Coronavirus. L’isolamento ci ha insegnato a stare soli insieme

Il tempo sospeso è anche un ritorno al passato. Tornano vecchie usanze e ci chiediamo tutti che mondo sarà dopo.



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Cosa resterà di questo lungo isolamento, di questa famigerata distanza sociale, del sentirsi soli ma uniti contro una minaccia che non si vede, ma c’è. E si evidenzia nella conta giornaliera dei contagiati e dei morti. Qui e in tutto il mondo.

Cosa conserveremo di questi giorni trascorsi nelle nostre case, o della spesa fatta in fretta con guanti e mascherine, del lavoro – per chi svolge ruoli essenziali – a perenne contatto con un pericolo che non si vede.

Sarà un periodo che in qualche modo segnerà l’esistenza di tutti. Una cicatrice che ci unirà, con sensazioni, speranze, paure, in comune. Un ricordo che ci lega agli altri, proprio nei giorni che più ci hanno separato.

In questo mese di quarantena, passato il periodo degli inni nazionali, delle canzoni dal balcone, dei flash mob a distanza, stiamo riscoprendo una delle caratteristiche tipiche della nostra specie: la capacità di adattarsi. Reinventarsi un mondo su misura, anche quando la misura è ristretta tra le quattro mura del nostro appartamento, spesso angusto.

Sono anche i giorni della solidarietà. Il nostro viaggio tra i comuni, grandi e piccoli, in lotta contro il contagio, ci riporta resoconti, storie e testimonianze, di una Irpinia (ma è lo stesso anche altrove), che riscopre il senso di comunità. E si adopera per prestare aiuto a soccorso a chi non ce la fa, è solo, anziano, malato, fragile, bisognoso.

Non sarà semplice uscire da questo tempo sospeso. Forse ci impiegheremo un po’ prima di tornare ad abbracciarci o a entrare in un locale pieno senza il timore che qualcuno trascini con sé l’ombra del contagio.

Ma è chiaro che la normalità riprenderà il consueto sopravvento. L’eccezionalità ha per definizione un tempo limitato. Ma la normalità che ci attende dopo questi mesi eremiti potrebbe non essere la stessa di prima.

Nel frattempo riscopriamo l’antica arte dall’arrangiarsi. Che questa volta ha anche supporti tecnologici, per una volta utili e non solo da usare per passare un po’ di tempo.

Così Facebook ci consente di ascoltare in diretta concerti organizzati per noi altrove, le messe, celebrate dai sacerdoti in perfetta solitudine, ma per centinaia di follower. E Skype e altre piattaforme stanno rendendo credibile la scuola a distanza, il lavoro da casa, le riunioni, i video consigli comunali.

Sono ritornate le cerette fatte in casa (un problema per le estetiste), le tinture fai da te (attenzione parrucchieri), la palestra in salotto, i giochi da tavolo, il pane cotto nel forno della cucina (come le pizze). Quasi un ritorno al passato, improvviso, imprevedibile.

Il numero 5 del settimanale è dedicato a questo: l’arte di arrangiarsi, declinata nei mille modi di questi giorni. Ma anche il risveglio del senso di comunità, che quaranta anni di individualismo spinto ci avevano fatto dimenticare.

Potrebbe essere un punto di partenza per quello che sarà.

Vedremo.

Buona domenica.

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