Coronavirus. Studio su effetto stagionale: esplode d’inverno

Coronavirus. Uno studio del Cnr e di diverse università italiane e americane ha dimostrato l'effetto stagionale dell'infezione da coronavirus in Italia. Il caldo attenua non solo il contagio, ma anche l'aggressività del virus. Anche per questo in Paesi caldi ma con strutture sanitarie meno efficienti non ha causato le stesse conseguenze.

Coronavirus. Studio su effetto stagionale: esplode d'inverno
Coronavirus: uno studio del Cnr condotto con diverse università italiane e americane ha dimostrato l'effetto stagionale dell'infezione da coronavirus in Italia.
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C’è un effetto stagionale evidente sulla diffusione del coronavirus. L’ipotesi è stata avanzata spesso, anche sulla base dei dati, almeno in Italia. Ora però, quell’ipotesi viene confermata daq uno studio che è stato pubblicato sull’International Journal of Environmental research and Public Health. Si tratta di una ricerca alla quale ha partecipato anche il Cnr, che ha analizzato in maniera sistematica e quantitativa, tra aprile e agosto, il rapporto tra terapie intensive e casi attivi e quello tra decessi e casi attivi. Che sono i due indicatori più espliciti sull’aggressività della malattia.

La stagione incide anche sulla gravità

Entrambi questi rapporti sono ai massimi livelli in aprile. In agosto sono invece 20 di volte in meno rispetto alla primavera. Lo studio, firmato tra gli altri da Antonio Coviello e da Renato Somma, dell’Istituto di ricerca su innovazione e servizi per lo sviluppo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iriss), ha dimostrato che l’effetto stagionale incide in modo significativo non solo sulla diffusione del coronavirus in Italia, ma anche sulla gravità dei casi.

Da maggio è diventato più mite

«Dopo i drammatici picchi di contagio e decessi dei mesi iniziali dell’epidemia – ha dichiarato Coviello -, a partire da maggio il decorso dell’infezione da coronavirus è stato estremamente più mite. Questa osservazione, che insieme con il calo drastico dei contagi nei mesi estivi di giugno e luglio ha dato adito ad accese dispute tra chi sosteneva la necessità di mantenere alto il livello di precauzione e chi, al contrario, sosteneva il depotenziamento del coronavirus, è stata per la prima volta quantificata statisticamente a livello nazionale».

Qualcuno ha pensato: il coronavirus è morto

E in effetti, ricorderete bene, in estate c’è stato anche qualche virologo che è arrivato a sostenere che il coronavirus «fosse ormai morto», per poi essere drammaticamente smentito qualche mese dopo,

Lo studio è stato realizzato in collaborazione con Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Facoltà di Medicina dell’Università di Napoli Federico II, Dipartimento Ambiente della Regione Puglia e New York University, ed è firmato anche da Giuseppe De Natale, Vito Marchitelli, Lorenzo De Natale, Claudia Troise, Karen Holmberg.

E c’era chi ipotizzava l’ecatombe di luglio

«Questi rapporti, sebbene influenzati dal continuo aumento dei tamponi – aggiunge Somma -, a un’analisi statistica accurata risultano comunque significativamente minori nei mesi estivi in cui, oltre a essere drasticamente diminuiti i contagi, anche il decorso della malattia è stato molto più mite».

«Questo effetto – spiega – è in totale contrapposizione con quanto prevedevano, a maggio i gruppi internazionali di epidemiologia che arrivavano ad ipotizzare migliaia di decessi giornalieri ed oltre 150mila pazienti bisognosi di terapie intensive entro luglio, dopo le riaperture totali effettuate in Italia dall’inizio di giugno».

Due fattori fondamentali

Il calo estivo è attribuito, nello studio, a due fattori fondamentali: «L’effetto fortemente sterilizzante dei raggi solari ultravioletti sul coronavirus – spiega Lorenzo De Natale dell’Università di Napoli – e la nota stagionalità della risposta immunitaria, che in estate è più efficace e meno infiammatoria».

Il comportamento del coronavirus

«Nella fase grave – continua -, il coronavirus si comporta essenzialmente come una malattia auto-immune, in cui i danni maggiori agli organi bersaglio, in primis i polmoni, sono generati dalla risposta infiammatoria del sistema immunitario nota come tempesta di citochine».,

«La marcata stagionalità della pandemia – aggiunge -, dimostrata per l’Italia, sembra comune agli altri paesi europei e potrebbe spiegare la letalità molto bassa riscontrata in Paesi caldi e soleggiati, anche in presenza di condizioni igieniche e sistemi sanitari peggiori che nei paesi nord-occidentali».

Ma ora siamo in inverno

Il lavoro degli studiosi «confermando l’effetto di mitigazione estivo con l’osservazione che da settembre, assieme ai contagi, sono risaliti anche i rapporti tra terapie intensive e casi attivi e tra decessi e casi attivi, nonostante il numero di tamponi costantemente in crescita – conclude Coviello -, mette anche sull’avviso: andiamo incontro all’inverno, bisogna utilizzare adeguate misure di contenimento finché la vaccinazione non eliminerà il problema».

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