Clan Partenio 2, aste giudiziarie: nel filone politico spuntano altri testimoni

Nuovo Clan Partenio, inchiesta aste giudiziarie. Persone informate dei fatti, nel filone politico.



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Dopo il clamore degli arresti, l’inchiesta sul Nuovo Clan Partenio non si è mai fermata. E si è arricchita di nuovi testimoni. Adesso l’attenzione torna a focalizzarsi sulla politica. Oggi pomeriggio gli inquirenti hanno ascoltato alcune persone informate sui fatti. Non si tratta perciò di indagati, ma di profili che con le loro dichiarazioni possono rivelarsi fondamentali per l’inchiesta. Fra di loro, ci sarebbe anche una donna che ha ricoperto ruoli istituzionali nel capoluogo irpino e non solo.

Nuovo Clan Partenio: c’è il filone poltiico

La politica era già finita al centro dell’indagine del Nuovo Clan Partenio. In modo, per così dire, più clamoroso quando era venuto fuori il nome dell’ex consigliere comunale della Lega e candidato sindaco, Damiano Genovese. Alcune sue telefonate, con l’ex coordinatore provinciale del Carroccio, Sabino Morano, sono state trascritte all’interno delle carte. Per l’accusa, infatti, il Nuovo Clan Partenio avrebbe dirottato dei voti per favorire la candidatura di Morano. In lizza, per il posto di primo cittadino, proprio nel 2018.

La tornata elettorale era stata poi vinta dal grillino, Vincenzo Ciampi, mentre Morano era finito all’opposizione. E in una ampia intervista, a TheWam.net, aveva respinto tutte le accuse che gli venivano mosse, dicendosi pronto a chiarire ogni aspetto con la magistratura. Le sue dimissioni – aveva aggiunto – rientravano in una questione di opportunità per tutelare l’immagine del partito che rappresentava.

E ora l’indagine del Nuovo Clan Partenio, affidate ai carabinieri del comando provinciale guidati dal colonnello Massimo Cagnazzo, riparte proprio da lì. E cioè dalle amministrative del 2018 ad Avellino. Ma è chiaro che la traccia investigativa potrebbe presto ampliarsi andando oltre i confini del capoluogo irpino. E, forse, non fermandosi solo al 2018.

Politica già nel mirino

Di certo, come rivelato da alcuni verbali raccolti nel corso dell’inchiesta, ci sono già denunce in cui si menzionano persone che fanno parte di pubbliche amministrazioni. I loro nomi sono coperti da omissis. Un segreto investigativo che ci spinge ad essere cauti, rispetto ad altri elementi che sono accostati nei nomi e che figurano nelle carte.

Uno dei presupposti, che sorregge l’indagine dei pm Simona Rossi, Luigi Landolfi ed Henry John Woodcock, è che il gruppo criminale avesse il potere di raccogliere consenso attorno alla sua attività. E lo faceva risolvendo anche questioni apparentemente banali: come lo sfratto di abitazioni o la risoluzione di dispute private.

Aspetti affrontati proprio nella mastondontica ordinanza, di oltre mille pagine se si contano gli allegati, che descriveva l’attività dell’ala armata del gruppo. Quella che imponeva il suo controllo sul territorio, attraverso usura ed estorsione. Quella, per riferirsi sempre alle carte dell’inchiesta, avrebbe allungato i suoi interessi anche in Alta irpinia, con intimidazioni a imprenditori e la presenza dei capizona.

L’indagine sul Nuovo Clan

Dal 2014 al 2018, con non poche difficoltà, i carabinieri del nucleo investigativo di Avellino, guidati dal capitano Quintino Russo, hanno pazientemente ricostruito l’attività del gruppo criminale. Un’indagine che ha permesso di sventare un sequestro di persona e che ha preso spunto da atti raccolti nell’inchiesta sull’omicidio di Michele Tornatore, detenuto in semilibertà ammazzato con due colpi di pistola alla testa e uno al torace prima di essere carbonizzato. Prendendo spunto da un verbale di interrogatorio, i carabinieri erano arrivati a quelli che venivano chiamati “amici di Avellino”. E poi hanno scoperto il Clan.

Questo secondo filone di inchiesta, quello nel quale sono state ascoltate le persone di oggi, si focalizza sul motore economico del gruppo criminale. Indagati che, secondo le ipotesi investigative, pur non rientrando direttamente nell’associazione a delinquere fornivano i loro servizi. Ci sono consulenti di banca e custodi giudiziari che avrebbero collaborato nell’attività degli indagati principali. Quelli che si occupavano di alterare le aste giudiziarie. E si accaparravano immobili, spesso a costi irrisori, usando l’intimidazione. E strappando quelle case a famiglie disperate che poi, in alcuni casi, erano disposti a ricomprarle dagli stessi indagati.

Procedure immobiliari sotto la lente ingrandimento

Molte di quelle procedure immobiliari sono finite nel mirino dei carabinieri. I militari hanno acquisto una ampia documentazione che si riferisce ad aste giudiziarie tenute negli anni passati. Ne abbiamo parlato in una ampia inchiesta di TheWam.net. Altri elementi li hanno forniti i testimoni. C’è persino chi ha ripreso, di nascosto, alcuni indagati. E chi ha raccontato di intimidazioni subite all’interno del tribunale. Qualcuno ha fatto riferimento a delle “teste di legno” di cui si sarebbe servito il gruppo criminale.

Una vera filiera che individuava gli immobili più appetibili, sapeva a chi piazzarli, usufruiva anche di consulenti capaci di stilare perizie immobiliari, aveva i suoi contatti in banca, a volte chiudeva affari per vendere le case prima delle procedure all’incanto. Un controllo capillare del territorio e del business di riferimento, questo ipotizzano gli inquirenti. E non solo ad Avellino, ma anche in altre zone come la valle dell’irno.

Un controllo, questa l’altra ipotesi degli investigatori, che potrebbe essersi esteso fin dentro gli apparati politici. Gli inquirenti dell’Antimafia cercano conferme. In questi giorni le denunce sono cresciute. Ma stavolta la sensazione è che gli investigatori abbiano una traccia precisa. E le persone ascoltate oggi dovrebbero aiutare ad ampliarla.

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