Musica

De André, le puttane e il giudice: l’arte di un vero narratore

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Di Fabrizio De André si è detto tanto: l’anarchico, il poeta, il sovversivo, il bardo degli ultimi. Ma sarebbe interessante dire, di De André il narratore, qualcosa in più sul suo modo di narrare. De André il narratore e i suoi due volti: la commedia e la tragedia. Canzoni come “A dumenega”, “Un giudice”, “Il testamento” e tante altre sembrano rispondere alla frase di Aristofane di Bisanzio, filologo e bibliotecario della Biblioteca di Alessandria, detta a proposito del commediografo greco Menandro: “O Menandro, o vita, chi ha imitato l’altro?”. 

Riferendosi alla grande capacità dell’autore di rappresentare nelle sue commedie spaccati della vita degli uomini e facendo muovere in questi spaccati personaggi dalla fine caratterizzazione psicologica. Attraverso una risata era possibile scorgere i limiti, le debolezze e l’umanità più propria dei suoi personaggi.

DI  CHI PARLIAMO:  Fabrizio De André è uno dei più grandi cantautori italiani di sempre. Noto anche come Faber, appellativo che gli ha messo il suo grande amico Paolo Villaggio. Genovese, una grande produzione di André ha per protagonisti vinti e persone che vivono ai margini.

Uomini che si comportavano da uomini, che interagivano, si scontravano, suscitando grandi risate, ma che alla fine dell’intreccio riscoprivano qualcosa di sé stessi, trasmettendolo al pubblico. De André è stato in grado di fare questo, rimettere gli uomini agli uomini e, concetto estraneo ai greci, o quanto meno non preponderante come nell’età moderna e contemporanea, alla società. Proprio alla società fare il verso, con la pernacchia del monello, con un sorriso simile a quello del Marchese del Grillo coi suoi scherzi dissacranti. Allora è giusto immergerci nella commedia della vita e in questa riflettere sugli uomini.

La commedia
“cantammo in coro già sulla terra
amammo tutti l’identica donna
partimmo in mille per la stessa guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli”

Quelle che sembrano, leggendo il testo, lapidarie parole di morte, sono in realtà cantate con voce allegra, sul ritmo di un tamburo che scandisce la marcia dei militari. Sono le battute finali de “Il testamento”. Capire dal titolo di cosa parli la canzone non è difficile: sono le ultime parole di un ignoto, povero tizio, che sta rendendo l’anima. Fin qui tutto bene. De André fa quello che è: il narratore. Ma è come lo fa, sono le ultime parole che mette in bocca a un poveretto che sta per “andar tra i dannati” a dirci qualcosa sulla vita, sugli uomini e la società.

Il cantautore dell’umanità ai margini

Una cosa che è opportuno sottolineare da subito è che De André è un narratore di episodi, di spaccati, che dicono qualcosa sulla vita e a un livello più alto sulla società borghese, ipocrita e chi più ne ha più ne metta. Sono famosi i giudizi politici del cantante genovese, ma non stiamo scrivendo per parlare di questo, forse. Ad ogni modo. Sul letto di morte l’ignoto moribondo dedica i suoi ultimi pensieri e le sue ultime promesse ai magnaccia, ai becchini che da un momento all’altro lo porteranno in spalla, a una prostituta, una venditrice ambulante e una candida vecchia contessa veramente fastidiosa. 

E’ un moribondo che conosce davvero bene i mestieri più antichi del mondo, che sa bene che ai magnaccia è bene lasciare un impiego da ragionieri, veri maestri del danaro e integerrimi nel “rendere edotta la popolazione sopra le rendite di una puttana.” Incontriamo così i primi personaggi del borgo degli ultimi, le tipiche facce che si incontrano in una qualunque “Città vecchia”, archetipi di una società che di loro ha bisogno, che ha bisogno del sesso, ma che è pronta ad apostrofare con disprezzo le venditrici di sogni. Sì, le puttane. Puttana oggi, del resto, è un termine piuttosto abusato. Una puttana sarebbe anche la cara Bianca Maria, un po’ perché libertina, un po’ perché consapevole di essere donna e bella, un po’ perché le piace fare l’amore “se ne frega della decenza” e allora ecco un regalo e un ultimo scherzo a lei e a tutti quelli che potrebbero ingiuriarla: un attestato di benemerenza. Un lasciapassare che le apra le porte del matrimonio a lei rendendo gli stipiti un po’ più bassi per chi “si conserva felice e cornuto” avendola sposata.

Loro fanno il mestiere e la vita

Del resto le puttane, o le “indecenti”, sono spesso protagoniste delle narrazioni di De André. Vere maestre di virtù, come Bocca di Rosa che fa l’amore per passione e con dedizione, o come Marinella morta per aver seguito un principe. Entrambe stigmatizzate, Bocca di Rosa dalle comari e Marinella dai quotidiani, dalla vita vera, perché puttana e morta. Lo stigma imposto dagli altri De André lo toglie o facendoci fare una risata o facendoci affezionare grazie alla poesia. Quello che De André, nel suo volto da commediografo, sembra dire è “Signori, porco belino, la vita è questa e della vita fanno parte anche loro e sono più di un semplice mestiere”. E da commediografo scrive pezzi con musiche allegre e battute taglienti. Ma il nostro moribondo, quello del testamento, sta ancora parlando. Si rivolge ai becchini, al loro che è un lavoro sporco, ma che va fatto e allora è bene premiarli con la vanga d’oro.

Fabrizio De André e la “sua” Dori Ghezzi

I becchini, forse i personaggi che insieme ai notai, da cui andiamo a fare testamento, che più si avvicinano alla morte nel nostro immaginario. E della morte De André ci dice qualcosa, sempre ironicamente, ma questa volta con un po’ di amarezza dopo la risata. Il moribondo muore “senza pregare, fuggendo il peso della pietà”. Senza affidare le sue paure alle preghiere, accettando la morte senza il bisogno di una spaventata commiserazione, perché anche questa fa parte della vita e allora è giusto liberarla dal giogo della paura e dell’al di là. Il moribondo è certo di andar tra i dannati eppure non vede l’ora, così da fare uno scherzo alla contessa che gli chiede i numeri vincenti, rivelandoglieli tutti sbagliati. Infine le ultime parole, testé riportate. Siamo stati in mille, in cento, ma moriamo soli e va bene così: non c’è bisogno di consolazione. Qualcosa della vita è dunque stato detto. 

Ma la commedia non è ancora finita, perché anche un signore molto basso ha da dire qualcosa, anzi da accusare qualcuno. “Un giudice” è la commedia, pardon, canzone che ha come suo protagonista un nano, come suoi temi la maldicenza, la vendetta e l’ipocrita reverenza fatta a chi esercita il potere. Per chi viene da un paese, magari un paese di provincia, ascoltare questa canzone gli riporta alla mente gli sfottò fatti a chi ha un difetto o una particolarità, i soprannomi che diventano un bollino che marchia per generazioni e che alla lunga fanno anche incazzare. Ebbene immaginate per un nano come debba essere vive questo 

Un giudice: fanculo alla ipocrita reverenza

“Ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente
O la curiosità di una ragazza irriverente
Che li avvicina solo per un suo dubbio impertinente
Vuole scoprir se è vero quanto si dice intorno ai nani
Che siano I più forniti della virtù meno apparente
Fra tutte le virtù la più indecente (…) La maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo
Fino a dire che un nano è una carogna di sicuro
Perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo” 

E il nano si incazza, con rancore diventa giudice e finalmente è libero di compiere la sua vendetta. Non sono le intenzioni più nobili a fargli intraprendere una carriera del genere, ma il bieco piacere della vendetta, il rispetto ottenuto col timore. Tutto ciò traduce l’agrodolce salsa della maldicenza della società, della grettezza, che insaporisce la vita di tutti noi. Questo giudice è un giudice che della giustizia non ha alcun interesse e sghignazzando con piacere manda gli altri dal boia. Anche qui qualcosa della vita viene detto, soggiace una domanda: una società sbagliata può produrre giusti protettori di sé stessa? Una società giusta ne avrebbe bisogno?


La tragedia


Ma De André non è solo un commediografo, bensì anche un tragediografo. I greci, più specificatamente Aristotele, ci parlano della tragedia come di quel momento fondamentale per la vita in grado di produrre la catarsi: l’emendazione dall’anima dellapassioni negative, soprattutto la paura. La catarsi di De André emenda l’anima, ma ha anche il pregio di reindirizzarla esattamente a sé stessa. Mi spiego meglio. Attraverso le tragedie di De André si giunge ad avere un rapporto più profondo con sé stessi e con la propria anima, ma soprattutto con le proprie paure; emendate sì, ma portate anche a una maggiore consapevolezza. E’ significativo, lo vedremo nelle canzoni che prenderemo in esame, che la tragedia che racconta De André è sempre una tragedia interiore: un “io narrante” che si serve della sua musica per portare avanti il suo messaggio. Si attua quella che il filosofo Gadamer chiamava una “fusione di orizzonti”, tra chi ascolta e chi “recita”, nelle canzoni di De André. L’esperienza d’ascolto, il porgere l’orecchio e l’attenzione, diventa un momento che cambia il vissuto e la propria percezione di sé stessi. Interpretare le canzoni di De André apre sempre uno spazio di verità, non teorica o teoretica, ma esistenziale.

In altre parole?

De André, ancora una volta, ci dice qualcosa sulla vita. Iniziamo dunque con due canzoni che sanno, che dicono, di morte: “Il cantico dei drogati” e “La ballata degli impiccati”. Tengo fuori gli album “Storia di un impiegato”, “La buona novella” e “Non al denaro, né all’amore né al cielo”, nonostante siano i miei album preferiti, perché per parlare a dovere dei pezzi che contengono non basterebbero due libri. Ci sarà però una “bonus track” su De André e il sorriso, prossimamente. Ma andiamo avanti. 

“Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Chi mi riparlerà
Di domani luminosi
Dove i muti canteranno
E taceranno i noiosi”


A parlare è chi sta morendo, chi ha piena consapevolezza che la strada intrapresa rende ancora più ineluttabile la certezza che hanno tutti gli esseri viventi: la morte. Ma in queste parole si legge molto di più: una straripante solitudine, l’impossibilità di dire la cosa più normale del mondo alla persona che meglio ci conosce. E’ una consapevolezza della morte, una paura, che non ammette sollievo, che non lascia spazio a nessun valore. La certezza di una vita che si deteriora, questo del resto è il suo normale decorso, ma che è già deteriorata. Parliamoci chiaramente: chi si avvicinerebbe a un tossico per parlargli di domani luminosi? O ancora, chi parlerebbe a una persona che annega nella propria solitudine e disperazione di giorni migliori? O chi ascolterebbe le parole che suonano come un “sordo lamento”? La forza evocativa di questa canzone è dirompente, che si sia tossici o meno. E’ una canzone sulla solitudine, sul senso di esclusione che spesso la vita sa dare, un “giocherellare a palla col proprio cervello” che porta a un grido sommesso, a chiedersi il perché della vita

“E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?”

Fabrizio De André

Ungaretti lo ha detto chiaramente, “la morte si sconta vivendo”, ma ci sono vite, vite isolate e dissolute che anticipano la morte stessa, perché incapaci di comunicarsi o più semplicemente inascoltate e dunque sopraggiunge un’ultima richiesta, proprio a chi ascolta, proprio da quell’io narrante che rivela un aspetto tragico della vita “insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria”. E quando ascolto, almeno io, penso che vivere nascosto, inascoltato sia ciò che rende la vita meno vita. 
C’è invece chi è stato messo a tacere, chi ha provato in tutti i modi a farsi ascoltare e per aver gridato viene impiccato. 

“Tutti morimmo a stento 
Ingoiando l’ultima voce 
Tirando calci al vento 
Vedemmo sfumare la luce”


Le grida che però rimangono inascoltate, anche in questo caso. Dicono qualcosa di scomodo? Feriscono? Ebbene le idee restano tuttavia coriacee. In questa tragedia-canzone la vita viene negata dagli altri, non auto-negata da sé stessi ed è la vita sotto forma di discorso, la necessità della parola dinamitarda, la parola di un’ora da scontare con la vita ma che tuttavia non può essere annullata, solo diventare “Un discorso sospeso”.

Ci sarebbe molto altro da dire, non abbiamo parlato approfonditamente della tragedia di De André, ma era importante far emergere anche qui la narrazione della vita fatta da De André. De André è un narratore e come tale ha narrato in tutti i modi, è stato poliedrico, nei temi e nelle parole. Come non citare le sue innumerevoli sperimentazioni musicali, con la PFM, con gli strumenti suonati in tutti i paesi del Mediterraneo, con le lingue; il genovese, il gallurese, il napoletano. Tutti modi per narrare di uomini e delle loro parole e attraverso questi dire qualcosa sulla vita.

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