Coronavirus. +Europa: dopo la pandemia saremo di fronte a un bivio

Intervista a Giulia Pastorella, membro della direzione nazionale di +Europa



6' di lettura

Giulia Pastorella è membro della direziona nazionale di +Europa e fondatrice del gruppo tematico di +Europa 4.0 Innovazione, Formazione e Ricerca. Inoltre fa parte del Comitato Promotore di Azione, il partito di Carlo Calenda.
È stata candidata per +Europa alle elezioni 2018 in Circoscrizione Europa e nella Circoscrizione Nord Ovest alle elezioni europee del 2019. Oggi cercheremo di capire meglio chi è e quali sono le battaglie che combatte.

Come nasce il tuo impegno in politica, quando e perché?

Nasce il giorno dopo il referendum per la Brexit. A quel tempo (2016) abitavo ancora a Londra e il risultato inaspettato mi ha colpito profondamente. Mi sono resa conto che quella stessa Europa che mi aveva permesso di studiare e lavorare in UK aveva appena mostrato la sua prima crepa insaldabile. Essendo una fervente europeista, è bastato questo per trovare la motivazione intima per attivarmi in politica. La nascita qualche mese dopo di +Europa, partito liberale ed europeista, mi ha dato una casa in cui riversare il mio entusiasmo. Ho fatto campagna elettorale in giro per la circoscrizione Europa per le elezioni politiche del 2018 con la fortissima convinzione che proprio gli Italiani all’estero fossero quelli che più di altri potessero raccontare un’Europa diversa: non quella degli uffici di Bruxelles, ma quella delle startup di Berlino e degli aterlier di Parigi, delle università di Londra e delle vigne di Porto. Insomma, un’Europa di opportunità e non di vessazione.

Qual è la tua formazione accademica e quale professione svolgi?

Dopo una maturità italiana ottenuta in un liceo scientifico statale a Milano, sono andata a studiare a Oxford dove ho conseguito una laurea in Filosofia e Lingue Straniere. Ho poi fatto un doppio master – un anno a Sciences Po, Parigi, e uno alla London School of Economics – in Studi Europei. Dopo un anno di consulenza, ho ottenuto una borsa per un PhD sempre alla LSE che ho terminato a cavallo dell’inizio del mio lavoro in HP, dove sono tutt’ora. Mi sono occupata degli affari istituzionali di HP, prima a Londra per il Nord Europa, e poi a Bruxelles per le Istituzioni Europee. Ora ricopro un ruolo a livello globale e sono responsabile per la strategia di cybersecurity e data policy, ovvero mi occupo di adattare la strategia aziendale agli sviluppi internazionali di regolamentazioni in questi due campi.

E l’impegno politico?

Da quando mi sono candidata con +Europa nel 2018, ho sempre mantenuto il mio impegno politico. Ho fatto parte di gruppi locali e tematici all’interno del partito, e sono stata eletta prima in Assemblea e poi in Direzione Nazionale, dove siedo tutt’ora. Sono anche stata candidata alle Elezioni Europee del 2019 nella circoscrizione Nord Ovest, che è il mio territorio, avendo padre piemontese e madre lombarda. Quando è nata Azione, il partito fondato da Calenda, ho accettato di fare parte del Comitato Promotore di questo nuovo soggetto con l’obiettivo di favorire la creazione di un fronte progressista, liberale ed europeista unito con +Europa.

Quali sono le principali battaglie che porti avanti e quali temi ti premono maggiormente? 

Il tema dell’innovazione non come mantra senza contenuto ma come acceleratore per far ripartire l’Italia è sicuramente uno dei temi che mi sta più a cuore. Lavorando nel mondo della tecnologia non sono cieca rispetto ai problemi che questa può causare, ma so che se regolata e incentivata nel modo giusto può essere davvero un motore di crescita e anche di maggiore uguaglianza paradossalmente.

Mi sta molto a cuore la continuazione della costruzione europea non come ideologia a priori, ma come spazio democratico di realizzazione personale e collettiva. Trovo che in un mondo globalizzato e con tendenze di ritorno all’autoritarismo, si debba continuare ad assicurare che l’Europa resti una realtà di pace e prosperità, ma anche di stato di diritto e di libertà individuali e sociali. Certo, le istituzioni europee non sono perfette ma solo riconoscendo i vantaggi dell’UE e capendone le dinamiche si possono migliorare. Urlare slogan o usare l’Unione come capro espiatorio è un atteggiamento che disapprovo fortemente perché intellettualmente disonesto, oltre che pericoloso.

Da ultimo, credo che i nostri connazionali all’estero, che sono ufficialmente 6 milioni, ma in realtà sono molti di più, siano sottovalutati dai politici italiani – sia come risorse per il paese, che come una fetta di popolazione con preoccupazioni e bisogni specifici. Cittadini a metà della terra che lasciano e, troppo spesso, cittadini a metà della terra in cui arrivano, si potrebbe parlare per ore di come rendere loro la vita più facile o incentivarli a tornare in patria. Essendo io via dall’Italia da 17 anni ovviamente vivo tutto in prima persona e mi impegno per la valorizzazione di un capitale umano cosi vario e promettente.

Quali sono le iniziative o le attività che hai in mente per il futuro? Cosa ti piacerebbe fare?

Sicuramente continuare il mio impegno politico – Covid permettendo. Proprio nel periodo pre-lockdown, partecipando a diversi eventi in giro per l’Italia, avevo avuto l’impressione ci fosse una rinnovata energia nel mondo europeista-liberale. Vorrei riprendere presto il mio piccolo tour perché ho capito che, anche se la quarantena ci ha insegnato che molte cose possono essere fatte online, la politica su Facebook non basta da sola. Per mobilitare le persone ci vogliono momenti di aggregazione anche per ricostruire quella fiducia tra elettori e politici che si è sempre più sgretolata nel tempo.

Inoltre ho approfittato di questa “pausa” per iniziare a scrivere il mio primo libro. Pur non sapendo quando lo terminerò, mi sto divertendo molto. È la mia “opera prima” fuori dal mondo dell’Accademia, un testo che parlerà di un tema a me caro e che spero possa essere portato sul dibattito pubblico con più decisione.

Qual è la situazione in Italia e in Europa dal punto di vista? Vedi dei cambiamenti nell’ultimo periodo?

È molto difficile essere ottimisti al momento. Diciamo che il Covid rappresenta un bivio sia per l’Italia che per l’Europa. Anzi, oserei dire per il mondo intero. La conseguenza di questa emergenza può essere una chiusura di stampo sovranista/nazionalista, a cui soggiace l’idea che solo l’egoismo su tutti i fronti – commerciale, sociale e valoriale – permette una sopravvivenza ottimale dello Stato e dei suoi cittadini. Oppure si può approfittare di questa situazione per riflettere su come migliorare le relazioni interpersonali e interstatali, rendendole più giuste e di maggiore beneficio per tutti. In questo senso l’UE deve essere riformata: le devono essere dati maggiori poteri e budget ma anche maggiori meccanismi di controllo democratico. Non è possibile che stati come l’Ungheria possano restare impuniti quando adottano provvedimenti anti-democratici. Per l’Italia le cose da cambiare per migliorarla sono tantissime, dalla burocrazia bizantina al sistema giudiziario lentissimo, dai decreti sicurezza immorali al sottofinanziato e frammentato servizio sanitario nazionale, dalla scuola che cade a pezzi alle infrastrutture che non sono da meno, fino al senso civico “leggero” degli italiani che porta a evasione fiscale e abusivismo. Ma soprattutto va cambiata la classe politica che negli ultimi tempi ha conquistato il cuore degli italiani. Una classe politica arrabbiata, ignorante, qualunquista, senza programmi e senza riguardi per le generazioni future o le minoranze presenti.

Se cambiamenti ci sono stati recentemente, allora sono stati per il peggio. Che questa emergenza ci insegni che ci vogliono persone preparate e capaci di gestire un paese come leader, e che non ci si può improvvisare.

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