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Da Leone a Leone, viaggio alle radici di “C’era una volta in America”

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Da padre in figlio, con l’identica passione: il cinema. Da Torella dei Lombardi (provincia di Avellino) a Hollywood, passando per Napoli, Torino, Roma, fino agli epici scenari della Monument Valley, a New York e a Leningrado, dove il sogno s’interrompe, ma non prima di aver girato una delle pellicole più importanti di sempre, l’affresco di C’era una volta in AmericaVincenzo Leone, in arte Roberto Roberti, e suo figlio Sergio, hannoattraversato quasi un secolo di cinema.

Una vera Factory,come scrive Paolo Speranza, che ha organizzato al cinema Eliseo di Avellino, insieme a Orio Caldiron, una mostra dedicata proprio ai due autori nell’ambito della 43esima edizione del Laceno d’Oro. O meglio, all’intreccio che li legava. Fermandosi, quasi, a quel passaggio di testimone che si concretizza nel 1951, ultimo film di Vincenzo, Il Folle di Marechiaro, interpretato anche da Sergio, che aveva già iniziato a frequentare set importanti. Tre anni prima aveva collaborato con Vittorio De Sica, in Ladri di Biciclette, una delle perle di sempre del cinema italiano, e non solo.

Nella mostra sono esposte le rarissime locandine delle pellicole di Vincenzo, molte del cinema muto. Raccontanogli inizi della Leone Factory. Quei film artigianali, per un pubblico sempre più vasto. Melodrammi, ma non solo. C’è anche un proto western all’italiana, in quello che sarà uno dei marchi di fabbrica del figlio Sergio, e con un titolo che non sarebbe dispiaciuto a TarantinoLa vampira indiana.

Vincenzo Leone, o meglio Roberto Roberti (in seguito per onorare il padre Sergio firmerà con lo pseudonimo Bob Robertson, Per un pugno di dollari), frequenta gli intellettuali che animano la vita culturale di Napoli. E’ amico di Edoardo ScarfoglioMatilde SeraoRoberto BraccoSalvatore Di Giacomo. L’esordio da regista è nel teatro. Poi nei primi anni del secolo scopre l’amore per il cinema, la nuova arte. Attore, ma il suo posto è soprattutto dietro la macchina da presa.

Da Films Aquila di Torino alla Ceaser Film di Roma.  Protagonista di alcuni dei suoi primi film è Bice Waleran, Edwige Valcareggi. Diventerà sua moglie e la madre di Sergio Leone. L’incontro professionale più significativo è comunque quello con Francesca Bertini (Elena Seracini Vitiello), bellissima, carismatica, la prima diva del cinema italiano (chiuderà la carriera nel 1976 con Novecento di Bertolucci). Con lei, Vicenzo Leone, realizzerà tra il 1919 e il 1925 una decina di film (e tra questi La Contessa SaraSerpeLa sfingeMario artista di caffè concertoLa donna nuda). Riscuotono quasi tutti un discreto successo popolare. Ma la crisi del cinema italiano è alle porte. Il regista di Torella ha anche cattivi rapporti con il regime fascista. Risultato: un lungo oblìo, tornerà alla fine degli anni ’30 con due titoli. L’ultimo è Il folle di Marechiaro.

Nel frattempo suo figlio Sergio ha già avviato una lunghissima e preziosa gavetta. Partecipa a una trentina di film tra il ’48 (Ladri di biciclette) e il ’61 (Sodoma e Gomorra, dove sostituirà il grande Robert Aldrich alla regia). In quel periodo il giovane Leone lavora con Alessandro Blasetti, Carmine Gallone, Mario Camerini, Mario Bonnard, Guido Brignone, Mario Soldati, Steno, Luigi Comencini, Aldo Fabrizi, Primo ZeglioMervynLeRoy, Robert Wise, Fred Zinnermnn, William Wyler.

Nel 1964, dopo aver diretto Il colosso di Rodi (1961), Sergio Leone darà il là allo spaghetti western, al mito della frontiera, alla sua intensa e straordinaria collaborazione con Ennio Morricone. Dirigerà: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più(1965), Il buono, il brutto e il cattivo (1966), C’era una volta il West (1968), Giù la testa (1971). Nel 1984 il suo acclamato capolavoro, C’era una volta in America. Sergio Leone morirà cinque anni dopo, a 60 anni, dopo aver concluso gli accordi per le riprese di quello che avrebbe potuto essere il suo ultimo film, l’epico assedio di Leningrado, snodo cruciale della seconda guerra mondiale.

In un’altra sezione della mostra, sempre documentata da Paolo Speranza, c’è l’omaggio a Bernardo Bertolucci, con “Il ’68 nel cinema”. 

Una rassegna stampa di giornali dell’epoca (soprattutto L’Espresso), che racconta il formidabile fermento di quegli anni, la sperimentazione, la protesta, la contestazione nei festival. Nascono in quegli anni la Nouvelle Vague, il New American Cinema, il FreeCinema inglese, la Nova Vlna cecoslovacca, lo JungerDeutsche, il Cinema Novo. Movimenti che si muovono lungo direttive quasi analoghe e che coniugano il binomio “cinema e libertà”. Una stagione irripetibile.

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