Clan Partenio, aste giudiziarie e usura: storie, nuovi testimoni e dati degli immobili

Usura, il business delle aste giudiziarie e la criminalità organizzata. Un dossier che si focalizza sulle ultime indagini giudiziarie. E raccoglie i dati relativi alle aste giudiziarie e nuove testimonianze.

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Indice


Usura, crisi immobiliare, clan e la nuova inchiesta sulle aste giudiziarie. Le abitazioni che vengono perse per quattro spiccioli rispetto all’iniziale valore di mercato. Vedremo come funzionano le procedure. Quante sono in Irpinia. I casi più eclatanti. Come è iniziato tutto. Se ne parlava già a inizio anni ’90. Le modalità erano diverse. Non cambia invece la sofferenza delle vittime.

Spesso chi perde la casa finisce nella rete degli strozzini. Così come i giocatori d’azzardo. Le ricevitorie diventano i luoghi dove gli usurai trovano i loro bersagli. Le organizzazioni criminali si servono di procacciatori di disperati a cui prestare denaro da farsi restituire con tassi d’interesse mostruosi. Il nostro approfondimento prende spunto da alcune indagini che hanno investito la provincia di Avellino.

Non si tratta di freddi atti giudiziari, ma di questioni che scavano nella “carne viva” del tessuto sociale. Famiglie e privati costretti a contrarre prestiti a strozzo per affrontare spese impellenti, a volte vitali come cure mediche. Testimonianze drammatiche. Chi ha visto la propria vita rovinata dalla paura e dalla vergogna. Spesso, lo leggerete, le vittime non riescono a trovare la forza di denunciare. Hanno paura del giudizio altrui oltre che della vendetta dei loro aguzzini.

L’incubo dell’usura, molte volte, inizia con piccoli prestiti. Necessari a soddisfare spese apparentemente banali come le rate dell’auto. L’inizio di un calvario fatto di violenza e paura. Gli strozzini sono spietati. Non si fermano neppure davanti a persone che affrontano una chemioterapia. Gli usurai conoscono una sola legge: il denaro.

Le indagini economiche sono la cartina di tornasole della salute di un territorio. Ci siamo concentrati sul numero di immobili messi all’asta. Sui negozi chiusi e sui capannoni industriali abbandonati. Quali sono le aree produttive che stanno morendo? Dove c’è maggiore crisi edilizia?

Abbiamo incrociato i dati e le indagini, ascoltato professionisti di settore. Una mappa che restituisce un quadro complessivo di fenomeni striscianti e purtroppo estremamente attuali. Ci riserviamo, grazie all’opportunità offerta dalla rete, di ampliare o rettificare questo reportage se ce ne sarà necessità.

Clan e cravattari

Qualche anno fa l’allora procuratore della Repubblica, Alfonso Monetti, ci raccontò che l’usura “è uno dei mali storici della provincia di Avellino”. Una piaga. “Ma è anche uno dei reati più difficili da dimostrare”. Il motivo era semplice: “E’ necessaria la collaborazione delle vittime. Che però spesso preferiscono subire in silenzio. Per paura di ritorsioni, ma anche per un timore sociale: non vogliono far sapere di essere sul lastrico, soprattutto quando si tratta di commercianti o imprenditori. Hanno vergogna”.

Quella di Monetti era una Irpinia diversa. Negli anni ’90 il morso della crisi economica non si era fatto sentire. I cravattari erano in larga parte singoli criminali. Ce n’era almeno uno in ogni quartiere. A volte venivano denunciati, quando le vittime non ne potevano più. Ad Avellino una donna raccontò agli inquirenti di essere stata costretta ad avere rapporti sessuali con l’usuraio per evitare di pagare gli interessi su un prestito. Gli interessi, non tutto il debito.

Da allora la situazione è cambiata, radicalmente. Le imprese, i negozianti e le famiglie in difficoltà sono molte di più. La disoccupazione è lievitata. Il gioco d’azzardo è diventato malattia sociale. Il business dei soldi in prestito è cresciuto, e tanto. Il cravattaro si è fatto imprenditore. E dietro questo “affare”, sono comparse le organizzazioni criminali. Anche clan della camorra.

La malavita organizzata – pure quella irpina – ha messo da parte la pratica delle estorsioni diffuse. I commercianti in difficoltà di fronte a richieste di pizzo fanno prima ad abbassare la saracinesca. Quegli stessi commercianti però, dopo aver sbattuto contro i “no” degli istituti di credito, sono prede facili per gli strozzini. E finiscono in un tunnel senza uscita.

I Cava, i Pagnozzi, il vecchio e il nuovo clan Partenio, l’apice della criminalità in Irpinia, ha “centralizzato” l’attività usuraia. I vecchi cravattari di quartiere operano quasi sempre per conto dei gruppi criminali. Più cambiali, assegni, conti correnti e tassi di interesse. Meno pistole e bombe. Ma la stessa violenza. Più sottile, continua, diffusa. Che schiaccia persone fragili, disperate. La lettura delle intercettazioni telefoniche restituisce l’angoscia delle vittime e le martellanti richieste degli aguzzini. Minacce esplicite, a volte velate. Che suscitano terrore, soprattutto quando si è coscienti che dietro l’usuraio si nascondono clan capaci di tutto.

Il business delle aste giudiziarie

Strettamente connesso all’usura c’è l’altro grande business della camorra. Quello delle aste giudiziarie. Un affare che si è molto ridotto nei primi anni ’90, grazie all’introduzione di una legge, la 203/91 del 12 luglio 1991. Quella norma mise fine alle violenze e alle intimidazioni della malavita organizzata che, dopo aver fatto andare deserte una serie di aste giudiziarie, si aggiudicava gli immobili a prezzi stracciati per poi rivenderli, ricavando il 3, 400 per cento di guadagno. Soldi a palate con annesso riciclaggio.

Con la legge del ’91, invece, se i giudici ritenevano che gli interessi del creditore e del debitore fossero stati mortificati da un prezzo troppo basso, potevano – a discrezione – decidere di sospendere la vendita. Per il magistrato la cessione del bene doveva prima di tutto soddisfare il creditore e liberare il debitore. Un principio sacrosanto.

Una legge quindi che era studiata sia per evitare speculazioni della malavita organizzata, sia per garantire le parti. Quattordici anno dopo con la 132/2015 e la 119/2016, quell’impianto che aveva ridotto la presenza della camorra nell’affare aste giudiziarie, viene fatta a pezzi. E la malavita organizzata ha impiegato meno di un niente per capire l’affare. Si è lanciata di nuovo e con maggiore determinazione nel business, a scapito di migliaia di famiglie in difficoltà.

La nuova normativa ha radicalmente modificato la gestione dei tempi delle esecuzioni immobiliari. Con conseguenze disastrose. I tecnici sono stati indotti a stilare la perizia dell’immobile pignorato con un drastico ribasso rispetto al valore di mercato. Ma non solo. E’ diventato obbligatorio l’abbattimento del 25 per cento del valore a ogni asta andata deserta. In questo modo si è velocizzato il tempo delle esecuzioni immobiliari. Ma si sono completamente ignorate le conseguenze che il crollo del valore delle abitazioni causa alle famiglie.

Ci spieghiamo meglio. Le scene alle aste giudiziarie sono quasi sempre le stesse (come dimostra anche l’inchiesta sul Clan Partenio 2, più avanti ne parleremo nel dettaglio ndr). Per l’immobile all’incanto non si presentano proposte di acquisto – con sistemi non sempre leciti – fino a quando il prezzo diventa irrisorio. Le famiglie si ritrovano così senza casa e ancora gravate del 60, 70 per cento del loro debito. Perseguitate dai creditori per tutta la vita. E spesso costrette a ricorrere al mercato parallelo del credito: quello in mano agli strozzini.

Il giro è completo. Il mercato della disperazione che gonfia le tasche della nuova camorra. A spese delle fasce più fragili.

Aste giudiziarie e Nuovo Clan Partenio

L’indagine dell’Antimafia di Napoli sulle aste giudiziarie pilotate ha conquistato l’opinione pubblica fin dalla sua genesi. Procede di fianco a quella sul Nuovo Clan Partenio, alcuni indagati sono comuni. Nell’inchiesta, delegata ai carabinieri del comando provinciale guidati dal colonnello Massimo Cagnazzo, sono finiti professionisti che si muovono in settori dove girano i soldi, tanti.

Gli inquirenti spiegano come un ruolo fondamentale nel sistema ipotizzato lo ricoprivano le famiglie Forte e Aprile (sono indagati Livia e Carmine Forte e Armando e Gianluca Aprile). Accanto a loro spuntano nomi di avvocati e consulenti di banca. In un decreto di sequestro d’urgenza, firmato dai Pm Henry John Woodcock, Simona Rossi e Liliana Esposito, si fa riferimento a una perizia sospetta sugli immobili. Nell’inchiesta sono finiti anche dei custodi giudiziari. Tre, per la precisione. Si tratta di ausiliari dei giudici chiamati a occuparsi delle esecuzioni immobiliari. Un ruolo fondamentale, insomma. Un ruolo di garanzia.

Gli accertamenti degli investigatori si sono focalizzati su alcune società: la Lara Immobiliare, Rinascimento Italiano e Punto Finance. Alcuni sequestri hanno riguardato i conti correnti di sedici persone aperti fra Poste e banche come l’Azimut Capital Management, Banca Popolare del Mediterraneo e Unicredit.

Gli indagati che partecipavano alle aste giudiziarie – scrivono i magistrati – conoscevano, prima della celebrazione delle procedure, i dettagli del fascicolo dell’esecuzione, in particolare il numero di persone che avevano provveduto a depositare in cancelleria la busta con l’offerta e l’assegno circolare, perfino l’ora precisa del deposito.

“Peraltro – si legge in un passaggio saliente dei decreti di sequestro – non si può non evidenziare come il regime di tendenziale monopolio instaurato dai “tretre” nel settore delle aste immobiliari avellinesi ben difficilmente si sarebbe potuto instaurare, rimanendo ben saldo per decenni, senza la collusione o quanto meno senza la connivenza di soggetti interni alla pubblica amministrazione e al sistema bancario”.

Siamo andati a vedere i dati degli ultimi due anni, in provincia di Avellino, per capire di cosa si parla concretamente quando si cita il business delle aste giudiziarie. Abbiamo utilizzato gli elementi forniti dal sito di settore Astalegale.net e dal portale del tribunale di Avellino.

Aste giudiziarie i dati degli ultimi due anni

Il periodo che abbiamo preso in considerazione, grazie ai dati forniti proprio dal sito Astalegale.net, va dal novembre 2019 al febbraio del 2020. Si parla di 237 procedure che riguardano immobili finiti all’asta in provincia di Avellino. Alcune risalgono a cinque o sei anni fa. E intanto il prezzo degli beni ha continuato ad abbassarsi, ogni volta che il giudice lo riteneva opportuno.

Nell’ultimo anno sono centoquarantatré le abitazioni finite all’asta, venti i fabbricati costruiti per esigenze commerciali, trentadue i terreni e dieci i garage. I dati, come vedrete, confermano la grave crisi economica che ha investito il distretto produttivo di Solofra. Così come la lenta agonia di tanti paesi dell’Alta Irpinia.

Un altro aspetto importante riguarda i paesi dove si trovano gli immobili presi in considerazione. Dietro Avellino, che guida questa classifica con trentacinque beni finiti all’asta, segue Monteforte Irpino a quota diciannove, tredici a Solofra e poi c’è l’Alta Irpinia dove colpiscono i dati di Nusco e San Mango sul Calore con nove beni immobiliari a testa. Un dato emblematico, quello dei paesi altirpini, rispetto proprio al numero di abitanti.

In questa ricerca è utile studiare come case e negozi abbiano perso di valore, asta dopo asta, fino a raggiungere cifre che sono davvero ridicole rispetto al valore iniziale.

Qualche caso emblematico. Un complesso commerciale di Avellino che a marzo del 2019 era valutato 304mila euro. A novembre dello stesso anno, tre udienze dopo, il prezzo è di 171mila euro.

Centro storico del capoluogo irpino. Un’autorimessa e un appartamento da centodieci metri quadrati. A giugno del 2015 il valore complessivo è di 164mila euro. Il tempo passa, ma nessuno lo acquista. Siamo a novembre del 2019, dopo ben nove battute d’asta, il valore è sceso fino a 69mila euro. Per partecipare bisogna presentare un’offerta superiore ai 53mila euro.

Dati che sembrano in controtendenza rispetto a quelli stabiliti nell’ultimo semestre da Tecnocasa. Un appartamento simile, infatti, avrebbe un valore di 200mila euro da sommare al prezzo del garage. Uno dei casi, insomma, in cui investire significa assicurarsi un bene da rivendere a prezzo decisamente superiore. Dovrebbe esserci la fila per quell’asta. Spesso – si legge nell’inchiesta della Dda – non era così. Molte procedure andavano curiosamente deserte. E intanto, ci si chiede, le famiglie che perdono il bene per quattro spiccioli riescono poi a soddisfare creditori come le banche? Quando si tratta di gruppi familiari mono-reddito, quante probabilità ci sono che quelle stesse persone possano diventare vittima di usura?

Continuiamo il nostro viaggio. Spostiamoci a Corso Europa, sempre in pieno centro, dove troviamo un appartamento da cinque vani più scantinato. Oltre centosessantaquattro metri quadrati. Prezzo ventimila euro, con offerta minima di quindicimila. A dicembre è fissata la sesta asta. Due anni prima, a novembre del 2017, quello stesso immobile valeva ottantasettemila euro.

A Solofra la situazione non cambia. Soffermiamoci su un bilocale che nel 2017 vale 29mila euro. A gennaio del 2020, dopo sette aste, il prezzo è di 5200 euro. L’offerta minima per partecipare alla procedura ammonta a 3900 euro. Eppure, proprio le case piccole, sarebbero quelle più interessanti per il mercato attuali. Abitazioni appetibili per giovani o coppie appena sposate che non possono spendere molto. Utilizziamo il sito del tribunale per vedere il numero delle aste in programma nel 2019 e i primi mesi del 2020:

  • Marzo 2019: 3 aste
  • Aprile 2019: 2 aste
  • Maggio 2019: 9 aste
  • Giugno 2019: 11 aste
  • Luglio 2019: 21 aste
  • Settembre 2019: 189 aste
  • Ottobre 2019: 235 aste
  • Novembre 2019: 138 aste
  • Dicembre 2019: 68 aste
  • Gennaio 2020: 111 aste
  • Febbraio 2020: 35 aste

I numeri aiutano a dare una cornice concreta di un business che poteva fare molto gola. Le testimonianze servono invece a far capire il dramma e le difficoltà che si sono dietro ogni denuncia.

Le testimonianze

Sedici ottobre. Una donna è entrata nel comando provinciale dei carabinieri di Avellino. Di fronte a lei ci sono il Pm Henry John Woodcock e il capitano Quintino Russo. Si tratta dell’ufficiale che ha coordinato molte delle indagini sul Nuovo Clan Partenio. Dal giro di usura a quello di estorsioni, fino all’inchiesta che si lega all’omicidio di Michele Tornatore, un detenuto in semi-libertà freddato con tre colpi di pistola e poi bruciato in un’auto a Contrada. I carabinieri stanno scavando sempre più indietro. Un’indagine complessa perché deve riuscire a far breccia in un silenzio, quello delle vittime, che spesso si è protratto per anni. Il verbale della testimone ricostruisce un episodio del 2018.

La signora viene contattata da una cara amica che ha visto finire all’asta la casa. Si trova a Montoro. Lei – proprio l’amica – ci vive col marito.

La testimone racconta: “Mi disse (la mia amica ndr) che la custode giudiziaria le aveva fatto un discorso molto strano”. Per non perdere la casa doveva rivolgersi a lei. Durante una visita all’immobile, la signora afferma di aver sentito l’avvocatessa parlare a telefono con Livia Forte. Anche se non specifica il contenuto di quella chiamata. La donna racconta che nei giorni successivi era stata portata in un appartamento dove l’avevano schiaffeggiata. Ci pensa l’ala armata del Nuovo Clan Partenio. Minacce per convincerla a rinunciare all’immobile. Una seconda intimidazione la subisce alla vigilia dell’asta giudiziaria. Quando uomo le intima: “Se volete prendere la casa dovete darci altri soldi. Cinquemila, settemila, diecimila, quelli che potete, l‘importante è che ce li date”. Finisce diversamente. La signora si aggiudica la casa e denuncia tutto. Racconta un altro episodio.

Una richiesta da 20mila euro per non perdere la casa, alla fine l’affare si chiude per cinquemila. E l’asta va deserta. La tendenza di certe procedure immobiliari, ad andare deserte, è uno degli aspetti più rilevanti per l’indagine della Dda. Se l’ipotesi investigativa è corretta, e cioè se davvero c’erano tante procedure sospette, nessuno ha ritenuto doveroso segnalare la questione? Visto che poi, come si intuisce dalle carte, molti immobili finivano per essere aggiudicati dalle stesse persone?

Ventotto ottobre. Caserma dei carabinieri di Avellino. Questa volta, davanti a Pm e militari, c’è un imprenditore di Atripalda. A causa di problemi economici gli sono stati pignorati l’officina, l’abitazione e alcuni terreni. L’uomo offre un resoconto dettagliato del giorno dell’asta. Ricorda perfino il numero della stanza di tribunale, numero “11”, e la fotocopiatrice rotta. Il testimone racconta come il giorno dell’asta sia stato avvicinato. Lo informano di un’offerta depositata per rilevare l’officina. Gli vengono chiesti 12mila euro per non perdere il bene. Offerta rifiutata. Il nome della persona che si è aggiudicata l’immobile è coperto da “omissis” (gli inquirenti non vogliono svelarlo). Mi ha detto – racconta ancora il testimone ai carabinieri – che il bene non lo aveva preso per lui. Una testa di legno? Per gli investigatori potrebbe non essere l’unica.

Trentuno ottobre. Nuova deposizione. L’indagine per la prima volta affronta la crisi economica che investe il distretto conciario di Solofra. Un imprenditore, riferendosi agli indagati, racconta: “Stanno approfittando di tanta povera gente che sta perdendo i beni”.

I Pm parlano del distretto produttivo di Solofra. Spiegano come un tempo fosse “un noto polo dell’industria conciaria”, oggi in profonda crisi, e “dunque alla mercé di speculatori senza scrupoli che rischiano davvero di mettere in ginocchio l’intera realtà del Comune”.

Nuovo Clan Partenio e usura

L’usura è al centro dell’attività del Nuovo Clan Partenio, attivo fra Avellino, Mercogliano, Monteforte Irpino e l’Alta Irpinia. Proprio l’interesse per il territorio altirpino, in passato ignorato dalle infiltrazioni della malavita organizzata perché non ritenuto economicamente appetibile, contraddistingue l’attività di questa nuova associazione a delinquere. Un gruppo che si occupa di presti con tassi usurai, ma che si pone anche come risolutore di problemi quotidiani. Il gip Finamore finisce per definirlo un “Tribunale della Gran Mamma”, utilizzando un termine citato nei documenti storiografici che ricostruiscono la nascita della camorra. Gli inquirenti contestano quattordici episodi di usura e sette di estorsione.

E’ il 19 ottobre del 2018. Una chiamata anonima indirizza i carabinieri in un parcheggio garage di via Dalmazia ad Avellino. Siamo a due passi dal tribunale e dal carcere Borbonico. Centro città, insomma. In una stanza, usata come ufficio, gli investigatori trovano una cartella di colore grigio con quindici fotocopie di assegni. E una cassetta metallica, sotto la scrivania, in cui ci sono due assegni postali da quattrocento euro, firmati da una donna avellinese. Uno scade il 15 febbraio, l’altro il 20 marzo del 2018. Durante il sequestro spuntano oltre trenta cambiali di importi fra i trecento e i cinquecento euro. Molte sono intestate alle stesse persone.

I carabinieri trovano sette fogli a quadretti, compilati a mano, e un quaderno con nomi e cifre. Sono indicati – si legge nell’informativa – tassi di interesse fra il quindici e il venti per cento oltre alla data di scadenza mensile. Il giorno in cui i prestiti vanno restituiti. Nel corso della stessa visita al garage vengono sequestrate 15 fotocopie di assegni, del valore complessivo di 135mila euro, riconducibili a società finanziarie e immobiliari della stessa vittima.

Per i carabinieri, che sequestrano anche dei bolli postali, si tratta delle prime prove di un vasto giro di usura. Le cambiali e gli assegni senza intestatari sono la garanzia degli incassi. Una foto del quaderno ritrovato, con i nomi, le cifre e i nominativi di chi deve occuparsi del recupero crediti, offre dettagli interessanti. Dieci persone risiedono tutte a Montemiletto, le altre quattro fra Altavilla Irpina, Avellino e Monteforte Irpino. La cifra più alta è di dodicimila euro da versare in 24 rate. Un uomo, il cui nome è sugli appunti sequestrati, si toglie la vita. Le indagini non riescono ad accertare la correlazione fra quella morte e i debiti contratti. Ma una familiare ammette di aver scoperto, tardi, che lui si allontanava di casa mentre lei era a lavoro. E probabilmente – aggiunge – per andare a giocare d’azzardo.

Numerosi i prestiti inferiori ai mille euro. Nell’informativa i carabinieri chiariscono come gli indagati facciano affidamento su un’altra persona che si occupa di piazzare i soldi. E poi di riscuotere gli interessi pari anche al 15 per cento mensile. A volte c’è chi lamenta del ritardo nei pagamenti. Uno scambio di battute emblematico, intercettato dagli investigatori: “Quello li devi martellare. Li devi assillare… gli devi stare appresso”. L’interlocutore suggerisce di “mettere un po’ di pressione”.

Le vittime di usura

Ventidue ottobre 2018. Un uomo è appena entrato in caserma. Siede di fronte ai carabinieri. Era il 2016 – racconta – e vivevo grossi problemi economici. Una storia comune di chi non ha uno straccio di garanzia e quindi di possibilità di rivolgersi alle banche. Quell’uomo conosce il nome di qualcuno che offre denaro anche a casi disperati come lui. Duemila euro, una cifra irrisoria. Ma è l’inizio di un calvario.

“Mi disse che avrei dovuto pagare 300 euro a titolo di interesse fino a quando non avessi restituito la somma di duemila euro”. Alla fine – racconta il testimone – saranno 4800 euro i soldi versati solo per coprire gli interessi. Non mancano minacce e intimidazioni quando i debiti non vengono saldati. Chi deve riavere il prestito spiega come debba mettere conto ad altre persone. Gli incontri, per saldare le rate, avvengono quasi tutti nei pressi di bar fra Pratola Serra e Avellino.

I problemi economici non diminuiscono. E l’uomo contrae un secondo debito da mille euro. Sempre con la stessa persona e alle stesse condizioni.

Emblematica è la storia di un disoccupato perché mostra come – anche con prestiti di cifre irrisorie – si possa rimanere invischiati nella rete degli strozzini.

“Ho chiesto 1500 euro”. Racconta poi come ha iniziato a restituire trecento euro al mese di interessi. Quando aveva i soldi, e doveva essere puntuale, avvertiva chi di dovere dicendo che “era pronto a prendere il caffè”. L’incontro avveniva al bar. Nei messi successivi cambia l’esattore, non le modalità. Aumentano i prestiti, un circolo senza via d’uscita.

Usura praticata a tutti i livelli. Senza pietà, neppure di fronte a chi affronta una chemioterapia. Un uomo dell’hinterland avellinese si fa prestare 5mila euro. Una persona malata di cancro che – come rivelano le intercettazioni – sta tornando da Benevento dove si è sottoposto alla chemioterapia. Ma gli esattori sono intransigenti: puoi anche morire, ma devi pagare. L’uomo riesce a restituire solo gli interessi. Si tratta di 4mila e ottocento euro. Il debito resta intatto.

Il terrore delle vittime

Spostiamoci a qualche anno fa. Altra indagine sull’usura. Altre denunce. Durante quell’inchiesta su Angelo Grasso, figlio di Umberto, l’antico sodale del boss Biagio Cava, così una vittima si sfoga davanti ai carabinieri. Ha appena saputo che il giudice ha rimesso in libertà le persone che ha denunciato.

“Maresciallo, ma come è possibile, neanche dopo aver denunciato queste persone riuscite a tenerle in galera! Adesso chi mi difende, chi tutela la mia famiglia. Chi? Diteglielo al giudice che li ha scarcerati, che se succede qualcosa alla mia famiglia il responsabile è lui. Ma gliel’avete detto che Angelo Grasso appartiene al clan camorristico dei Cava, lo sa chi sono i Cava? Lo sa che hanno commesso tanti omicidi?”

Angelo Grasso, proprio per la sua vicinanza al clan Cava, non ha bisogno di usare toni violenti con le vittime. La ferocia del gruppo di Quindici è nota, anche lontano dall’Irpinia. Gli basta dire: “Se non mi porti i soldi vengo da te a prenderli, e resto lì fino a che non me li hai dati”. O anche: “Che cosa? Tieni problemi? Noi li mangiamo i problemi”.

Angelo Grasso non ha agito per conto diretto del clan, anche se i Cava – in numerose relazioni di polizia e carabinieri -, gestiscono nel Vallo di Lauro, nel Nolano, nell’Avellinese e in alcune zone del Salernitano, un esteso e redditizio giro d’affari usuraio.

Nell’inchiesta Golden Money, sono invece finiti Augusto e Michelangelo Angieri, Giuseppe Ferraro e Antonio Vivenzio, tutti ritenuti vicini al clan Cava. Sono gli agenti della squadra mobile di Avellino a scoprire un giro di usura tra il Vallo Lauro, il Baianese e il Nolano. E gli imputati, per convincere le vittime a “saldare il debito o almeno gli interessi”, li terrorizzano evocando la vedova di Fiore Cava, sorella di uno degli imputati. Bastava quello.

In un caso una delle vittime viene costretta a ospitare un latitante, in cambio gli verrà azzerato il debito.

Tassi da 120 per cento l’anno

I tassi imposti alle vittime variano. Nella migliore delle ipotesi il dieci per cento ogni tre mesi. Ma in genere si applica il dieci per cento mensile. Fate due conti: il 120 per cento annuo. Insostenibile. Così racconta una delle vittime di Angelo Grasso.

“Ero in difficoltà con la mia palestra e non potevo più chiedere soldi alle banche, ero troppo esposto. Un amico mi ha presentato Angelo Grasso, e ha detto: è affidabile e presta denaro senza chiedere garanzie. Mi ha accompagnato a casa sua, ad Avellino. Mi ha dato diecimila euro. Ho firmato dieci assegni da mille euro, senza intestazione e senza data. Li avrei riavuti indietro dopo aver onorato il debito. Ma ogni mese avrei dovuto versare mille euro per gli interessi. Ho pagato per cinque mesi. Poi ho avuto bisogno di altri soldi, ventimila euro. Grasso me li ha prestati, con le stesse modalità. Ho pagato finché ho potuto, con i soli interessi ho coperto il debito, ma restavano i trentamila euro…”

E lì è iniziato l’incubo

Nella rete sono finiti tanti imprenditori irpini, piccoli e grandi. Commercianti. Ma anche gente comune, in stato di totale necessità. E tanti giocatori d’azzardo. In uno studio del ministero dell’Interno si calcola che il venti per cento sia a rischio usura. Una buona percentuale di ludopatici (oltre il 25 per cento), è tra i disoccupati. Persone dunque che già versano in uno stato di necessità. Gioco d’azzardo e cravattari rappresentano una miscela esplosiva. Che spesso porta alla disperazione e al suicidio delle vittime.

Montoro, usura e false fatture

C’è un’indagine che, meglio di altre, racconta la situazione della Valle dell’Irno. Territorio in cui, come abbiamo visto, i prezzi degli immobili sono calati a picco. E numerosi sono gli imprenditori in difficoltà costretti a contrarre prestiti con gli strozzini. L’inchiesta che prendiamo in considerazione ha portato a processo 27 persone.

L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto di Avellino Vincenzo D’Onofrio, è basata su tre anni (fino al 2015) di accertamenti delegati ai carabinieri di Solofra. Gli indagati avrebbero emesso fatture per oltre 15 milioni di euro nei confronti di quattro persone accusate di associazione a delinquere. L’imponibile superava i dodici milioni ed è stata calcolata una evasione di Iva che è stata calcolata in oltre 2 milioni e centomila euro. Il capitolo dedicato all’usura riavvolge episodi di presti con tassi di interesse pari anche al 200 per cento annuo. Una sistema sofisticato. Nell’inchiesta sono finite undici società individuali. E figure che facevano da “camminatori”, incaricati di prelevare il denaro e preparare le documentazioni false.

A novembre del 2015 un uomo si presenta dai carabinieri. E racconta come nel 2013 erano due anni la sua impresa di pelli andava male. E lui aveva bisogno di soldi per pagare i fornitori. Trova l’usuraio che può accontentarlo.

“In auto mi ha dato cinquemila euro e ha detto che dovevo restituire ogni mese il 10% di interessi”.

La situazione economica dell’imprenditore peggiora. Lui ha bisogno di nuovi prestiti che la banca non gli concede. Allora si rivolge ancora a l’unico che quei soldi può darglieli. Ovviamente alle sue condizioni. Fra i prestiti anche 35mila euro in contanti. Arrivano altri tempi duri. E la vittima salta una rata.

“Mi disse che entro il mese di dicembre devo restituire tutti i soldi per un ammontare di centomila euro oltre all’evantuale guadagno della società”.

Un giro di usura che ha come vittime imprenditori conciari. I soldi prestati sono tanti, molto elevati gli interessi imposti. Come un finanziamento di 95mila euro, diviso in tre trance. Gli usurai si facevano consegnare quattromilacinquecento euro alla settimana, pari a circa il 240% di interessi annui.

Sos Impresa: denunciate, non sarete mai soli

Domenico Capossela di Sos Impresa Avellino, si occupa da anni e con grande impegno delle vittime del racket e dell’usura in Irpinia.

“L’inchiesta dell’Antimafia sul business illegale delle aste giudiziarie ad Avellino sta dando coraggio a tanti. Molti hanno deciso di denunciare quello che hanno subito, anche dieci anni fa. Si tratta di privati, imprenditori, commercianti. Nei giorni scorsi ne abbiamo accompagnati due dai carabinieri. La situazione più calda è a Solofra, lì in tanti hanno subito estorsioni e usura. Alle aste giudiziarie si presentano sempre le stesse persone. Hanno i soldi, comprano i beni a prezzi stracciati e poi ricattano gli imprenditori”.

“La conseguenza di tutto questo – continua Capossela -, è che ci sono aziende del polo conciario costrette a chiudere, con decine e decine di operai che restano senza lavoro. Le storie sono simili. Faccio un esempio. C’è un’impresa che ha ottenuto un finanziamento da una banca. Magari per 500mila euro. Non riesce e rientrare. Scattano le procedure, arrivano al pignoramento del capannone industriale, che vale un milione. Cioè coprirebbe abbondantemente il debito. La struttura viene venduta all’asta giudiziaria. Si parte già da un prezzo che è inferiore a quello di mercato. Poi la vendita all’incanto va deserta, uno, due, tre volte. E ora sappiamo che ci sono gruppi criminali che hanno la necessaria forza intimidatrice per tenere lontani eventuali acquirenti. Fino a quando quel bene costa 100mila euro. Dieci volte meno del suo valore reale. Finisce in mano a speculatori senza scrupoli. L’imprenditore ha perso il capannone e resta anche debitore della banca, che continuerà a pretendere la restituzione dei soldi. Deve solo chiudere la sua attività”.

“Alle aste giudiziarie hanno venduto appartamenti al centro di Avellino per 30mila euro. Soldi che grondano il sangue di chi li ha persi. Ma provocano un altro effetto a catena e che sta scuotendo in questi anni il mercato immobiliare. Quella “sotto-vendita” fa scivolare verso il basso anche il valore di altre abitazioni della stessa zona”.

“Per altri appartamenti – continua Capossela – è accaduto di peggio, confermando il nesso strettissimo che esiste tra aste “inquinate” e usura. Case acquistate a prezzi stracciati dai soliti noti, e rivendute ai vecchi proprietari. Come? Con prestiti a tassi usurai, anche perché gli esecutati, con un bene pignorato, certo non avevano la possibilità di accedere al credito bancario. Si ritrovano così – spinti dalla disperazione – a ricomprare la loro casa pagando tassi assurdi. Da un incubo all’altro, senza fine”.

“Da noi – aggiunge Capossela – arrivano anche tante persone finite nella spirale degli strozzini a causa del gioco. Di recente ci siamo occupati del caso di un ex professore che ha perso tfr e pensione con lotterie varie e gratta e vinci, arrivando a chiedere soldi ai cravattari. Ma anche un uomo che si è rovinato con le slot”.

“Voglio lanciare un appello – dichiara Capossela – a tutte le vittime delle aste giudiziarie: non dovete avere paura. Denunciate, raccontate agli inquirenti, agli investigatori, quello che vi è successo. Questo è il momento. Lo Stato vi sarà vicino. Come è accaduto a un imprenditore finito sotto usura. Del caso si è occupato la nostra associazione. Per un prestito di 80mila euro, ha pagato più di un milione agli strozzini. Poi non ce l’ha fatta più, ha denunciato tutto. Il processo è stato celebrato, si è concluso con la condanna dei delinquenti. E pochi giorni fa ha ottenuto un risarcimento da 500mila euro. E’ importante. E’ anche un segnale per tutte le vittime di racket e usura. Non abbiate timore. Non sarete mai soli”.

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