamere di sicurezza, alle armi. In Appello sono riuscito a farlo assolvere. Sentenza che poi ha retto anche in Cassazione. Ma è una vicenda che racconta le dinamiche interne di un clan della camorra. Gli eccessi, la sete di potere, il lusso esibito, le intricate relazioni sentimentali, l’odio assoluto, la vendetta, la morte”.

Paride De Rosa era l’ombra del boss di Qualiano, Nicola Pianese (‘o Mussuto). Mentre il capo era in cella, il timone del comando è passato nelle mani della moglie, Raffaella D’Alterio (‘a Miciona). Che non era una donna comune: figlia di un boss, moglie di un boss, è nata e cresciuta in un ambiente criminale, abituata a comandare e a vivere nel lusso più sfrenato. Ed è stata considerata dagli investigatori una camorrista spietata. Mentre il marito è in cella – continua Vannetiello -, Raffaella D’Alterio, oltre a prendere in mano le redini del clan, si concede una relazione sentimentale con Pasquale Russo (‘o Cartonaro), un affiliato. Ma avrebbe intrecciato una storia anche con Fortuna Iovinelli (‘a Masculona).

Tutto fila liscio fino a quando il marito, Nicola Pianese, viene rimesso in libertà. ‘O Mussuto è stato un boss molto potente nella zona. Un capo assoluto negli anni ’90. Paride De Rosa gli dice tutto: che sua moglie ha preso in mano gli affari e sta procedendo per fatti suoi, ma soprattutto che ha una relazione con Pasquale Russo. Era l’autunno del 2006. Pianese vuole vendicarsi, e uccidere la moglie, per gli affari e per l’onore. Decide di scioglierla nell’acido. Ma viene preceduto. Raffaella D’Alterio arma la mano del suo amante e fa uccidere il marito. E non solo: diffonde la voce che ad ammazzarlo è stato Paride De Rosa, con altri uomini legati a lui. Inizia così la faida di Qualiano. Con altri omicidi. Compreso quello contestato a De Rosa: per vendicare il suo boss, e utilizzando una ambulanza per passare inosservato, il nove novembre del 2006, in una strada del centro di Qualiano, spara a Pasquale Russo. Si avvicina a lui – nella ricostruzione del collaboratori di giustizia -, si toglie il passamontagna per farsi riconoscere, e dice: “Questo te lo manda Mussuto”. E spara alla vittima tra le gambe, finendolo.

Ci saranno altri morti (Armando Alderio, Carmine Starace, Antonio Sarappa). Alla fine il potere nella zona finirà nelle mani di donna Raffaella. Che vive in una villa lussuosa, in pietra viva e un invalicabile cancello, al civico 33 di via Giuseppe Di Vittorio, nel cuore di Qualiano. Tutto finisce nel 2012, con un blitz dei carabinieri. Vengono arrestati 67 affiliati, sequestrati beni per dieci milioni, sette società, otto appartamenti, 87 tra auto e moto, 35 conti correnti. Anche una Ferrari Modena, che la Miciona ha regalato al fidanzato della figlia (la sola targa in oro costa 3mila e 500 euro), oltre a una pelliccia di visone firmata da John Galliano che la D’Alterio aveva regalato a Fortuna Iovinelli. Raffaella D’Alterio sarebbe diventata poi una collaboratrice di giustizia.

Di lady camorra ce ne sono state tante, non solo Raffaella D’Alterio. L’avvocato Dario Vannetiello ha difeso una delle più note, Maria Licciardi, che avrebbe poi ispirato il personaggio di Scianel in Gomorra.

Era inserita – racconta Vannetiello – nella lista dei trenta criminali più ricercati in Italia ed è stata ritenuta tra le dieci donne più pericolose al mondo . Il capoclan della potente Alleanza di Secondigliano. E’ la sorella di un superboss, Gennaro ‘a Scigna, capo storico della camorra napoletana, morto in carcere. Maria Licciardi prende il comando del gruppo criminale dopo l’arresto dei fratelli, Pietro e Vincenzo, e del marito Antonio Teghemiè. E’ ricercata per anni, una primula rossa imprendibile. Il clan ha allestito per lei una rete di protezione quasi inespugnabile. Fino al blitz della polizia. Non fu trovata. Si rese latitante. Ciò nonostante il Tribunale del riesame nello scorso mese di giugno annullò la ordinanza di custodia cautelare ”.

Tra le altre boss in gonnella difese dall’avvocato Vannetiello, compaiono anche Paola Torrisi di Catania, soprannominata la regina di Caltagirone e coinvolta nell’inchiesta sul clan mafioso Santapaola. E poi, Concetta Formicola dell’omonimo clan e Maria Buttone, capoclan e moglie di Belforte ed ora accusata di essere mandante dell’omicidio di Angela Gentile, amante del marito .

A seguito delle assoluzioni ha anche ottenuto il risarcimento per ingiusta detenzione in favore delle irpine Annamaria Rame e Pagnozzi Ines.

Un lungo elenco di boss

Tanti i boss di tutta Italia difesi da Vennatiello tra Puglia, Sicilia, Campania e Calabria. Ne citiamo alcuni.

Domenico Belforte, il capo più importante della camorra casertana e leader di uno dei gruppi criminali più longevi della regione.

Roberto Sinesi, boss della Società Foggiana, tra le più pericolose associazioni criminali della Penisola. Solo negli ultimi anni si sono puntati i fari su questa organizzazione che fino a oggi ha subito pochissimi sequestri e pochissimi blitz. .

Il boss Luigi Cimmino, boss del Vomero da 25 anni. Subì un attentato fallito, ma che è costato la vita a Silvia Ruotolo, una passante.

Pietro Licciardi di Secondigliano e Giovanni Panico ai quali in due distinte occasioni riuscì a far annullare due ergastoli in cassazione. Soggetti che beneficiarono della assoluzione.

Guido Abbinante, tra i più noti scissionisti, ottenendo in suo favore due annullamenti di due diverse condanne all’ergastolo, l’una in cassazione, l’altra in assise appello, con conseguenti assoluzioni.

L’avvocato Vannetiello non assumerà più nuovi incarichi, ma è ancora difensore di capiclan, pure in antagonismo tra loro: Antonio Orlando, Raffaele Orlando, Francesco Mazzarella, Ettore Bosti, Ciro Contini, Antonio Marigliano, Francesco e Vincenzo Silenzio, Mariano Abbagnara, quest’ultimo personaggio principale del docufilm “Robinù” curato dal noto giornalista Michele Santoro.

Passando al mondo della imprenditoria, pendono in cassazione ricorsi per due importanti imprenditori, entrambi incensurati, il primo Raffaele Donciglio, ritenuto prestanome del super boss Michele Zagaria. Il secondo, Salvatore Borrata, che avrebbe gestito affari per conto dell’altro super boss casalese, Carmine Schiavone, più noto come Sandokan.

Difende anche l’imprenditore Rocco Perre, accusato di ‘ndrangheta per importantissimi lavori di subappalto ricevuti per la costruzione dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria.

Ho un sogno, scrivere un libro

Con i clienti del mondo della criminalità organizzata, mi sono presentato sempre allo stesso modo: determinato, quasi sfrontato. Non ho mai dato particolare confidenza a nessuno”.

Pretendo sempre – è chiaro – di farmi pagare. Non solo per una palese esigenza professionale, ma anche perché se lo faccio ottengo una forma di rispetto da questi clienti. Ripeto: loro sono abituati a prendere soldi, non a darne. Non ho mai detto sì a numerosi inviti. In barca, alle feste, ai matrimoni. E neppure ho mai accettato regali costosi. Il motivo è semplice, se dici di no, capiscono che non possono farti altre scomode richieste. Un altro errore da evitare in modo assoluto, è quello di riferire a un cliente notizie di un altro assistito. E’ sempre sbagliato, ma nel caso dei boss di camorra e della malavita organizzata in genere, si diventa persona poco affidabile”.

Per quasi tre decenni di vita professionale ho difeso senza risparmio di energie e senza alcuna paura personaggi che erano accusati di vivere con i proventi di reati di criminalità organizzata. Ho ricevuto grandi soddisfazioni professionali. Sono più che contento di quello che ho fatto e della mia carriera. Ma nell’ultimo periodo ho capito che qualcosa mi stava sfuggendo, meglio frenare, facendo un passo non indietro, ma di lato. Alla fine ho preso una decisione. Ed è una decisione definitiva: mi occuperò solo dei processi in Cassazione. In questi mesi già ho dovuto dire no a tanti boss che mi hanno contattato per essere assistiti. Ho scelto di intraprendere questo percorso, e così sarà. Lascio lo spazio ai tanti bravi avvocati per i giudizi di merito. Mi occuperò solo di quelli in cassazione, segmento del processo che mi entusiasma e dove ho raccolto le più grandi gratificazioni. Chissà, se con il tempo che mi rimane, riuscirò a scrivere un libro. È uno dei miei sogni”.

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