Via gli smartphone
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Controllare compulsivamente la posta elettronica, Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, WhatsApp e simili rappresenta una dipendenza sì o no?

La nostra giornata è scandita da meccanismi automatici a cui non facciamo neanche più caso.

Dipendenza da click

Quante volte al giorno prendiamo in mano il telefono per tenere d’occhio le notifiche dai Social Media? Quanto tempo passiamo a fare zapping alla ricerca di niente? Diverse ore al giorno, più del necessario, sicuramente più del ragionevole, coinvolti in un meccanismo di insoddisfazione, soluzione temporanea, maggiore insoddisfazione e così via.

Questo discorso non ha nulla a che vedere con le potenzialità della rete e con l’utilizzo intelligente di Internet, piuttosto con un rincretinimento generale sempre più evidente.

Il valore della solitudine

Vi capita andando in giro di vedere persone incollate al proprio telefonino, che non guardano davanti a sé? Che magari si scontrano? Questa immagine supera di gran lunga quella di un vagone della metropolitana, o di una sala d’attesa, piene di gente che guarda il cellulare invece di interagire con gli altri: è la testimonianza che non sappiamo stare neanche più con noi stessi.

Scrive Zygmunt Bauman: “Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione. Certo, chi non ne ha mai gustato il sapore non saprà mai ciò che ha perso, ha lasciato indietro, a cosa ha rinunciato”. (Di Chiara, leggi anche: “Da paperino ai nazisti: l’Italia parodia di una dittatura)

Pioggia di stimoli

Quanto ci sono diventate familiari le suonerie dei cellulari, le vibrazioni, le notifiche? Il nostro cervello è così esposto a questi stimoli da esserne ossessionato anche quando non ci sono, quando ci sembra di sentirli per poi accorgerci di averli solo immaginati.

Umberto Eco l’ha definito un cambiamento epocale come l’invenzione della scrittura e, successivamente, della stampa: la tecnologia procede rapidamente e noi gli corriamo dietro, cambia “l’essere-al-mondo”. Ma siamo preparati a questa trasformazione? Quali sono le conseguenze sul piano cognitivo?

Schermi e depressione

Leggo studi universitari sulle correlazioni tra un uso intensivo di Internet e depressione, insoddisfazione, ansia; saremmo tesi, irrequieti, sempre in attesa: a me sembriamo soprattutto preda di noia e malinconia.

Avere tutte le risposte sempre, a portata di mano, è una gran bella rivoluzione ma ci spinge a non interiorizzare nulla in particolare. Il nostro cervello somiglia ad una memoria esterna che svuotiamo di continuo per fare spazio a nuove informazioni senza trattenerne nessuna in particolare: ciò che ci serve sapere e su cui facciamo affidamento è nello schermo.

Dipendenza da smartphone: il rischio della superficialità

Sono tantissimi i benefici che le tecnologie digitali hanno introdotto nella nostra quotidianità e che continueranno ad introdurre: servizi che negli ultimi anni ci hanno cambiato la vita, in meglio. Quello che sembra sfuggire a molti, però, è che una alternanza fra reale e virtuale, fra attenzione e distrazione è fisiologica: pensare rimane una facoltà essenziale. Ci sono molte cose che la tecnica può fare, rispondere a domande di senso non è una di queste.

Manca un po’ di consapevolezza critica nella fruizione dei contenuti digitali, la consapevolezza che la tecnologia è uno strumento e non uno scopo. Se ristagniamo in ammollo convinti di trarne beneficio rischiamo di diventare, senza accorgercene, sempre più superficiali: l’archetipo del consumatore medio con bisogni dozzinali, pericoloso perché innocuo.

La creatività si nutre di distrazione

E’ un’orizzonte ristretto dal quale, sono sicura, ognuno di noi vorrebbe evadere: siamo fatti per viaggiare, sperimentare, sviluppare idee, intuizioni: non siamo solo utenti voraci di dati.

L’oggetto di questo discorso è che di recente fatichiamo a trovare il giusto equilibrio tra comodità d’uso e libertà, a ritagliarci uno spazio per fantasticare: «Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?» Scrive Joseph Conrad, poiché la creatività si nutre di distrazione. Qualcuno deve essersene accorto, tant’è che di recente si lanciano in rete proposte per mappare i “Locali per pensare ”: bar, caffè, ristoranti (quelli che ancora esistono) senza musica, tv o pc (abbiamo inseguito per anni i locali con il wi fi e oggi siamo alla ricerca disperata di quelli senza: è chiaro che c’è qualcosa che non va?!).

Vita su un pianeta nervoso

Il nostro tempo è una risorsa limitata: quante ore al giorno siamo disposti a trascorrere in balia di algoritmi che ci conducono esattamente dove vogliono, da un video a quello successivo, da un acquisto ad altri suggerimenti d’acquisto? Ogni tanto prendiamoci una pausa da questo loop! Come scrive Haig in “Vita su un pianeta nervoso”: “Proprio come per chi abita a Ibiza, o fa parte di una setta religiosa, è difficile capire quali sono i nostri problemi se tutti intorno a noi li condividono. Se tutti trascorrono ore e ore con in mano il cellulare a controllare messaggi e timeline, questo diventa un comportamento normale. Se l’intero pianeta sta avendo una sorta di crollo nervoso collettivo, allora i comportamenti malsani combaciano perfettamente con il quadro generale. Quando la follia diventa normalità l’unico modo per ritrovare la sanità mentale è osare essere diversi”.

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