Coronavirus, quattro punti per affrontare la pandemia

Coronavirus, quattro punti per affrontare la pandemia e per andare oltre le limitazioni e le chiusure che hanno dimostrato di essere un'arma né sufficiente né sostenibile. In particolare per la diffusione delle nuove varianti, ma anche per il tracciamento dei contagi, le scuole e i sistemi informativi.

4' di lettura

Immaginare di affrontare la pandemia da coronavirus con le armi utilizzate fino a oggi potrebbe non essere sufficiente. Basarsi solo su limitazioni e chiusure attenua periodicamente la circolazione del contagio, ma si sta rivelando un’arma spuntata e con implicazioni economiche e sociali sempre più insostenibili. Nel frattempo è partita – tra mille difficoltà – la campagna di vaccinazione e la preoccupazione più grande è legata alle varianti del coronavirus (le cosiddette mutazioni inglese, sudafricana e brasiliana), che si stanno diffondendo anche nel nostro Paese, in Umbria l’aumento rilevante dei casi negli ultimi giorni sembra sia da attribuire alla variante inglese.

Il nuovo governo, se ci sarà, dovrà avere una visione più strategica e complessiva nell’affrontare la pandemia.

Il Corriere della Sera ha sintetizzato in quattro punti un piano d’azione che consenta di porre un argine vero al coronavirus, soprattutto nei prossimi mesi che si annunciano piuttosto complicati, ma che devono essere affrontati con logica e decisione per consentire al Paese di uscire il prima possibile da una fase drammatica.

Coronavirus, infrastruttura per il sequenziamento

Il primo punto riguarda proprio le varianti. Al momento siamo piuttosto indifesi, manca cioè una infrastruttura per il sequenziamento di una parte importante del virus isolato nei tamponi. Serve per capire quale sia il ceppo che si sta diffondendo e agire di conseguenza. In caso contrario si rischia una situazione simile a quella del marzo scorso, o se preferite uguale a quella che sta vivendo da mesi la Gran Bretagna: quando nel Regno Unito hanno capito che la variante inglese si stava diffondendo era già tardi. La conseguenza è stata un aumento esponenziale dei contagi, dei ricoveri in ospedale, dei morti e un inevitabile e duro lockdown.

Tracciamento dei contagi

Il secondo punto messo in risalto dal Corriere della Sera riguarda il tracciamento dei casi con l’isolamento dei nuovi contagiati. In Italia siamo riusciti a farlo in estate, quando i contagi erano pochi. Sarà quindi importante abbassare il numero dei nuovi positivi giornalieri. La necessità di potenziare la capacità di testing è stata sollecitata più volte da molti virologi e dalla Fondazione Gimbe, che segue con grande attenzione l’evolversi della pandemia in Italia sin dai primi giorni.

Può essere d’aiuto l’uso di test antigenici in farmacia, ma serve comunque un efficiente sistema di comunicazione tra chi esegue il test e chi dovrà poi prendere in carico le persone che risultano contagiate dal coronavirus, ovvero i servizi di prevenzione e i medici di medicina generale.

Una strategia per le scuole

Il terzo punto riguarda le scuole, sulle quale si è fatta un bel po’ di confusione separando aspetti che devono essere affrontato inevitabilmente insieme: la sicurezza all’interno delle scuole, ma anche i trasporti, la disponibilità di dispositivi di protezione, l’adeguata ventilazione degli ambienti, gli screening di massa e altro ancora. È l’unico modo per garantire il rientro un rientro in classe definitivo e non legato alla curva dei contagi. Con istituti che aprono e chiudono non garantendo nessuna continuità educativa, anche perché in estate non si è opportunamente migliorata (con corsi per insegnanti e un importante adeguamento tecnologico), la didattica a distanza (che comunque non può essere una soluzione a lungo termine).

Gravi lacune nei sistemi informativi

Il quarto punto riguarda le lacune nei sistemi informativi, un po’ trascurati in questo primo anno di pandemia, ma che rappresenta strategicamente un punto fondamentale. Ritardi e lacune che riguardano anche le regioni. Chiariamo: sono scarsi i dati sui luoghi di trasmissione, comprese scuole, lavoro, trasporti. A oggi, dodici mesi dopo l’inizio della pandemia, in Italia non sono ancora disponibili dati certi per identificare le principali strade di diffusione del contagio da coronavirus.

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