Come (non) fare opposizione: “E allora i gialloverdi…”

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Diciamoci la verità: a questo governo, a Salvini nello specifico, e ai loro tifosi, non sappiamo mai cosa rispondere. Ora bisognerebbe dire che è colpa loro, che la maggior parte sono analfabeti funzionali, che non capiscono “un cazzo” e via dicendo. Lo sentite? Il consenso che cresce? Ora il Movimento 5 stelle è al 70% e noi siamo dei “rosiconi”. Ah Salvini è appena diventato imperatore della Calabria, dopo queste brevi righe. Quindi facciamo qualche passo indietro, perché il problema non è retorico ma politico.

Il paradosso della competenza

La colpa non è degli elettori e dei tifosi di questo governo. La colpa è delle opposizioni che non si oppongono; degli intellettuali arrabbiati che non riescono a dire altro se non “razzisti”, “ignoranti”, “incompetenti”, “bufalari”; di giornali e organi di informazione che spesso sembrano magazine di gossip o si limitano ad analizzare la comunicazione e la retorica dei personaggi politici del momento. La strategia adottata non funziona, i sondaggi parlano chiaro così come la percezione dell’onnipotenza di questo esecutivo. Un illuminante articolo di Internazionale spiega efficacemente la macchina retorica di Salvini, la comunicazione adottata dal ministro dell’Interno al raduno di Pontida; encomiabile per capacità di analisi resta una descrizione, non un attacco, non una smentita, non un’antitesi o una contro proposta rispetto a quanto affermato, millantato o promesso. Il problema, però, non è retorico, è politico. Si potrebbe tranquillamente obbiettare che la retorica è una componente essenziale della politica, il racconto di un fatto spesso vale più del fatto stesso, la nostra storia politica è ricca di esempi a proposito: non ultimi, appunto Di Maio, Salvini eccetera. Tuttavia la politica non si gioca solo sul campo della retorica, soprattutto nell’epoca della tecnica, dove le competenze per entrare nel discorso politico diventano sempre di più. Quest’ultima affermazione appare paradossale (Lino Banfi all’Unesco ndr), ma è proprio su questo paradosso su cui bisogna investire e riflettere. (A proposito del Diario di Filosofia, leggi l’analisi della cazzimma fra gli eroi e gli dei greci)

Come non fare opposizione: Lino Banfi e Luigi Di Maio
Lino Banfi e Luigi Di Maio

Retorica contro fatti

Come abbiamo detto prima uno degli epiteti usati per descrivere o denigrare i nostri ministri è “incompetenti”. È innegabile che i curricula di molti componenti di questo esecutivo non siano dei migliori per amministrare o governare un paese, altresì è innegabile che con abilita e perizia siano riusciti a costruire un consenso basato sul fatto che tutti possano parlare di tutto, dall’economia alla storia, dal diritto costituzionale all’ingegneria e che le verità di queste difficile discipline siano tutte nelle mani di questi “onesti” e “puri di cuore”, casti contro la casta e i professoroni. Ma questa è retorica, efficace e vincente, certo, ma povera di fatti.  Un’esca a cui ormai tutti stiamo abboccando, perché se è vero che quando si indica la luna lo scemo guarda il dito allora, nostra culpa, siamo tutti cretini. La luna sono i fatti, le difficili discipline da affrontare, il dito è la retorica. Bisogna ritornare a controbattere con i fatti, con le competenze. Poco importa se dall’altra parte si verrà accusati di essere delle “prostitute” o dei “lobbisti”, l’importante è fare informazione e informare, oggi, è più della cronaca, dell’analisi: dovrebbe essere il modo di fornire nozioni e fatti chiari, inappuntabili, arricchire non la retorica, ma il bagaglio culturale di chi parla. E allora basta contare tutte le divise indossate da Salvini, per quello ci sono i “meme” su Facebook, ma spiegare, regole alla mano, perché Salvini non può indossare quelle divise.

Smettere di criticare il reddito di cittadinanza o quota cento perché sono manovre assistenzialiste e che rischiano di paralizzare la nostra economia, ma spiegare perché rischiano di paralizzare la nostra economia, spiegare perché un avviso di garanzia non è una condanna, perché il “cerchiobottismo” non è una dottrina politica e perché il decreto “Salva Carige” è il copia-incolla del decreto “Salva banche” dello scorso esecutivo. Sono i “perché” a mancare, le domande e le affermazioni regnano sovrane. Il punto essenziale è questo: all’elettore della Lega o del Movimento non importa capire come il proprio beniamino li stia convincendo, tanto convinti lo sono già e un giornale di opposizione che scrive solo per l’opposizione non è altro che un dirsi “bravo” per aver descritto bene il dito che indica la luna.

Come non fare opposizione: Salvini in divisa...
Salvini in divisa


La parola politica

Non che i partiti di opposizione se la stiano passando meglio, sia chiaro. Osservare, leggere, i giganteschi “te lo avevo detto” di Matteo Renzi è quasi deprimente, cercare di controbattere la formula “E allora il PD?!” con “E allora il governo giallo-verde?!” è l’equivalente di una lite tra bambini in cui ci si accusa vicendevolmente di aver cominciato con le marachelle. La tanto glorificata onestà dei 5 stelle, che sembra sempre vacillare venir meno, non può essere usata come arma contro di loro, perché il racconto dei fatti che hanno costruito resterà la loro miglior difesa: loro sono gli eroi e agli eroi si può perdonare quasi tutto. La lotta sulle parole per ora è stata vinta, il “buonsenso” di Salvini è lo scudo per ogni attacco alla sua leadership e in termini di consenso funziona benissimo. Nessuno vuol prendere decisioni impopolari o difficili da comprendere, nessuno vuole guardare al futuro, ma all’ immediato presente.

Non c’è nulla però di più complesso delle cose immediate, perché spesso nascondono una profondità difficile da scorgere, da esplorare e il discorso politico non può che restare superficiale per conservare il consenso. Conservare il consenso però è una cosa, ottenerlo di nuovo è un’altra. E allora ben venga la profondità, la spiegazione della realtà politica e l’attualizzazione di questa, portare a un certo livello di concretezza cose come lo spread, la recessione, l’inflazione: questa è la vera lotta da fare sulle parole, la vera retorica che serve alla politica. Una credibilità da ricostruire sulle parole che servono a spiegare i fatti e non a raccontarli. Perché Bertold Brecht in fondo aveva ragione

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E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Le parole d’ordine dello stato democratico: “sicurezza”, “democrazia”, “lavoro”, sono state tutte stravolte, gli ultimi abbandonati, l’errore più grande della sinistra da che l’uomo ha memoria, a causa di arroganza e mancanza di chiarezza e lasciati nell’epoca in cui “uno vale uno” e dove qualcuno ha più ragione di tutti perché ha parlato (forse cianciato) meglio.

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