Clan Partenio 2, aste giudiziarie: nei nuovi atti anche immagini raccolte dalle vittime

Nei nuovi del Riesame, relativi ai sequestri probatori, anche immagini raccolte dalle vittime. E testimonianze.

tribunale avellino tre
3' di lettura

L’inchiesta sulle aste giudiziarie controllate dal nuovo Clan Partenio si allarga. Procede in due direzioni. Mentre crescono le denunce (si indaga anche su procedure avvenute negli ultimi mesi), nei nuovi atti depositati al Riesame spuntano immagini e registrazioni. Le vittime si sono trasformate in investigatori che volevano incastrare gli indagati anche in tribunale. Si tratta di persone finite nell’indagine della finanza di Napoli sul motore economico del clan e sui colletti bianchi. Quelli che per l’Antimafia strangolavano tanti privati e famiglie.

Esecutati – così vengono definiti nelle carte – che forse stufi di subire hanno deciso di passare all’azione. Non si sono limitati a raccontare quanto avevano vissuto. Ma hanno anche fornito altri elementi, proprio quelle immagini.

Nuove denunce

Se quegli elementi sono determinanti, e la Dda lo crede, la situazione degli indagati potrebbe aggravarsi. Anche perché parliamo di una indagine che è solo all’inizio. Pochi mesi e pochi nomi, alcuni coincidono con le ventitré persone arrestate nell’altra inchiesta sul Clan. Presto – agli indagati nel filone economico – potrebbero aggiungersene di nuovi. Proprio perché le altre testimonianze deposita al Riesame per i sequestri probatori (a cui una persona indagata stamattina ha rinunciato), riferite solo al sistema delle aste e non agli altri capi d’accusa, sono emblematiche di un clima di terrore che non funzionava a dovere. C’erano infiltrazioni di risentimento e rabbia che prevalevano sulla paura. Il timore di finire picchiati, come è accaduto ad alcune vittime, messo sulla bilancia delle emozioni pesava meno della sofferenza.

Il dolore generato da una casa, persa per rate non pagate, strappata via senza possibilità di riaverla indietro. A meno che non si fosse disposti a pagare un “contentino” per far andare deserta un’asta. Ne parla una donna, ascoltata dai carabinieri del comando provinciale e dal Pm Henry John Woodcock, che voleva recuperare un’immobile di un’amica. E nonostante gli schiaffi e le minacce, raccolte fra Avellino e Montoro, non si è fermata. Ha denunciato. Non è l’unica. C’è anche la storia di un’esponente delle forze dell’ordine che era interessata a un box auto. E, quando se l’è aggiudicato all’asta, poi è stata avvicinata da un uomo che aveva detto come quel box dovesse essere suo. Perché aveva stretto un patto con alcuni indagati nell’inchiesta e non si capacitava che le cose non fossero andate per il verso giusto. Un’altra situazione – menzionata negli atti di Riesame – si riferisce a un bene immobile di Solofra.

Anche l’usura

Altre testimonianze si sono aggiunte nei nuovi atti. Alcune davvero emblematiche, dettagliate, particolari. In un racconto si fa anche riferimento a una fantomatica attività di consulenza per le aste nell’hinterland di Avellino che, in realtà, non esisteva. C’erano solo i bigliettini che ne indicavano l’indirizzo. Ma – quando qualcuno c’è andato – ha trovato solo una concessionaria di auto. Un altra persona si è trovata invischiata in una questione relativa a un garage.

Le cifre per far andare deserte le aste o non perdere la case variavano. Partivano da quattro mila o cinquemila euro. Magari trattati, dopo una base di partenza che superava i ventimila. Non solo immobili e box auto. In quelle carte si descrivono diverse ramificazioni dell’attività del gruppo teorizzato dalla Procura, a partire dall’usura. Un reato strisciante, molto diffuso ad Avellino. La finanza, che ha congelato numerosi conti correnti, ha ricostruito svariati movimenti di migliaia di euro. In un episodio ci si è soffermati anche su dell’oro. E adesso ci sono quelle immagini. Un nuovo elemento che può essere decisivo. Magari fare chiarezza su altri aspetti dell’indagine ancora da chiarire. A partire dal numero di professionisti che, a periodi alterni, si sarebbe messo a disposizione dell’associazione. Avvocati e consulenti di banca, già indagati, potrebbero essere solo i primi di una lunga serie.

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