senzacategoria

Così a Napoli Maradona è diventato Dio

0

Quando si passeggia per Piazza del Plebiscito, a Napoli, spesso ci si sofferma a guardare le statue che raffigurano i più importanti re della città che fu capitale del regno delle Due Sicilie. Ruggiero il Normanno, lo “stupor mundi” Federico II, Carlo III di Borbone tanto caro al movimento neo-borbonico, fino ad arrivare all’ultimo re: Vittorio Emanuele II. Eppure dal 1986 se si guarda quella piazza sembra esserci un’assenza, una mancanza. Manca la statua dell’ultimo vero re di Napoli: Diego Armando Maradona.

Sulle tracce del re

Niente paura, a recuperare il maltolto ci ha pensato lo “street artist” San Spiga con il suo murales nei quartieri spagnoli. Il re è così più vicino alla sua gente, al suo popolo. Ma sorge una domanda.Maradona è solo un re? No. Maradona è anche genio, ma soprattutto Dio. E Dio ci è diventato. Come? Dobbiamo partire da lontano, così come è partito Maradona:dal “barrio” all’Olimpo.

Abbiamo detto che Diego è anche genio ed è proprio dal genio che dobbiamo partire. E’ un genio calcistico, ovviamente: probabilmente messo davanti a una difficile equazione matematica risolverebbe il tutto accartocciando il foglio e iniziando a palleggiare, giocando  con quel problema. Cosa sia il genio ce lo dice il Perozzi, la mitica voce narrante di “Amici miei” di Monicelli, ma prima di tutto noi dobbiamo chiederci “Chi è il genio?”

I segreti del genio

Il genio non ha qualcosa in più rispetto agli altri, è qualcosa in più. Se fossimopomposi filosofi, e noi non lo siamo, vero? Diremmo che il genio ha una differenza qualitativa rispetto agli altri, che si pone su un piano ontologico diverso, superiore (…proprio come un Dio?!).

No, noi non diremo questo. Tiferemmo tutti Juve piuttosto che dirlo. Diremo che il genio è inattuale, uno spartiacque, che c’è un prima e un dopo il genio, che è fuori dal tempo. Se chiedeste a qualunque ragazzo che tifa Napoli, a qualunque nato negli anni ’90 appassionato di calcio vi dirà “Io Maradona non l’ho visto giocare, eppure quando me ne parlano mi vengono i brividi”. 

L’uomo che in quegli anni più ha fatto battere il cuore a milioni di persone, argentini e napoletani che siano, un inattuale. Perché Maradona non corrispondeva a nessun ideale tattico del calcio di quel tempo o giocato fino a quel tempo. Cruijff aveva profetizzato il calcio totale, il Milan di Sacchi difendeva a zona, metteva in fuori gioco e con i tre terribili olandesi giocava un calcio tatticamente impeccabile.

 Maradona tirava dalla bandierina del calcio d’angolo e faceva goal, segnava con le mani, partiva da centrocampo e la metteva in porta. Inattuale, senza regole, o almeno non le sue regole. Le uscite piccate e provocatorie contro la Fifa, i litigi con Ferlaino perché era meglio la vita notturna che l’allenamento mattutino,“hijos de puta, hijos de puta, a Italia 90 in risposta ai fischi durante l’inno argentino. Maradona stonava dal coro e in questo sta la sua inattualità, non è stato il suo tempo, ma lo ha cambiato e proprio per questo c’è un prima e un dopo il genio. A Napoli c’è un prima e un dopo Maradona. Il 1980 e il terremoto, la disoccupazione, la povertà. Napoli e tutto il sud relegati ai margini dello sviluppo economico, “I terroni”.

Poi c’è un dopo Maradona

No, quanto detto prima non scompare, a volte gli echi si sentono ancora oggi, ma dal 5 luglio 1984 cambia qualcosa. Nel documentario “Maradonapoli” di Alessio Maria Federici vengono intervistati tutti coloro che quel periodo lo hanno vissuto, che erano allo stadio quel giorno, che hanno visto il Napoli vincere due scudetti e un ingegnere, un professionista a un certo punto fa un bilancio.“Era l’estate del 1986. Io mi ero appena laureato in ingegneria ed ero andato a fare un master negli Stati Uniti, mi avevano anche offerto un posto. Però a Napoli si respirava un’aria diversa. C’era Maradona, la squadra si era rinforzata e io ero fiducioso. Tornai a Napoli”.

Solo un Dio ci può salvare. No, non è ancora il momento. Maradona ancora non è Dio, serve uno scatto ulteriore e questo scatto solo Maradona può farlo.

Messico 1986: Argentina- Inghilterra. 2-0. Inutile rimarcare il periodo storico, le tensioni tra Inghilterra e Argentina, la guerra delle Malvinas e che uno come Diego i potenti proprio non li poteva vedere. “Palla a Maradona, Maradona ne salta uno, Maradona, Maradona, Maradona. Goaaal”. Basta scrivere questo, abbiamo già capito tutti di cosa stiamo parlando. Palla che spiove nell’area di rigore, il portiere esce, Maradona salta. Goal. Testa,mano? Come ha segnato? Gli inglesi protestano, Maradona corre con il pugno alzato in cielo.

Due gol immortali

 Il punto non è che Maradona ha fatto questi due goal, ma che li abbia fatti davanti al mondo interoKusturica nel suo documentario su Diego, commentando questo evento dice “Si temeva che l’asse terrestre potesse spostarsi. Sessanta milioni di persone che saltavano all’unisono”. Ma più di tutti l’importanza epocale di quella partita ce la da Maradona stesso.
“Diego, hai segnato con la mano?”. Un sorriso, il sorriso ludico di chi trascende il mondo e si pone in una condizione di alterità (sempre quello che direbbero i maledetti filosofi). Ecco qui cosa è il genio “Fantasia, intuizione, e velocità d’esecuzione”.
“No. E’ stata la Mano de Dios”.
La avvertite l’esplosione? Il boato? La frenesia che parole del genere possono suscitare? Eccola la nascita di un Dio, la sua rivelazione. Il suo dono.
La avvertite l’esplosione? Il boato? La frenesia che parole del genere possono suscitare? Eccola la nascita di un Dio, la sua rivelazione. Il suo dono.

Maradona ai napoletani si è donato e connesso ha donato ai Napoletani la più grande trasposizione etica, la più grande “trasvalutazione di tutti i valori” che un giocatore di calcio, che non ha mai letto Nietzsche (e di cui neanche gliene frega), abbia mai donato. Ah, e ovviamente ha donato pure: due scudetti, una coppa Uefa, e una coppa Italia. Ma non è questo il punto.

L’idolo delle masse…


“Io voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires”. Prima pietra della sua chiesa: i napoletani possono identificarsi in lui, anzi, è lui a identificarsi con i napoletani. La sregolatezza, la fantasia, la spontaneità e la vivacità partenopea che si inscrive in un giocatore capace di fare tutto

Maradona diventa un’immagine, è su qualunque artefatto venduto su bancarelle e per strada. Se Gesù ha a raffigurarlo dipinti, sculture, opere d’arte ingenerale, Maradona ha: portachiavi, accendini, bandiere, sciarpe, profilattici,piatti, bicchieri, maglie. Per avere un Dio bisogna avere anche un’immagine da celebrale di questo Dio.

E’ l’etica napoletana, la napoletanità, che i napoletani vedono in Maradona stesso. Da dopo Maradona non si può pensare Napoli senza Maradona e Maradona senza Napoli. Dio si è rivelato, ha compiuto il miracolo: battere le squadre del nord, affermare una città e una cultura intera. O meglio, per come si dovrebbe vedere: una città e una cultura intera si affermano, battendo le squadre del nord. Un’impresa che non poteva fare un uomo, ma solo un Dio. E’ un ragionamento alla Feurbach, il filosofo del “siamo ciò che mangiamo”, avete presente, no? No. Non ci interessa.

 Nessuno si è accorto che Maradona stava diventando Dio. Avrebbe forse potuto farlo mio padre, ci penso spesso. Mi racconta di quel Napoli-Juventus, quello in cui Maradona segnò la punizione impossibile battuta in area di rigore. Quel giorno mio padre era allo stadio, in cura. Affianco a lui c’era un signore anziano. Maradona segna, il signore si gira e fa a mio padre “Uagliò, mo pozz pur murì.” Evidentemente in paradiso c’era già.

Black Friday: 5 app per acquisti super scontati VIDEO

Previous article

Il gangster e l’eroe: l’ultima notte di Al Capone

Next article
Login/Sign up
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: