Nuovo Clan Partenio

Andrea Fantucchio e Luciano Trapanese

Introduzione

Un dossier dedicato al Clan Partenio 2. Gruppo criminale attivo fra Avellino, l’hinterland e l’Alta Irpinia. Materiale inedito e articoli già pubblicati e rivisti rispetto agli ultimi sviluppi giudiziari, che ricostruiscono l’attività dell’associazione a delinquere. E scavano fra gli affari più redditizi: l’usura, l’estorsione, le mire sugli appalti pubblici, le aste giudiziarie “pilotate”. Senza dimenticare la coda politica dell’indagine, quella che ha inevitabilmente indignato o comunque catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica.

Perché si intreccia con la vita amministrativa e coinvolge tanti professionisti, i così detti colletti bianchi. Un lavoro – quello della redazione di TheWam.net – reso possibile grazie alla preziosa collaborazione dell’emittente Irpinia Tv diretta da Franco Genzale. Materiale video che va ad arricchire e permette, con maggiore incisività, di raccontare la storia del Clan e della sua capacità di penetrazione in diversi settori delle comunità in provincia di Avellino.

Oltre mille pagine di atti giudiziari passati in rassegna. Fascicoli che descrivono le attività del clan o indagini che si intersecano con l’inchiesta principale sul gruppo criminale. Intercettazioni telefoniche e ambientali, verbali di interrogatorio, ma anche sequestri che fotografano l’attività dell’associazione per delinquere. Un lavoro che abbiamo cercato di rendere scorrevole e agevole per il lettore, semplificandolo con l’aggiunta di info-grafiche e capitoletti che permettano di comprendere come si è arrivati alla situazione attuale.

Alla fine del report sono indicate le fonti che abbiamo consultato, gli articoli di riferimento e altri elementi che sono stati decisivi per realizzare questo dossier. Un approfondimento che non sarebbe stato possibile senza il prezioso contributo di Francesco Fantucchio, che si è occupato di tutta l’architettura tecnica: dall’impaginazione all’ottimizzazione dei contenuti.

E’ di fondamentale importanza chiarire come questa ricostruzione, almeno per quanto riguarda l’aspetto giudiziario, poggi sugli elementi emersi finora. Ci riserviamo quindi di modificare, arricchire e rettificare questo lavoro alla luce dell’evoluzione delle indagini.

Bombe e spari ad Avellino

La sera fra il 21 e il 22 settembre un ordigno danneggia l’auto dell’imprenditore Sergio Galluccio. La bomba viene fatta detonare pochi minuti dopo che la vettura è stata parcheggiata a Rione Mazzini, popoloso quartiere di Avellino. Racconterà Galluccio: “Ho temuto di morire”. Proprio quell’esplosione è il primo atto di una settimana di tensione. E arriva in un momento particolare. La città è ancora provata dall’incendio che ha distrutto lo stabilimento Ics a Pianodardine. Raggiunto da TheWam.net, Galluccio racconta i minuti che hanno preceduto l’attentato esplosivo.

Non ho nemici, ma non sono spaventato. Se qualcuno aveva qualcosa da dire, poteva chiamarmi. Sa dove abito. La paura non appartiene al mio carattere. Lo ripeto: non ho nemici. E continuerò a fare il mio lavoro come ho sempre fatto.

“Avevo parcheggiato l’auto sotto casa da un minuto quando la bomba è esplosa. Il boato è stato tremendo”. Spiega Galluccio. La sua Audi Q3 era parcheggiata sotto la sua abitazione, in via Vincenzo Barra. Una stradina che si snoda fra alti palazzoni. Per fortuna l’esplosione non ha coinvolto altre vetture. Galluccio è un imprenditore molto noto città. Titolare del ristorante “Pomodoro” in via Due Principati.

“Non ho nemici – racconta a TheWam.net – ma non sono spaventato. Se qualcuno aveva qualcosa da dire, poteva chiamarmi. Sa dove abito. La paura non appartiene al mio carattere”.

Erano quasi le due di notte, fra sabato e domenica 22 settembre, quando l’imprenditore ha parcheggiato la sua auto sotto casa. Come fa ogni sera. Ed è allora, quando lui è rientrato, che qualcuno ha innescato la detonazione. Un boato tremendo che ha svegliato tutti. E’ bastato guardare com’era ridotta l’auto per capire che si è trattato di un attentato.

Un ordigno semi-professionale. Probabilmente azionato con un telecomando. Chi lo ha fatto esplodere aveva studiato la zona. E voleva mandare un messaggio preciso. Dire: “Posso colpirti, fin sotto casa. Anche lì dove ti senti sicuro”. Eppure non è riuscito a scalfire il bersaglio. Galluccio è da sempre noto proprio per il suo carattere forte e la grande tenacia. Confermata anche in una circostanza simile.
“Lo ripeto: non ho nemici. E continuerò a fare il mio lavoro come ho sempre fatto”, ribadisce sicuro.

Arresto e spari nelle auto

Mentre la città è ancora scossa e preoccupata, per l’attentato esplosivo a Sergio Galluccio, i Carabinieri del comando provinciale di Avellino arrestano l’ex consigliere comunale della Lega Damiano Genovese. L’accusa è legata alla detenzione abusiva di una pistola e alcune munizioni in casa. La perquisizione è stata eseguita, insieme a molte altre, nelle ore successive al danneggiamento dell’auto di Galluccio. Ma, le ipotesi di reato che riguardano Genovese, rimarranno limitate a quella pistola contestata e quindi non sono riconducibili all’esplosione avvenuta a Rione Mazzini.

L’ex consigliere viene ascoltato dal procuratore aggiunto Vincenzo D’Onofrio e dal sostituto, Vincenzo Toscano. La Procura vuole ricostruire proprio cosa ci sia dietro l’attentato a quelle auto. E capire perché l’episodio non sia stato denunciato. C’è qualche gruppo criminale emergente che ha messo nel mirino sia Genovese sia Galluccio? E’ questo il legame è che esiste fra l’esplosione a Rione Mazzini e i colpi di pistola nelle tre auto in contrada Sant’Eustachio? O forse la risposta è un’altra, legata a vicende più locali? Inizia così a farsi largo l’ipotesi che dietro gli inquietanti episodi ci sia un gruppo emergente originario proprio di Avellino
Gli investigatori hanno le bocche cucite. Non una parola sulle indagini né sui risvolti che questi episodi potrebbero avere. Per strada la sensazione è che la situazione sia incandescente.

Aggredito l'assessore Giuseppe Giacobbe

A fine settembre un motorino, con a bordo due uomini, raggiunge Giuseppe Giacobbe sotto casa a Mercogliano. L’assessore di Avellino, con delega alla Sicurezza e Sport, viene colpito con un pugno al volto. E’ caccia all’uomo. Per l’episodio verrà denunciato a piede libero un 27enne di Rione Mazzini che confesserà di aver aggredito Giacobbe per una questione legata a campetti di calcio non concessi dall’amministrazione. Presto però le indagini prendono un’altra piega

Tentata estorsione. E’ questa la nuova ipotesi di reato. Un capo di imputazione che apre altri scenari e suggerisce l’esistenza di appetiti criminali che si incrociano con le strutture sportive del capoluogo irpino. E che, volendo seguire una pista investigativa più ampia, possono in qualche modo legarsi agli spari e alla bombe in città. Un’unica regia o, comunque, persone che si muovono nelle stessa orbita criminale. E hanno in testa un piano preciso. O, comunque, un messaggio da recapitare.

I carabinieri del comando provinciale di Avellino, guidati dal colonnello Massimo Cagnazzo, non hanno mai creduto alla pista del torneo di calcio negato. Citata dal 27enne che ha confessato di aver colpito Giacobbe ed è stato indagato per lesioni e favoreggiamento. L’uomo, difeso dall’avvocato Gerardo Santamaria, ha deciso infatti di non rivelare l’identità del complice e ha parlato proprio di campi che sarebbero stati negati, da Giacobbe, per l’organizzazione di un torneo di calcio.

Una competizione sportiva, vietata a un conoscente, che avrebbe spinto lui e il complice a seguire e aggredire Giacobbe. Una motivazione debole, per gli investigatori. Una motivazione sulla quale anche la vittima ha espresso le sue perplessità. Non è escluso che Giacobbe ne abbia parlato anche la mattina dopo l’aggressione. Quando è tornato in caserma e potrebbe aver integrato la sua querela. O, un’altra ipotesi, è che i carabinieri del nucleo investigativo, guidati dal capitano Quintino Russo, abbiano raccolto testimonianze che hanno convinto il magistrato a procedere proprio per la tentata estorsione.

Un’ipotesi che appunto fa pensare agli investigatori che dietro all’aggressione possa esserci la regia di qualcuno. Un uomo che, a differenza del 27enne, conosceva bene Giacobbe. E che voleva colpirlo proprio per il ruolo ricoperto, mandando anche un messaggio indiretto a tutta l’amministrazione. Le indagini procedono spedite.

I militari eseguono delle perquisizioni domiciliari a Rione Mazzini. Gli inquirenti cercano il complice dell’aggressore, ma intanto indagano anche sul’ipotetico mandante. Il cerchio sembra sempre più prossimo alla chiusura.

Caccia al nuovo clan

La conquista parte dai quartieri

Le bombe e gli spari ad Avellino hanno scosso la tranquillità della città. Le modalità, con cui sono avvenuti gli episodi criminali, hanno fatto intuire che qualcosa di grosso sta accadendo nel capoluogo irpino. E così il fascicolo d’indagine, quello che riguarda le auto distrutte con bombe e proiettili, arriva sul tavolo dell’antimafia di Napoli. Intanto, in città, qualcuno inizia a ventilare l’ipotesi che gli attentati esplosivi siano opera di un gruppo criminale ben organizzato e radicato in provincia di Avellino. Un’associazione a delinquere che sta assoldando nuove leve nei quartieri della città.

Se l’ipotesi degli investigatori è giusta, e se cioè è vero che un nuovo gruppo criminale ha deciso di mettere le mani sulla città, allora è necessario valutarne anche la strategia. A partire dalle basi: con la presenza nei quartieri di personaggi di riferimento. Da Valle a San Tommaso, da Rione Mazzini a Contrada Quattrograna, da Rione Parco a Borgo Ferrovia. Presenza indispensabile se si vuole conquistare il territorio.

Lo scopo dovrebbe essere quello di spazzare via, con ogni mezzo, i referenti di quella zona grigia che in questi ultimi venti anni si sono radicati ad Avellino costruendo legami anche con ambienti vicini all’amministrazione comunale. Una zona grigia che – e lo abbiamo già scritto – ha avuto una gestione del potere criminale a bassa intensità. Niente pistole o bombe. Niente droga. Ma usura, appalti, speculazioni immobiliari, attività commerciali. Un “gruppo di potere” venuto fuori dal dissolvimento del clan Partenio e che del clan Partenio non avrebbe mai commesso gli errori. Primo fra tutti: una violenza esibita e la gestione del traffico di droga, in particolare sulla tratta Spagna-Milano-Avellino. Violenza (omicidi, bombe pestaggi), che insieme agli stupefacenti hanno decretato la fine del gruppo dei Genovese e le successive pesanti condanne.

Se esiste un disegno criminale preciso, se cioè un nuovo clan ha deciso di conquistare una città che non ha padroni (ma – come detto – “gruppi di potere”, non avvezzi all’uso delle pistole), perché non ipotizzare che si ripercorra, lo stesso schema del clan Partenio, e che il “progetto” si estenda nel Montorese e nel Serinese, dove pure le fibrillazioni e le auto in fiamme sono diventate in questi mesi una costante?

Del resto, proprio il clan Partenio aveva trovato in quelle zone dei referenti molto temuti, e che avevano ucciso i vecchi esponenti sul territorio del clan Cava (storicamente presente in quella zona).

Da qualche parte si ventila la possibilità che il nuovo gruppo criminale abbia dei legami forti con famiglie del Nolano. Ma è una possibilità che al momento resta sullo sfondo. Non ci sono elementi necessari neppure per suggerire questa ipotesi. Che poi ci siano dei rapporti, è un altro discorso, ma quella in atto ci sembra una questione del tutto locale.

Il Nolano e il Vallo di Lauro sono zone delicate, come delicati sono in quell’area i rapporti di forza. La potenza dei clan risiede anche in un radicamento storico, che poco sembra avere in comune con quello che accade ad Avellino.

Quello che è accaduto nei giorni scorsi ad Avellino ha una matrice piuttosto chiara. Soprattutto per le modalità tipiche della malavita organizzata. Storie già viste, come all’epoca del clan Partenio. Il crescendo potrebbe essere lo stesso.

L'investigatore: la camorra è tornata

“La camorra torna sempre, va a cicli. Venti anni fa quando abbiamo debellato il clan Partenio, e poi inferto colpi durissimi ai Cava e ai Graziano, nessuno di noi ha pensato che era finita. Che la guerra fosse vinta. Sono passati due decenni. C’è una nuova generazione di capi e di affiliati. E si ricomincia di nuovo”. Chi parla non è uno qualunque. Ma uno degli investigatori più esperti della polizia. Con una conoscenza profonda della malavita organizzata avellinese, del Vallo Lauro e del Nolano. E che ancora oggi è in prima linea contro i clan. Anche per questo ci ha chiesto di mantenere l’anonimato.

“Quello che è accaduto nei giorni scorsi ad Avellino ha una matrice piuttosto chiara. Soprattutto per le modalità tipiche della malavita organizzata. Storie già viste, come all’epoca del clan Partenio. Il crescendo potrebbe essere lo stesso”.

E quello fu un crescendo che fece rumore e scorrere tanto sangue. “Capimmo presto che quegli attentati, quegli omicidi, erano legati all’attività di un clan. Bastò sentire le prime intercettazioni ambientali. C’erano anche i riti di iniziazione, nel ristorante pizzeria di Raffaele Spiniello, a Torrette di Mercogliano”.

Sull’origine del clan si fecero molte ipotesi. Ma la verità è poi diventata una pagina di storia giudiziaria. “I cugini Genovese crearono il gruppo criminale e divennero mandatari del clan Cava nell’avellinese. Amedeo Genovese si occupava della droga, Modestino delle estorsioni e delle infiltrazioni negli appalti, soprattutto per il movimento terra. Un business che portò all’omicidio di Modestino Corrado, ucciso sotto la sua abitazione di Mercogliano. Era un piccolo imprenditore, impegnato nei lavori per la città ospedaliera. Non volle piegarsi alle richieste dei Genovese. E la pagò cara”.

“La polizia si concentrò in particolare sulle attività di Amedeo e Modestino Genovese. Sul traffico di droga. Arrestammo Adolfo Palinuro con dieci chili di cocaina. I carabinieri concentrarono le loro attenzioni sul serinese, dove operava Antonio Masucci”.

La droga era il core business del clan. Poteva contare su personaggi come il montemaranese Felice Bonetti, che aveva importanti agganci in Sudamerica, e Carmine Taccone, capace di gestire grandi traffici di cocaina nel milanese.

L’origine, o meglio, il “sostegno” alle attività del clan Partenio, arrivarono dunque dal Vallo Lauro, e da una delle famiglie più potenti e feroci della camorra campana, quella dei Cava. Il dubbio è che forse, anche in questa nuova ondata criminale, ci sia qualche riferimento da quella zona.

“E’ difficile dirlo. Al momento non ci sono certezze. Anche perché nel Vallo di Lauro molto è cambiato in questi ultimi venti anni. In particolare dalla strage delle donne in poi. Non sono così sicuro che l’odio tra i Cava e i Graziano sia rimasto inalterato. Ci sono voci che parlano di un clamoroso riavvicinamento. Sollecitato anche dalla presenza di una nuova generazione di affiliati, che non ha vissuto in modo diretto gli anni insanguinati della faida”.

“La camorra è ciclica, torna sempre. Ma cambia pelle. Penso a quello che è successo a Forcella. Venti anni fa regnava incontrastato Luigi Giuliano, Lovigino. Oggi a gestire quella zona ci sono paranze di ventenni. I vecchi boss non avrebbero mai fatto gesti inutilmente spettacolari come le stese. Non avevano nessun bisogno di segnare il territorio. Avrebbero detto che quella è una necessità solo dei cani”.

E' nato il Nuovo Clan Partenio

Uno dei punti di svolta nell’indagine sul Clan Partenio 2, anche per il valore simbolico dell’evento, è rappresentato dall’arrivo dei magistrati dell’Antimafia di Napoli ad Avellino. Una risposta visibile dello Stato a quello che sta accadendo in città. Un modo per dire che la magistratura e le forze dell’ordine stanno facendo quadrato per sgominare quello che in tanti cominciano a temere possa essere un vero clan. Ad Avellino arrivano il procuratore di Napoli Giovanni Melillo, il procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia, Giovanni Conzo, e i sostituti Henry John Woodcock, Simona Rossi e Luigi Landolfi. In Procura gli inquirenti incontrano altri due magistrati che hanno una lunga esperienza nella lotta alla camorra: il procuratore Rosario Cantelmo e l’aggiunto Vincenzo D’Onofrio.

La risposta dello Stato agli spari e alle bombe ad Avellino. Al centro delle indagini “Il nuovo clan Partenio”. Un’associazione nata dalle ceneri del vecchio gruppo criminale che insanguinò la provincia fra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000. Proprio il nuovo clan Partenio è stato al centro dell’incontro in Procura.
Sono diverse le indagini che si incrociano col nuovo gruppo criminale sul quale ora si è focalizzata la Direzione Distrettuale Antimafia. Di “Nuovo clan Partenio” si parlava già in una relazione del 2017, in cui c’era un riferimento a un’associazione che si stava riorganizzando fra Avellino e il ristretto hinterland, con sbocchi anche nel serinese e la Valle dell’Irno.

Da destra, i sostituti procuratori della DDA di Napoli: Henry John Woodcock, Simona Rossi e Luigi Landolfi

E – un’indagine focalizzata sulle estorsioni nelle stesse zone e, probabilmente riconducibile allo stesso gruppo – è datata 2018. Un’associazione che teneva in scacco numerosi piccoli commercianti irpini. Alcuni di loro hanno denunciato e poi ritrattato le loro dichiarazioni. Un’indagine gestita proprio dal coordinatore della sezione di criminalità economica di Avellino, Vincenzo D’Onofrio. Un’inchiesta su ciò che restava del vecchio clan guidato dai cugini, Modestino e Amedeo Genovese, entrambi reclusi al 41 bis, dopo le condanne definitive.

“Agli amici di Avellino”, faceva riferimento anche Francesco Vietri, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Michele Tornatore. Proprio da quelle dichiarazioni sono partite altre indagini coordinate dal sostituto procuratore, Simona Rossi, e delegate ai carabinieri del nucleo investigativo di Avellino, guidato dal capitano Quintino Russo. I militari – nel corso di uno stralcio dell’inchiesta – avevano poi scoperto un tentativo di sequestro di persona. Sventato con degli arresti.

Vietri – prima di essere condannato all’ergastolo – aveva ritrattato molte delle sue dichiarazioni. L’imputato faceva riferimento a un’altra persona che, gli avrebbe prestato dei soldi, e che era in contatto proprio con gli “amici di Avellino”.

Ma non vanno tralasciati neppure gli equilibri criminali nel Vallo di Lauro. Dai quali non si può prescindere per capire quanto accade in altre zone dell’Irpinia. Come dimostrato dalla presenza ad Avellino del sostituto procuratore della Dda, Luigi Landolfi, che con Simona Rossi ha chiesto e ottenuto l’arresto di alcune nell’orbita del clan Graziano. Misure che avevano evitato, per gli inquirenti, una nuova strage come quella delle donne avvenuta a Lauro all’inizio del 2000. La riunione in Procura restituisce la delicatezza dell’indagine e fa comprendere l’importanza di Avellino e la provincia per alcuni gruppi criminali. Ora il più pericoloso ha un nome preciso: nuovo clan Partenio.

Consiglio comunale surreale

Gli episodi di cronaca avvenuti in città hanno innescato prevedibili reazioni nelle istituzioni. Come spesso capita in situazioni di tensione simile si sprecano le polemiche, spesso strumentali, e anche un silenzio di troppo può avere conseguenze inattese. Ad Avellino l’amministrazione del sindaco Gianluca Festa è accusata proprio di non dare risposte adeguate a quanto sta accadendo. In Comune va in scena un consiglio surreale dove emerge, complice forse l’impreparazione rispetto a uno scenario così complesso, l’incapacità degli amministratori di ipotizzare strumenti efficaci che affianchino le forze dell’ordine nel tentativo di arginare la nuova emergenza criminale. Nei giorni successivi poi si inizierà finalmente a parlare di unica stazione appaltante e contributi dell’ANAC per vigilare su quei bandi che possono fare gola alla criminalità organizzata

Il quel consiglio comunale surreale si parla d’altro, bilancio, commissioni, piani di zona, fondi pics e strutture sportive, ma la questione che tiene banco è una sola, e serpeggia sotterranea: il pestaggio dell’assessore Giuseppe Giacobbe. Arrivato dopo gli atti intimidatori all’imprenditore Sergio Galluccio e all’ex consigliere comunale Damiano Genovese. Lo dice in modo chiaro il vice sindaco, Laura Nargi, mentre prova a rispondere a una interrogazione di Dino Preziosi: “Sono sconvolta per quello che è accaduto a Giacobbe, proviamo ad andare avanti, ma è difficile, molto difficile”.

Esprimiamo piena solidarietà all’assessore Giacobbe, ed il modo migliore per farlo è quello di continuare questo consiglio comunale. Nonostante tutto. Non conosciamo il movente di questa aggressione. Ma la motivazione non conta: in qualsiasi caso è un atto esecrabile. Mercoledì riuniremo un nuovo consiglio comunale dedicato solo alla questione sicurezza ad Avellino.

Dopo le interrogazioni è il presidente del consiglio comunale, Ugo Maggio, a raccontare il perché, nonostante l’atto di brutale violenza, il consiglio comunale è stato celebrato. “Anche solo per portare avanti le questioni più urgenti”.

“Abbiamo deciso nella capigruppo di non fermarci – dichiara – , anche per dare un segnale. Avellino non è mai stata violenta e voglio credere che non lo sia diventata. Esprimiamo piena solidarietà all’assessore Giacobbe, ed il modo migliore per farlo è quello di continuare questo consiglio comunale. Nonostante tutto. Non conosciamo il movente di questa aggressione. Ma la motivazione non conta: in qualsiasi caso è un atto esecrabile. Mercoledì riuniremo un nuovo consiglio comunale dedicati solo alla questione sicurezza ad Avellino”.

Solidarietà a Giacobbe che è poi stata espressa da tutti i consiglieri che hanno preso la parola.

Il sindaco Gianluca Festa non era presente. E’stato in ospedale, da Giuseppe Giacobbe. Poi insieme si sono recati nel comando provinciale dei carabinieri dove hanno presentato denuncia contro ignoti.

Il consiglio continua per approvare il bilancio consolidato e risolvere in via definitiva il nodo delle commissioni consiliari.

Il dibattito è in corso. Ma resta questa sensazione forte di distacco totale della realtà. In aula il confronto è anche duro, ma su questioni che potrebbero anche aspettare. La città brucia, ma l’aula sembra ignorarlo. Intanto viene annunciato l’imminente arrivo del sindaco.

Mentre l’ex sindaco Paolo Foti twitta: “In questa città sta accadendo qualcosa di serio, preoccupante e aberrante. Bisogna reagire in modo deciso e fermo. Nessuno può voltarsi dall’altra parte. Solidarietà a Giacobbe oggi”. Forse è l’unico che ha davvero capito il momento e la sua delicatezza.

Commissione antimafia ad Avellino

Avellino finisce al centro dell’agenda politica di Carlo Sibilia, sottosegretario al Ministero dell’Interno e di Nicola Morra, presidente della Commissione nazionale antimafia. I due esponenti del Movimento Cinque Stelle, a distanza di poche ore uno dall’altro, visitano il capoluogo irpino. Sibilia, dopo aver incontrato il prefetto Maria Tirone, ribadisce la vicinanza dello stato ad Avellino, invita le istituzioni ad essere concretamente lontane dai gruppi criminali che dicono di combattere e si appella ai cittadini affinché trovino il coraggio di denunciare. All’omertà e all’importanza del supporto che ogni cittadino può offrire allo Stato, fa riferimento anche Morra.

“Ad Avellino ci sono stati segnali che fanno comprendere come un’emergenza criminale sia concreta. Ma siamo qui per dire che lo Stato vi è vicino”. Così dice all’uscita del tribunale di Avellino, Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia. Il senatore grillino è venuto in Irpinia per incontrare il procuratore, Rosario Cantelmo. E fare il punto dopo i fatti di cronaca accaduti ad Avellino: la bomba che ha distrutto l’auto di Sergio Galluccio, i colpi di mitra contro le vetture dell’ex consigliere comunale della Lega Damiano Genovese e dei suoi familiari, l’aggressione a Giuseppe Giacobbe, assessore con delega alla Sicurezza e allo Sport.

Sulla Corte di Strasburgo, che ha bocciato il così detto “ergastolo duro”, Morra ha detto: “Il ragionamento di fondo, per tutelare i diritti di tutti i detenuti, sarebbe corretto. Ma non tiene conto della realtà italiana, del fenomeno mafioso, dell’evoluzione del modo di agire di questa realtà criminale e delle strategie per contrastarla”.

Scacco al clan

Sgominata l'associazione

La notte fra il 13 e il 14 ottobre scatta il blitz del comando provinciale dei Carabinieri di Avellino. Oltre duecento militari con l’ausilio di elicotteri fanno irruzione in abitazioni di pregiudicati e persone ritenute vicine proprio al Clan Partenio 2. Quasi in contemporanea anche la finanza di Napoli entra in azione. Le Fiamme gialle, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia, bussano alle porte di case, uffici e altri edifici riconducibili a 17 persone che, per l’accusa, rappresentano il motore economico del clan. L’operazione è la risposta dello Stato a un gruppo criminale che, se le ipotesi della Procura sono esatte, in quattro anni è diventato egemone fra Avellino, il ristretto hinterland, la zona del serinese e l’Alta Irpinia. Attraverso l’uso di una violenza feroce, per compiere estorsioni, usura e altre intimidazioni, affiancato alla capacità di impossessarsi di un settore redditizio e, tutto sommato a basso rischio, come le aste giudiziarie. Anche se a fare particolarmente rumore saranno le accuse che ipotizzano come il clan abbiamo influito durante le amministrative 2018 ad Avellino, condizionando alcune preferenze.

Un maxi blitz anti-camorra in Irpinia, con 23 arresti e 17 persone indagate. E’ il 14 ottobre 2019, i carabinieri del comando provinciale eseguono le misure cautelari chieste e ottenute dalla Dda di Napoli. Un’operazione contro il Clan Partenio 2. Sono stati impegnati 250 militari e almeno un elicottero che dalle prime luci dell’alba ha sorvolato Avellino, Mercogliano e altri paesi del ristretto hinterland.

Ecco i nomi degli arrestati


I reati contestati a vario titolo sono l’associazione a delinquere di tipo mafioso, l’usura, l’estorsione, la detenzione di armi. Oltre alle 23 persone arrestate, ce ne sono altre diciassette finite in un filone parallelo. Un decreto di sequestro preventivo per diversi reati, contestati a vario titolo: scambio elettorale politico mafioso, turbata libertà degli incanti, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio. La guardia di finanza di Napoli ha perquisito abitazioni, uffici, società ditte e aziende, ricollegabili anche per interposta persona.

Nel 2018 la Procura ordinaria di Avellino, sotto la supervisione del procuratore aggiunto Vincenzo D’Onofrio, come detto aveva infatti indagato su un giro di estorsioni nell’hinterland avellinese riconducibile allo stesso gruppo criminale. E nelle carte sul Clan Partenio 2 c’è un’intercettazione ambientale che dimostra quanto il magistrato fosse odiato dal gruppo criminale. “Lo uccido a questo coglione”. Questo il commento, fatto a casa del boss, mentre in tv viene trasmesso un servizio giornalistico che ha per protagonista proprio D’Onofrio. Un procuratore che, già in passato, ha dimostrato di dare fastidio. I clan camorristici di Acerra avevano progettato un attentato con un bazooka contro la sua auto blindata. Il luogo scelto per l’esecuzione era la rampa che dal centro direzionale di Napoli porta verso i paesi vesuviani, dove abita il Procuratore aggiunto. Il piano era stato progettato nel carcere di Secondigliano, poi non se n’era fatto più niente. Perché – aveva spiegato un collaboratore di giustizia – fra i camorristi avevano prevalso quelli che suggerivano una linea d’azione più cauta.

Anche nel processo per l’omicidio di Michele Tornatore, come anticipato al lettore, si era fatto riferimento agli “amici di Avellino” che prestavano il denaro. Tornatore era un detenuto in semi-libertà, freddato con 3 colpi di pistola e poi bruciato in una discarica. La persona condannata all’ergastolo per il concorso in omicidio, Francesco Vietri, aveva parlato (salvo poi ritrattare quelle dichiarazioni) di persone che prestavano soldi in provincia di Avellino, probabilmente usurai. Così era scattata una seconda indagine, affidata ai carabinieri del nucleo investigativo, guidato dal capitano Quintino Russo. I militari, nel corso di quell’accertamento, avevano sventato un tentativo di sequestro e scoperto un libro mastro sul quale erano appuntati i nomi di quelli, che per gli investigatori, erano imprenditori o privati finiti sotto usura. Segnali che avevano convinto gli inquirenti napoletani che potesse trattarsi dello stesso clan o, comunque, di persone che si muovevano nella stessa orbita criminale.

Il Procuratore aggiunto di Avellino, Vincenzo D’Onofrio

Si tratta di un gruppo criminale composto, per lo più, da persone attive proprio fra il capoluogo irpino e l’hinterland. E quindi un clan autoctono che voleva imporre il proprio controllo su Avellino, scompaginando vecchi equilibri.

Alta Irpinia nel mirino

L’ordinanza che sorregge i 23 arresti, di persone ritenute vicine al Clan Partenio 2, fotografa la mappa di influenza del gruppo criminale. Un elemento che non può passare in secondo piano è l’attenzione riservata a un territorio come l’Alta Irpinia, storicamente ritenuto impermeabile alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Parliamo di comuni che erano stati in grado, con alterne fortune ma comunque con successo, a uscire indenni dalla caccia della malavita ai fondi a pioggia arrivati nel dopo-terremoto. E, facendo un balzo in avanti fino all’inizio degli anni 2000, si nota come questo territorio sia stato ignorato o comunque abbia tenuto lontano i tentacoli del primo Clan Partenio. Invece nell’ordinanza del gip si spiega come i vertici del nuovo sodalizio criminale abbiano messo gli occhi, piazzando dei capizona, proprio su alcuni comuni dell’Alta Irpinia. Fra gli appalti giudicati interessanti ce ne sono alcuni che riguardano servizi pubblici e altri la riqualificazione di strutture storiche.

Nell’ordinanza vengono ricostruite le modalità violente con cui si imponevano usura ed estorsione. Oltre che la mappa del gruppo criminale capace di radicarsi non solo nella città di Avellino, ma anche a Mercogliano, Monteforte Irpino, Serino, Prata Principato Ultra, Pratola Serra e buona parte dell’Alta Irpinia.

Nelle 882 pagine firmate dal gip, che motivano i 23 arresti eseguiti dai carabinieri del comando provinciale di Avellino che hanno indagato per quattro anni (dal 2014 al 2018) sul presunto gruppo criminale, viene descritta insomma il modo di agire del braccio armato del clan, la capacità intimidatoria, l’organizzazione certosina, la struttura tentacolare. Di fianco – in un’operazione parallela di finanza e carabinieri guidati dal colonnello Massimo Cagnazzo – viene ricostruita la capacità del gruppo criminale di innestarsi altri settori come le aste giudiziarie. Oltre a descrivere la “coda politica dell’indagine” che, a giudicare dagli “omissis”, potrebbe avere altri risvolti. Ve ne abbiamo parlato in dettaglio, ascoltando anche la versione degli indagati che sono pronti a dare battaglia. Quel decreto di sequestro, è chiaro, è quello che maggiormente ha indignato o quantomeno colpito l’opinione pubblica perché riguarda molti colletti bianchi e insospettabili. E ipotetiche ingerenze della criminalità nella vita amministrativa di Avellino. Ma, e questo è un aspetto altrettanto chiaro, se la ricostruzione della Dda è corretta, niente di quelle attività sarebbe stata possibile senza la ferocia e la forza che vengono attribuiti agli affiliati del clan. Modalità che vengono messe nero su bianco dal gip che ha autorizzato gli arresti, Fabrizio Finamore.

Uno degli aspetti che più colpisce, perché conferma una relazione della Dia, è come il clan fosse interessato a un’area della provincia di Avellino, che era stata ignorata dal primo clan Partenio: e cioè l’Alta Irpinia. Piccoli appalti edili che – per la Dda – facevano gola al gruppo criminale. Le richieste erano chiare: tre, quattro massimo cinque per cento su ogni appalto. Prima c’erano gli avvertimenti. Come quando, fra il 28 aprile e il 28 giugno 2016, nel mirino del clan finisce una ditta di Montella. Vincitrice di un appalto per la costruzione della rete fognaria e del nuovo depuratore. Prima un mezzo della ditta viene cosparso di benzina e viene lasciata in bella mostra la tanica. Un avvertimento chiaro, inquietante. Segue una seconda visita al cantiere. Questa volta viene danneggiato anche il vetro dell’escavatore e il liquido infiammabile viene versato all’interno. Un anno prima a fare le spese, della “capacità estorsiva del clan”, era stata l’azienda che si era assicurata la realizzazione di sistemazione idraulica e riqualificazione ambientale lungo un tratto del fiume Calore nel comune di Cassano irpino. Era stato versato al gruppo criminale l’obolo da 2mila euro pari, per gli inquirenti, proprio al 3%. Senza dimenticare un episodio in cui vengono sparati dei colpi di pistola contro un mezzo di un pregiudicato di Chiusano San Domenico, per spaventarlo.

Il controllo del territorio avveniva attraverso la distribuzione dei capi-zona. E ce n’erano anche in Alta Irpinia. Fra Montella e Bagnoli, per la Dda, era stato designato Ernesto Nigro. Dopo aver contratto un prestito da 20mila euro col gruppo criminale, secondo il gip, proprio Nigro era diventato un fedelissimo del gruppo di Mercogliano che gestiva l’organizzazione. E, anzi, dalle sue dichiarazioni emerge quasi una venerazione per i “capi”.

Come quando descrive a un interlocutore, il rito del “bacio” che – divulgato in una nota del comando provinciale di Avellino – ha inevitabilmente attirato le attenzione delle cronache. Perché richiama altri giuramenti di sangue più noti: a partire da quelli che caratterizzavano gli affiliati della Nco o di alcuni gruppi mafiosi.

Al suo interlocutore, interdetto per quel bacio fra uomini, Nigro ribatte: “Là veramente c’è la fratellanza. E non si sposta una pietra senza che quelli sanno”.

In un altro passaggio emblematico, di come l’Alta Irpinia fosse stata ignorata prima di ora, gli indagati si lamentano di chi “gestiva certe cose prima”. Tante chiacchiere e pochi fatti. Quelli sono arrivati col clan.

Una ricostruzione che, unita agli episodi di estorsione e usura contestati, è sfociata in un’architettura che poggia su accuse gravissime: associazione per delinquere di tipo mafioso, usura, estorsioni, detenzione di armi. Smontarle e trovare crepe in quel mastodontico castello di accuse, toccherà al pool di avvocati, molti dei quali hanno già una larga esperienza in reati associativi. Fra i legali, che ricorreranno al Riesame, ci sono Gaetano Aufiero, Alberico Villani, Gerardo Santamaria, Carmine Danna e Nello Pizza. Questa mattina ci sono stati i primi interrogatori. Ora le difese ricorreranno al Riesame. Il primo banco di prova sul quale verrà valutata la solidità dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto di Napoli, Giovanni Melillo, e dai sostituti, Simona Rossi e Luigi Landolfi.

Il tribunale della Gran Mamma

Il gip Finamore, per descrivere la capacità del Clan di infettare alcuni apparati della società, dedica una parte dell’ordinanza a quegli episodi che restituiscono plasticamente la capacità degli indagati di risolvere problemi quotidiani e in apparenza banali. Oltre a sostituirsi a volte a quei canali per così dire “ufficiali”, come quelli offerti dalla giustizia ordinaria. Così ci troviamo di fronte a quello che viene definita come una struttura analoga al così detto “Tribunale della gran mamma”.

“Imprenditori da mungere”, “fette della torta” da dividere, ma anche questioni personali da risolvere. Sfratti, ricatti, prestiti per delle auto. Il Clan Partenio 2, secondo il gip, era come il tribunale della “Gran Mamma”. Quello della camorra citato in un primo documento datato 1819-1820. Un’organizzazione che si occupava di dirimere, chiaramente con regole organizzate ad hoc dai gruppi criminali che ricoprivano il ruolo di giudice e controllore, tutte quelle questioni che il normale ordinamento giuridico non riusciva a risolvere. Il Clan era pronto a “fare squadra” con altri gruppi criminali, non di Avellino, per assicurarsi alcuni appalti. Come nel caso di lavori che riguardavano il castello di Bagnoli Irpino e di cui vi parleremo a breve.

Prima, un passaggio doveroso proprio sulla metafora del tribunale della Gran mamma, utilizzata dal giudice. C’è un episodio emblematico. Una signora originaria di Montella aveva bisogno di liberare un capannone, nel capoluogo irpino, da affittuari morosi. Ci aveva provato, per così dire, “con le buone”. Ma i suoi tentativi erano caduti nel vuoto. La signora, lo dirà anche ai carabinieri, aveva bisogno di recuperare il denaro per far fronte ad alcune spese. E così aveva deciso di rivolgersi a uno dei capi-zona del clan in Alta Irpinia. Lui l’aveva rassicurata. Dopo una visita – all’affittuario moroso – la questione era stata risolta. Il costo? Gratis, offre il tribunale della Gran Mamma. Non un caso isolato. Per spiegare quanto accadeva, è utile pescare un altro esempio storico, collocato in secoli più recenti. La Corte dei Miracoli di Parigi, che si muoveva secondo “regole altre” rispetto a quello imposte dalla legge. E i giudici, chiamati a deliberare, decidevano anche come e quanto incassare la paga per i loro servigi. La stessa signora di Montella, in un secondo momento, aveva dovuto dare gratis una cucina da migliaia di euro a uno degli indagati.

Ma davvero ci si poteva rivolgere al clan per tutto. Una ragazza aveva utilizzato i loro servizi per sottrarsi a un ricatto sessuale. Così come c’era chi aveva chiesto soldi per pagare alcune rate. E ogni mese versava l’obolo (fino al 20% di interesse si prestito), portandole in un locale di Piazza Kennedy. Tutto era organizzato per bene e, quando il meccanismo si inceppava, veniva usata la violenza. Brutale. Ve lo abbiamo raccontato in dettaglio, spiegandovi con nomi e dettagli, come il clan si fosse interessato agli appalti pubblici dell’Alta Irpinia. Una zona storicamente vergine rispetto a certi ambienti criminali. E qui torna l’intercettazione sulla “torta” da non dover dividere con altri (venivano ignorate le “zone di competenza” di altri clan più strutturati). Anche se il clan, per il gip, era pronto anche a far squadra. Se è vero che aveva messo gli occhi su un appalto per la riqualificazione del castello di Bagnoli Irpino. Bei soldi, si dice in un’intercettazione raccolta, parliamo di circa 2 milioni e duecentomila euro. La ditta appaltatrice è di San Leucio del Sannio. Ed è allora che il clan decide di avvalersi della cooperazione della malavita sannita.

Emblematica un’intercettazione del 2016, “Ho preso il capo e loro sono andati a prendere la busta. E questa sì che è collaborazione”.

Intercettazioni e denunce

L’usura che diventa sistema, una banca che regala interessi del 20 per cento al mese. E le estorsioni, ma solo per appalti importanti, tre per cento sul totale dei lavori. E poi riciclaggio in attività lecite: imprese, ristoranti, negozi, aste immobiliari. E infine cosa tipica dei clan: intervenire per risolvere problemi. Uno fra tutti: la donna finita sotto ricatto per essere stata sorpresa a fare sesso in auto (ne scriviamo dopo).

Questo – come si legge nelle carte – era il core business del nuovo clan Partenio.

L’usura praticata a tutti i livelli. Prestiti da 500 o 50mila euro. Capaci di garantire profitti enormi. Soprattutto se il clan aveva – e secondo gli inquirenti era così – mezzi di persuasione estremamente convincenti. “O paghi o ti vengo a prendere”.

Emblematica la storia di una vittima dell’hinterland. Per un debito di 5mila euro. Una persona – si legge – malata di cancro (viene spesso intercettata al telefono mentre ritorna da Benevento dove si è sottoposto a chemioterapia). Gli esattori sono inflessibili: tu puoi anche morire, ma prima devi pagare. Riesce a restituire solo 4mila e 800 euro. Che sono gli interessi. Il debito resta intatto.

L’usura, ma anche le estorsioni. Niente piccoli commercianti, o appalti da poche migliaia di euro. Il clan puntava su affari più consistenti. Lavori da almeno un milione di euro, e pizzo al tre per cento. Le vittime pagavano, per evitare problemi. E garantirsi la “sicurezza”.

“Comandiamo noi, fino a Salerno, per tutta la provincia”, si legge in una intercettazione. L’ambizione era l’altra molla. Il potere, da estendere fin dove era possibile. Stando attenti a non pestare i piedi ad altre famiglie. Per evitare problemi. Che in alcuni casi ci sono stati.

Ad Avellino, Mercogliano, Monteforte, Serino, comandavano loro. Ed erano state gettate le basi per crescere anche in Alta Irpinia. Terreno fertile, senza padroni. Solo qualche “guappo” di paese, che avrebbe dovuto farsi da parte. Qualche guappo, ma anche qualcosa in più. Come a Chiusano San Domenico dove un pregiudicato del paese, già vicino al clan Serino di Sarno, proprio non ne vuole sapere di abbassare la testa. Da Mercogliano parte l’ordine di fargli cambiare idea. Viene esploso un colpo di pistola contro la sua auto. Solo un colpo, perché la pistola si inceppa.

Ma il clan, come ogni clan, risolve anche problemi. Accade a una donna dell’Alta Irpinia: viene ricattata da una coppia avellinese perché ha provocato un trauma al loro bambino. Il piccolo l’ha vista fare sesso in un’auto parcheggiata vicino alla loro abitazione.

La vittima chiede aiuto a un conoscente (ha già pagato 33mila euro), che lavora nell’azienda del capozona del clan Partenio in Alta Irpinia. L’informazione viene girata ad un esponente di spicco del gruppo criminale che interviene di persona. Fine del ricatto.

Dalle carte emerge anche la potenzialità del gruppo. La capacità di trovare affiliati e di espandersi in molte zone. Che dimostra una verità sostanziale: l’humus della camorra ha attecchito anche qui, anche nell’Irpinia profonda. Non c’è più bisogno di boss che arrivano da altre province. Può nascere e crescere in provincia di Avellino. Proprio come nelle altre province della Campania.

Gli affari della camorra silenziosa

Pur sapendo che ogni fenomeno criminale, così come ogni fenomeno sociale, rappresenti una realtà a sé stante, è comunque possibile estrapolare degli aspetti che associano il modo di agire del nuovo clan a quelli tipici di altre realtà malavitose più strutturate e radicate. Quello che viene fuori, dalle indagini degli inquirenti, è il profilo di una camorra moderna, feroce, ma anche molto oculata. Attenta, almeno fino agli ultimi mesi, a tenere ben celate le proprie attività. Allora non deve stupire la predilezione degli indagati per fenomeni storicamente difficili da portare in superficie, fenomeni complessi e sommersi, come l’usura. In cui le vittime sono spesso le parti più deboli e vulnerabili della società: famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese, piccoli imprenditori e artigiani che hanno bisogno di capitale per iniziare o far sopravvivere l’attività. E che sono disposti a contrarre prestiti con tassi di interesse vicini anche al 20% perché spesso non trovano altri enti, come le banche, capaci di soddisfarli.

Una camorra silenziosa. Apparentemente a bassa intensità criminale, che fa affari d’oro. E inquina la nostra economia, distrugge patrimoni personali, rovina imprenditori e commercianti, si infiltra in appalti pubblici e in enti locali. E’ la nuova camorra. Quella che vive nella zona grigia. Che si insinua nelle crepe della legalità per prosperare. Affiancata da colletti bianchi, gente insospettabile, professionisti di ogni tipo.

E’ il quadro disegnato dall’ordinanza sul nuovo clan Partenio. Ma che ha somiglianze forti con il clan Cava e con quello dei Pagnozzi (e in Campania con la potentissima cosca dei Casalesi).

In quel contesto diventa marginale il traffico di droga. Fonte importante di reddito. Ma ad altissimo rischio. Gestire rapporti con trafficanti e piccoli spacciatori espone il clan a una visibilità eccessiva. Non è semplice sottrarsi alle indagini. Troppa gente sa, troppa gente può parlare.

La nuova camorra gioca con i soldi. L’usura soprattutto. Le aste immobiliari. Ma anche le estorsioni mirate. Solo sui grandi appalti, dove si incrocia anche l’interesse dell’imprenditore che non vuole problemi. E quel tre per cento lo paga come una tassa allo Stato.

E quindi riciclaggio. I soldi sporchi investiti in attività legali, che generano altro profitto. Creano consenso, posti di lavoro. Quel consenso diventa un altro patrimonio, da reinvestire. Per gestire elezioni, assicurarsi gli eletti giusti nel consiglio comunale. Personaggi di garanzia. Da compulsare al momento giusto. Ricordando quel vecchio debito: sei stato eletto perché ti ho fatto votare.

Una camorra evanescente. Ma con radici profondissime. Che è violenta e feroce, ma non ha bisogno di uccidere. Che cerca alleati, non nemici. Per fare business in pace. Di basso profilo. Per non creare allarme. Per non sollecitare inchieste giudiziarie. Nel frattempo inquina il tessuto economico, sovverte le regole della società civile.

La traccia indicata dai boss del nuovo clan Partenio era questa. Di certi affari non parlavano al telefono. Neppure in macchina. Solo in luoghi sicuri. Qualche affiliato non ha seguito le regole. E quelle intercettazioni hanno consentito agli investigatori di ricostruire l’organigramma del gruppo.

Bassa intensità. Proprio come in Valle Caudina. Lì c’è un clan storico, quello dei Pagnozzi. Con un vecchio boss, Gennaro, il fondatore, morto da qualche anno, e il suo erede, Domenico Pagnozzi, forse il boss più influente della camorra irpina, che è in cella gravato da ergastoli. Eppure la cosca è sempre attiva, influente. E silenziosa. Gli omicidi in Valle Caudina sono rari. Soprattutto quelli legati alla malavita organizzata. Anche in quella zona hanno scelto la bassa intensità. Usura ed estorsioni su grandi appalti. Droga sempre meno. E poi riciclaggio, da anni. Uno degli esponenti di spicco aveva aperto locali per scambisti in Toscana, discoteche un po’ ovunque, dalla costiera romagnola alla Campania.

Anche i Cava sembrano indirizzati verso la stessa strategia. Nel Vallo Lauro il problema è la faida con i Graziano. Ma l’odio tribale che ha diviso le due famiglie sembra in parte scemato. Fonti investigative parlano di un clamoroso e possibile avvicinamento tra le nuove leve dei due clan. Se così fosse non avrebbero bisogno di sparare.

I Cava e il nuovo clan Partenio si sono anche incrociati in qualche occasione. Stessi interessi immobiliari. La situazione si è risolta con l’intervento di un intermediario. Nonostante la morte di Biagio Cava, il clan quindicese è ancora rispettato ad Avellino e nell’hinterland, storiche zone di influenza della “famiglia”. Come anche nel Montorese. Altro punto caldo in queste settimane della provincia di Avellino. Anche lì sta accadendo qualcosa. E non sono buoni segnali. Incendi dolosi, minacce di morte all’ex sindaco Mario Bianchino, intimidazioni, affari molto opachi.

La camorra silenziosa è la camorra evoluta. Non ha bisogno di stese, di mostrare sempre e ovunque il suo volto violento. E’ la camorra del potere economico. Della infiltrazione massiccia nelle aule consiliari. E’ la camorra che incide sulla scelta di un sindaco, di qualche assessore. Che indirizza decisioni politiche, le piega ai suoi interessi. E’ una camorra infinitamente più pericolosa, molto più simile alla ‘ndrangheta e alla mafia. Meno pezzente della camorra dei vicoli di Napoli, delle microbande intossicate di cocaina.

E’ una camorra che dialoga con i colletti bianchi. Che assume persone. Che risolve questioni. Che crea consenso e rispetto. E’ una camorra che ha trasformato i guappi di periferia in sentinelle di quartiere. E che intorno a queste sentinelle – ad Avellino – ha costruito una piccola ma capillare rete di affiliazioni.

L’antimafia ha impiegato quattro anni per tentare di ricostruire le attività del nuovo clan Partenio. Per 48 mesi i carabinieri hanno intercettato, seguito, interrogato, fotografato. Ma i reati di usura non sono semplici da dimostrare. E anche le estorsioni dovranno essere ricostruite in aula. Per il vecchio clan Partenio il gioco degli investigatori è stato semplice. In quel caso, prove schiaccianti di omicidi e traffico di droga. Condanne per centinaia di anni.

Comunque vada, quel seme gettato venti anni fa con il primo clan avellinese è germogliato. Il frutto malato e velenoso è una nuova criminalità. Più insidiosa, più sottilmente violenta e più radicata.

Ombre sui voti

Bufera sulla Lega

Di fianco all’ordinanza di custodia cautelare, che cristallizza 4 anni di indagine dei Carabinieri del comando provinciale di Avellino, c’è un’altra indagine “più giovane” che si interseca con le attività del Clan Partenio 2. Un’inchiesta riferita anche alle amministrative del 2018 ad Avellino. La Direzione Distrettuale Antimafia teorizza un’accusa gravissima: quella di scambio elettorale politico mafioso. In sostanza, secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti, il clan avrebbe dirottato alcune preferenze verso dei candidati che erano in grado di restituire il favore, agevolando alcune procedure edilizie e burocratiche. Abbiamo descritto le accuse e ascoltato la versione di chi si è trovato al centro dell’inchiesta e si è detto convinto di poter dimostrare la propria assoluta estraneità ai fatti contestati.

Aste immobiliari pilotate, usura, estorsione, ma anche voti dirottati per portare un candidato sindaco in Comune, barattati in cambio di un occhio di riguardo per pratiche amministrative ed edilizie che facevano gola. E, ancora, dei colloqui in carcere con uno dei boss più feroci che la provincia di Avellino ricordi. Un “padrino” che si interessava delle vicende politiche della città, ma non disdegnava di parlare anche del vicepremier Luigi Di Maio che non gli andava a genio perché “stava contro i detenuti”.

Una fotografia inquietante quella che emerge dal decreto di perquisizione e sequestro firmato dal gip di Napoli, Anna Tirone, nel quale rientrano due autorimesse adibite a parcheggio autovetture, un lavaggio, due società di costruzioni e diversi conti correnti bancari. Atti riferiti a diciassette persone accusate, a vario titolo, di associazione a delinquere di tipo mafioso, scambio elettorale politico mafioso, turbata libertà degli incanti, trasferimento fraudolento di valori e riciclaggio.

Un decreto di sequestro che viaggia parallelo con l’ordinanza cautelare sul clan Partenio 2, sgominato questa mattina con 23 arresti (molte delle persone nel decreto di sequestro, sono invece indagate a piede libero). Non è un nome scelto a caso, per niente. La Direzione Distrettuale Antimafia è convinta, infatti, di aver decapitato quello che poteva diventare un gruppo egemone fra Avellino e il ristretto hinterland.

Un clan che aveva spostato la sua attenzione su un settore lucroso, come quello delle aste immobiliari, ma che aveva intenzione di assicurarsi i suoi “agganci” in politica. E conservava riti che richiamano i giuramenti di sangue fatti dagli affiliati della Nco. In questo caso “l’accettazione”, il senso di appartenenza, veniva riassunto da un bacio sulla bocca. Un gesto antico che caratterizzava la fedeltà anche all’interno di cosche mafiose.

Fra i nomi dei diciassette indagati ci sono persone che hanno ricoperto e che continuano a ricoprire cariche pubbliche. L’ex consigliere della Lega, Damiano Genovese (ora non ricopre altre cariche pubbliche), ma anche l’attuale il responsabile provinciale del Carroccio, Sabino Morano.

Si legge nel decreto come proprio Morano, candidato sindaco nel 2018, sarebbe stato beneficiario dei favori del clan in cambio, “dell’impegno a intervenire per garantire il buon esito di pratiche amministrative e di natura edilizia”.

Il Clan Partenio 2, per i Pm Simona Rossi, Liana Esposito, Luigi Landolfi ed Henry John Woodcock, avrebbe dirottato proprio voti sul candidato sindaco. Le accuse poggiano su alcune intercettazioni telefoniche e su degli sms raccolti dagli inquirenti. In un messaggio si invita Morano a, “non dimenticarsi della scuola”.

E poi c’è una conversazione avvenuta in carcere. Fra padre e figlio. Una conversazione che, in un quadro simile, finisce per assumere una rilevanza decisiva. Almeno a detta degli inquirenti. Il figlio è Damiano Genovese e il padre, Amedeo, capo indiscusso del primo clan Partenio, recluso al quarantuno bis. Il figlio lo informa che la sua lista ce l’ha fatta, saranno in Comune e che Cinquestelle hanno bisogno di loro per governare. Ma aggiunge, “Io sto con la Lega”.

Il padre approva, “Ah, è meglio, la Lega sta più sopra”.

“Al centro destra – ribatte il figlio – sta Sabino (per gli inquirenti Morano) uno che la politica la sa ragionare”.

Poi l’intercettazione è interrotta da “Omissis”. Probabilmente aspetti dell’indagine che gli inquirenti non vogliono ancora sia rivelata. Dichiarati che potrebbero diventare determinanti in un secondo momento.

Altre intercettazioni, in casa del gruppo di indagati che per gli inquirenti stava al vertice del clan Partenio 2, fanno riferimento all’interesse che avevano per appoggiare proprio Morano. Al momento indagato senza misure cautelari.

Morano: chiarirò tutto

“Un minuto dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia mi sono autosospeso dalla Lega. L’ho fatto per non danneggiare il partito con vicende che chiarirò al più presto e che risalgono a un periodo precedente al mio ingresso nel Carroccio, quando militavo in Forza Italia”.

Sabino Morano, coordinatore della Lega in provincia di Avellino, e finito nelle indagini per un presunto scambio elettorale politico mafioso.

Cosa ha pensato dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia?
Sono rimasto sconcertato. Ma ho piena fiducia nell’operato della magistratura. Spero si chiarisca tutto. Mi auguro nel più breve tempo possibile di venire ascoltato dagli inquirenti.

Le accuse nei suoi confronti sono gravi…
Sì, certo. Ma è tutto frutto di un equivoco. Ho letto le intercettazioni. Si parla di me, e credo si dia un significato diverso da quello reale alle parole. Ma non solo. Nella mia carriera politica non ho mai ricoperto ruoli di amministratore. Sono sempre stato all’opposizione. Che tipo di favori avrei mai potuto ricambiare?

In una intercettazione si dice che lei si “è sempre messo a disposizione”…
Sì, posso spiegare anche questo. Si parla di vicende umane, di rapporti che nulla hanno a che vedere con la mia attività politica. Mi sono messo a disposizione per dare una mano a chi aveva un problema di salute. Non certo per facilitare affari pochi chiari. Ma, e ribadisco, in quale ruolo poi? Dai banchi dell’opposizione in consiglio comunale?

C’è quel messaggio sms in cui la invitano “a non dimenticarsi della scuola”…
E questo è un altro esempio del madornale equivoco. C’è stata una persona, assolutamente onesta, distante anni luce da qualsiasi contesto criminale, che mi invitava, nella mia qualità di politico locale, a mettere in evidenza la questione della Dante Alighieri. Un istituto scolastico che stava cadendo a pezzi. C’è sulla mia pagina Facebook un video con un mio intervento sulla questione. E’ ancora in rete. Datato 25 maggio. Quell’interccttazione è di qualche giorno dopo.

Ritiene che la sua carriera politica possa essere danneggiata da questa vicenda?
Certo, un danno enorme. Il mio timore è che questa inchiesta e l’eventuale iter giudiziario che ne seguirà, si prolunghi nel tempo. Ora ho solo il desiderio di dimostrare la mia assoluta, totale estraneità da queste ipotesi accusatorie.

Genovese: nessun voto di scambio

Un uomo provato e amareggiato. Distrutto perché colpito in quell’aspetto della vita, la politica, in cui aveva deciso di investire tempo e fatica. Questa la fotografia di Damiano Genovese, ex consigliere comunale di Avellino, restituita dal suo avvocato, Gerardo Santamaria. Un uomo, Genovese, travolto dalle ultime vicende giudiziarie che hanno finito per colpire duramente lui e i suoi familiari.

L’ex consigliere comunale, che si trova ai domiciliari per le accuse legate alla detenzione di una pistola, non vuole sottrarsi alla possibilità di offrire la sua versione dei fatti anche sull’altra indagine che lo riguarda, quella sul clan Partenio 2. Ma, non potendo parlare, proprio perché sottoposto a misura cautelare, ha deciso di affidarsi all’avvocato e contattare la redazione di TheWam.net.

Dichiarazioni, quelle del legale, che offrono una ricostruzione diametralmente opposta a quella emersa negli ultimi giorni e che si focalizzano sull’ultima indagine dell’Antimafia di Napoli, su quello che è stato ribattezzato clan Partenio 2. Genovese non è stato raggiunto da arresti, ma è indagato perché accusato di scambio elettorale politico mafioso. Ma, proprio su questa gravissima accusa che rappresenta la “coda politica dell’indagine”, decide di prendere le distanze.

Spiega l’avvocato Santamaria: “Il mio cliente ha sempre fatto politica, solo e soltanto per passione. Voleva impegnarsi per la comunità e per tutti quei ragazzi, soprattutto i ragazzi, che avevano deciso di credere in lui. Ed è per questo che aveva deciso di mettersi in gioco e investire il suo tempo, sottraendolo a quello di imprenditore. E lo ha fatto ben consapevole dei rischi che, un cognome come il suo, poteva tirarsi dietro. Ma consapevole che lo spirito che lo animava, e che nulla ha a che fare con ambienti criminali, era più forte di ogni pregiudizio. Genovese non si è mai sottratto e, anzi, voleva essere giudicato per il suo operato di amministratore. Lo ha dimostrato mettendoci sempre la faccia, quando gli è stato richiesto, perché non aveva nulla da temere o da nascondere”.

Il mio cliente incontrava e conosceva persone, tante, proprio per i ruoli che ricopriva. Ma mai una volta ha utilizzato queste amicizie per scopi che fossero opachi. Per questo è sereno e tranquillo e ha fiducia nell’evoluzione delle indagini.

Un’intercettazione fra l’ex consigliere della Lega e il padre Amedeo, condannato in via definitiva per associazione a delinquere di tipo mafioso, è finita all’interno del decreto di sequestro eseguito dalla finanza e dai carabinieri del comando provinciale di Avellino. Un dialogo fra padre e figlio che, per gli investigatori, rivelerebbe l’interesse del vecchio boss alle dinamiche politiche di Avellino. Una conversazione che avviene, e questo la difesa lo ribadisce, quando Damiano Genovese era già stato eletto candidato al consiglio comunale.

“Niente – spiega l’avvocato Santamaria – di più lontano dalle realtà. Il mio cliente, infatti, è convinto che siano stati estrapolati da certa stampa, volutamente, solo alcuni passaggi di quelle dichiarazioni. E che ci sia stata una lettura parziale. Il dialogo avviene quando Genovese era già stato eletto in consiglio comunale. Non aveva bisogno di aiuti o di voti. E, poi, c’è un altro aspetto: il padre chiede al figlio se si sia candidato con i Cinquestelle. Non proprio l’atteggiamento di chi voleva “dirottare voti” o imporre la propria volontà, non sapeva neppure il partito con il quale il mio cliente fosse candidato. Ma solo le domande di un genitore che non vedeva il figlio da mesi e si voleva informare su come andasse la sua vita. Un uomo che, da oltre vent’anni, non ha contatti con l’esterno eccetto quei pochi dialoghi strappati con i suoi familiari. E che ora, come una scure, rischiano di abbattersi sul figlio. Nulla, in quelle dichiarazioni, richiama le accuse gravissime che vengono contestate”.

L’avvocato ci tiene a sottolineare la serenità con cui Genovese si prepara ad affrontare l’evoluzione giudiziaria dell’inchiesta dell’antimafia.

Conclude il legale: “Come ribadito, il mio cliente è sicuro di poter dimostrare la sua estraneità all’accusa di aver dirottato voti. Perché, ripeto, per lui la politica è sempre stata soltanto uno strumento per mettersi al servizio degli altri. E lo ha fatto anche contro il parere di chi gli voleva bene e gli consigliava di non esporsi. In primis proprio il padre che gli aveva, più volte ripetuto, come “la politica fosse una cosa sporca”. Il suo legame con altre figure, emerse nell’inchiesta, è legata all’attività pubblica e nel sociale. Il mio cliente incontrava e conosceva persone, tante, proprio per i ruoli che ricopriva. Ma mai una volta ha utilizzato queste amicizie per scopi che fossero opachi. Per questo è sereno e tranquillo e ha fiducia nell’evoluzione delle indagini”.

Gli immobili del clan

Aste immobiliari e soldi facili

Un capitolo a parte, nell’indagine della DDA di Napoli, è dedicata al settore delle aste giudiziarie. Provvedimenti immobiliari che per l’accusa sarebbero stati dirottati, garantendo sostanziosi incassi all’associazione per deliquere. I magistrati hanno ricostruito anche la presunta architettura del gruppo criminale: c’era chi si occupava di scegliere le aste più economicamente interessanti, chi allontanava gli altri acquirenti interessati (avvicinandoli perfino in tribunale), chi curava le pratiche dal punto di vista legale e finanziario. C’erano infatti i professionisti come avvocati e consulenti bancari che prestavano i loro servizi al clan. Le aste giudiziarie finite nel mirino di Finanza e Carabinieri non avrebbero riguardato soltanto immobili che si trovavano ad Avellino, ma anche nel ristretto hinterland, nel solofrano e nel mandamento baianese. Le articolate indagini condotte dai finanzieri, che poggiano su intercettazioni telefoniche e ambientali, sono arrivate fino a Roma e hanno ricostruito nomi di attività e imprenditori che avrebbero garantito gli affari dell’associazione per delinquere.

Fari puntati sull’affare delle aste immobiliari in Irpinia, nell’inchiesta legata al nuovo clan Partenio e al voto di scambio politico mafioso. Un sistema organizzato nei dettagli, società di comodo, come la start up innovativa “Rinascimento Italiano”, con due nomi sullo sfondo, quello di Livia Forte e Armando Aprile. Indagati e con un’ipotesi di reato molto grave: associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata all’estorsione.

Tante le intercettazioni ambientali e telefoniche nell’ordinanza. Ma il grosso dell’inchiesta potrebbe essere innescata dai sequestri dei giorni scorsi.

L’indagine è “giovane”. Partita nel novembre dello scorso anno. Condotta dalla guardia di finanza di Napoli e dai carabinieri del nucleo operativo di Avellino. A coordinarla un pool di magistrati dell’antimafia partenopea, Henry John Woodcock, Simona Rossi, Liliana Esposito e Luigi Landolfi.

Negli atti si parla in diversi casi di “speculazioni” immobiliari illecite. Sono stati sequestrati molti bonifici, intestati a decine di persone. Su questo secondo aspetto le indagini sono in corso. Coinvolti anche avvocati e professionisti. Con società cartiera, riciclaggio, prestanome (segretarie e mamme di segretarie), numerosi conti correnti.

Quella famosa zona grigia. Si parla di ville (anche a San Michele di Serino), capannoni industriali (a Solofra). Del valore commerciale notevole, tra 700mila euro e il milione. Rivenduti all’asta.

Gli “esecutati”, coloro che hanno perso il bene e tentano di rientrane in possesso, sono stati avvicinati. La questione è semplice. Gli indagati fanno capire di essere interessati all’asta immobiliare, ma che avrebbero rinunciato in cambio di 5, 6mila euro, da pagare con un assegno circolare.

Sul altri beni (anche in questo caso ville), le società riconducibili a Livia Forte e Armando Aprile, hanno agito diversamente. Soprattutto se il prezzo dell’immobile vine ritenuto interessante e non ci sono “esecutati” interessati. Acquistano la casa per poi rivenderla il prima possibile con un guadagno netto di 40, 50mila euro.

Secondo gli inquirenti “Armando Aprile e Livia Forte ricavavano degli importanti guadagni definendo le aste ancor prima di essere battute e molto spesso senza nemmeno partecipare in prima persona”.

Per l’accusa, “quei ricavi risultavano essere il frutto della loro forza economica consolidatasi negli anni grazie a questo ingegnoso sistema criminale, della “notorietà” acquisita, e da vecchi legami avuti con la criminalità locale”.

Uno spaccato inquietante, che comunque dovrà essere accertato nel corso del procedimento giudiziario. Che mescola criminalità e mondo delle professioni, affari illeciti, ma gestiti senza l’uso della forza, mostrando solo un potere economico e una “notorietà” che in molti casi sarebbero bastati per convincere le vittime a sottostare.

L’impressione è che questa sia solo la prima tranche di una indagine che è solo agli inizi. Si dovranno ora valutare i documenti sequestrati, le memorie digitali, i numerosi conti correnti, eventualmente qualche nuova deposizione. Gli inquirenti cercheranno anche di stabilire da quanto tempo l’affare aste immobiliari fosse “operativo”, per valutare l’effettivo giro di denaro. Che si suppone importante. Oltre naturalmente a chiarire il motivo di tutti quei bonifici (da mille euro in su), a decine di persone.

Chiavette usb

Documenti, memorie digitali, ma anche contanti. Frammenti di un puzzle che è destinato ad ampliarsi e potrebbe scardinare le fondamenta di un sistema che, se le supposizioni della Procura sono corrette, sarebbe riuscito ad accaparrarsi un considerevole numero di procedure immobiliari fra Avellino e l’hinterland, ma anche in alcuni comuni mandamentali.

Un capitolo complesso e delicato all’interno della vasta indagine sul Clan Partenio 2, sgominato dagli arresti dei carabinieri del comando provinciale di Avellino. Proprio il denaro – che derivava dall’attività di speculazione immobiliare – rappresentava per gli inquirenti la principale fonte di guadagno dell’associazione a delinquere. Un tesoro consistente, che si sommava al denaro frutto di usura ed estorsione a privati e ditte che avevano vinto appalti nell’edilizia e nei servizi pubblici.

Un settore, quello delle aste giudiziarie, che rappresentava un affare redditizio, con rischi contenuti. O, quasi. Visto che – a giocare un ruolo determinante nell’inchiesta – sarebbero state diverse denunce arrivate alla Procura di Avellino e poi finite sul tavolo dei magistrati dell’Antimafia. Nelle carte del decreto di sequestro si spiega come gli indagati scegliessero con cura le aste interessanti, allontanando con minacce e intimidazioni gli altri aspiranti acquirenti. Alcuni episodi sono avvenuti anche all’interno del tribunale. Fino a che c’è chi si è stancato, di subire in silenzio, e ha denunciato tutto. Un numero di denunce consistenti che ora potrebbero portare all’individuazione degli altri complici degli indagati, finiti nell’inchiesta sul motore economico del clan. Il quadro investigativo potrebbe poi arricchirsi di altri elementi, grazie al contenuto di chiavette usb sequestrate da finanzieri e carabinieri.

Un’indagine complessa e delicata, come tutte quelle che riguardano i movimenti di denaro supervisionati da professionisti. I colletti bianchi erano garanzia di successo grazie a contatti e competenza maturate. Ci sono infatti anche avvocati e consulenti di banca fra gli indagati. A ricostruire il filo rosso, tracciato dal denaro, è stato il Nucleo investigativo dei carabinieri e la Polizia Economica Finanziaria delle fiamme gialle di Napoli. I militari hanno acquisito un ampio carteggio, oltre proprio a delle memorie digitali. Una mappa di inchiostro e byte che ora potrebbe ampliare la traccia investigativa. Insomma, quella emersa finora potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. I sequestri hanno riguardato diciassette persone. I militari hanno “visitato” abitazioni e studi legali e di professionisti.

I magistrati della Procura distrettuale Partenopea (i sostituti Henry John Woodcock, Simona Rossi, Luigi Landolfi e Liliana Esposito), indagano su elementi pubblica amministrazione o su professionisti che avrebbero giocato un ruolo determinante nell’associazione a delinquere.

Un’inchiesta che – come anticipato – è partita dalle denunce raccolte dalla sezione di criminalità economica del tribunale di Avellino, coordinata dal procuratore aggiunto Vincenzo D’Onofrio. Magistrato che aveva iniziato a raccogliere anche altri pezzi, poi messi insieme dalla Dda. Se è vero che i carabinieri di Montella, da tempo, lavorano su alcuni profili poi individuati come i “capizona” del clan in Alta Irpinia.

Riferimenti che permettevano al gruppo criminale di costruire il suo consenso anche in aree che, in passato, erano state ignorate dal primo clan Partenio.

La capacità dell’associazione, di imporre il proprio controllo anche fuori da Avellino, riguarderebbe anche le speculazioni immobiliari. Gli edifici, su quali il clan aveva o voleva allungare i tentacoli, non si trovavano solo nel capoluogo e nel ristretto hinterland. Le denunce fanno riferimento ad altre zone di Irpinia, oltre a Montella e Bagnoli anche il baianese.

I risvolti politici...

Ben consapevoli che anticipare l’evoluzione d’indagini giudiziarie sia spesso un esercizio sterile, è comunque possibile, analizzando quanto emerso finora dalle carte dell’inchiesta, estrapolare i quesiti irrisolti che probabilmente gli inquirenti proveranno a sciogliere. In primo luogo quelli che riguardano la presunta capacità del clan di condizionare la vita amministrativa di alcune realtà in provincia di Avellino. Senza dimenticare i gialli che ancora ruotano intorno al momento o ai momenti di rottura che si sarebbero consumati fra i gruppi che rappresentano l’asse portante del sodalizio criminale.

E i quesiti irrisolti, come detto, sono tanti. Molti ruotano, inevitabilmente, intorno ai risvolti politici dell’inchiesta sul gruppo criminale. E su quelle crepe che, in sostanza, ne hanno accelerato il declino, determinato probabilmente da un rapporto logorato o che si è rotto improvvisamente. Quello fra il gruppo di Mercogliano, che rappresentava il vertice e braccio armato del clan, e quello di Avellino che si occupava della cassa e di settori come le aste giudiziarie. Senza dimenticare la necessità, emersa nelle carte, di dare segnali forti per imporre il proprio controllo sul territorio.

Un film senza epilogo. E che ha bisogno di un secondo capitolo. Chi ha pestato i piedi a chi? Gli arresti hanno forse evitato una guerra cruenta fra due fazioni che avevano deciso di continuare autonomamente?

Tessere senza le quali è impossibile ricomporre il mosaico. Ma, come detto, sono altri i quesiti che tengono l’opinione pubblica col fiato sospeso. Chi vuole comprendere quanto sia complessa la capacità di penetrazione del clan nelle istituzioni, teorizzata dai Pm dell’antimafia di Napoli. E chiarire, soprattutto, se i tentacoli del clan abbiano cercato di avviluppare solo le amministrative del 2018 ad Avellino.

Una domanda lecita se si ritiene valida la fotografia della Dda. Una ricostruzione che descrive, il clan Partenio 2, come un gruppo criminale in espansione, con riferimenti in diverse zone di Irpinia, capi-zona coi quali interfacciarsi per risolvere le problematiche più disparate: mutui, sfratti, prestiti per la rata dell’auto, perfino ricatti sessuali. Piaceri che potevano tradursi in crediti, da riscuotere al momento giusto. Voti, per dirla in modo più semplice, che potevano fare gola a candidati spudorati, magari diluiti in coalizioni ampie così da non alimentare sospetti. O, comunque, preferenze che avrebbero permesso al gruppo criminale di piazzare “sentinelle” fondamentali, per tutelare i propri interessi, all’interno di macchine amministrative rodate.

E’ perciò plausibile che il secondo filone di indagine si estenda e finisca per riguardare anche enti ed istituzioni. Senza dimenticare l’evoluzione dell’inchiesta legata proprio al decreto di sequestro. Un filo rosso, che per quanto concerne Avellino, dovrebbe dipanarsi lungo la mappa seggi e dalle preferenze espresse a favore di alcuni candidati. Proprio da lì dovrebbe muovere l’indagine degli inquirenti.

Un controllo rigoroso e necessario per dissolvere ogni dubbio. E non solo nel comune capoluogo se, come ribadito dal gip, il clan aveva la sua influenza anche nell’hinterland fino in Alta Irpinia. Per i Pm, infatti, il gruppo criminale adoperava anche figure di raccordo, spesso professionisti insospettabili. E si ci fosse anche qualche candidato lì in mezzo?

Intanto, i dubbi alimentati dall’inchiesta hanno spinto perfino un deputato, nonché generale come Antonio Del Monaco, a chiedere l’immediato scioglimento del consiglio comunale di Avellino. Una interrogazione parlamentare che, come prevedibile, ha generato altre domande nonché confusione. Perché una richiesta così drastica, se quanto emerso finora dalle indagini si riferisce soltanto alle amministrative del 2018? Ci sono elementi, per ora non svelati, che lasciano ipotizzare l’influenza della criminalità organizzata sull’attuale consiglio comunale? Un virus che – sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti – potrebbe diffondersi e attecchire anche in altri contesti amministrativi?. Un’ipotesi che ci auguriamo venga smentita. Ma che non può essere scartata a priori. Purtroppo.

Il commento del direttore di ITV Franco Genzale

(Dal “minuto 20” analizza il nuovo Clan Partenio)

Materiale consultato e sitografia

  • Ordinanza di custodia cautelare sul Clan Partenio due firmata dal gip Fabrizio Finamore;
  • Decreto di sequestro firmato dai Pm Henry John Woodcock, Simona Rossi, Luigi Landolfi e Liliana Esposito;
  • Ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Maurizio Conte su richiesta della DDA;
  • Servizi TV e video-inchieste di Irpinia TV.

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