Nuovo Clan Partenio: altre testimonianze sul filone delle aste giudiziarie

Corruzione in atti giudiziari, 14 arresti. Anche un imprenditore irpino


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Altri atti depositati dall’Antimafia che possono ampliare l’inchiesta sul nuovo Clan Partenio. E il motore economico del gruppo criminale, le aste giudiziarie truccate grazie a minacce e pestaggi. Testimonianze di persone informate sui fatti. Quelli che riguardano le sedici persone finite al centro dell’indagine parallela dei Pm Henry John Woodcock, Simona Rossi e Luigi Landolfi. Alcuni avvocati del collegio difensivo (composto, fra gli altri, dai legali Carmine Danna, Nello Pizza, Gaetano Aufiero, Nicola D’Archi, Gerardo Santamaria, Alberico Villani) hanno deciso di ricorrere contro i sequestri probatori.

Si scava fra pennine usb e pc

I finanzieri hanno sequestrato pennine usb, computer, documenti. Ed è stato nominato un consulente che dovrà lavorare proprio sui supporti informatici. Lì dentro potrebbe esserci il codice per decifrare il modo di agire dell’associazione. Nomi, cifre, liste delle aste giudiziarie sulle quali il Clan aveva messo gli occhi. Nelle carte emerse finora si citano attività di Solofra e Montoro, case e capannoni industriali, villette nel baianese oltre che ovviamente ad Avellino e l’hinterland. Non solo beni immobili, ma anche lavori edili da effettuare e assicurare a ditte ricollegabili all’associazione.

Colletti bianchi

L’indagine delle fiamme gialle, partita nel 2018, è dedicata ai colletti bianchi che collaboravano con il clan (questa l’ipotesi della Procura). Avvocati e consulenti di banca che sapevano come districarsi fra questioni amministrative, redarre perizie per stimare il valore dei beni, risolvere spinosi aspetti burocratici che potevano creare intoppi. E tutto funzionava alla perfezione, così almeno credevano gli indagati. Intanto gli investigatori li ascoltavano. Pagine e pagine di fluviali conversazioni intercettate. A casa e in auto, mentre parlavano con altre persone sotto inchiesta, con amici e conoscenti. Anche quando si lamentavano di qualcosa che era andato male. E, spesso, quel qualcosa riguardava gli affari del clan. Si sono ricostruiti spostamenti, abitudini, frequentazioni. Una mappa chiara e dettagliata. In cui rientrano anche i legami con il braccio armato del gruppo.

Quello composto da molte delle 23 persone arrestate dai carabinieri del comando provinciale di Avellino, al comando del colonnello Massimo Cagnazzo. L’ala militare che si assicurava che tutto funzionasse alla perfezione. Quando c’erano acquirenti da “ammorbidire” o soldi da riscuotere per fare andare deserte le aste. Anche in tribunale, al terzo piano. Dove non era raro vedere i volti di chi è finito nelle due indagini. E’ lì, dopotutto, che si decidevano le sorti di tutte le procedure ritenute sospette.

Nuovi atti per il Riesame

Negli atti si fa riferimento anche a custodi giudiziari compiacenti che però non risultano fra gli indagati. Intrattenevano – lo raccontano le vittime – rapporti cordiali con persone sotto inchiesta.

Domani è fissata l’udienza di Riesame per uno dei sequestri probatori effettuati nel corso dell’indagine della finanza. E così gli avvocati hanno ricevuto gli avvisi di deposito dei nuovi atti. La difesa avrà l’occasione di “scoprire le carte” e capire quanto ampia sia, finora, l’inchiesta della Procura. Quali siano le altre “sit” depositate. Si tratta di dichiarazioni, rilasciate da persone informate sui fatti, riferite probabilmente a episodi recenti. Storie, magari simili a quelle finite negli atti di Riesame dell’altra indagine. Una donna, che aveva più volte sporto denuncia, ha raccontato a Pm e carabinieri come era stata schiaffeggiata e minacciata per rinunciare a comprare la casa di un’amica che era finita all’asta. Un racconto intriso di paura che però non l’aveva mai spinta a tirarsi indietro, a ritrattare quelle denunce. Altri potrebbero aver preso quella strada. Se così fosse la situazione, per gli indagati, sarebbe decisamente più grave di quella emersa finora.

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