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Decreto Draghi, più bonus e meno cuneo fiscale: ecco perché

La crisi istituzionale genera una battuta d’arresto per il decreto Draghi. Tra gli 8 e i 12 miliardi stanziati per gli aiuti che rischiano di saltare.

di Valerio Pisaniello

Luglio 2022

Sul più bello sembra che si fermi la giostra. La crisi istituzionale di questi giorni, inevitabilmente, ha portato a una battuta d’arresto su vari punti che il governo guidato da Mario Draghi si era prefissato di realizzare. In primis su quello che noi conosciamo come decreto Draghi. Già, una bella iniezione di liquidità – anticipatrice della legge di Bilancio 2023 – di 8 miliardi (pronta ad arrivare a 12) e che va a intervenire su cuneo fiscale, sulle accise, sui salari e anche sulla tanto discussa questione dell’introduzione del salario minimo. Per la gioia del ministro del Lavoro Andrea Orlando, ma anche dei tanti lavoratori con stipendi a dir poco irrisori. Certo. (scopri le ultime notizie su bonus, Rem, Rdc e assegno unico. Leggi su Telegram tutte le news su Invalidità e Legge 104. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

INDICE

Decreto Draghi: chiarezza sul cuneo fiscale

Che la fiscalità sia materia abbastanza ostica ne siamo consapevoli. Infatti ci sforziamo di far comprendere ai nostri lettori che  quando parliamo di cuneo fiscale e in particolar modo di tagli, lo si può fare intervenendo su due diversi assi: la parte fiscale, ossia l’Irpef e quella contributiva. A darci una spiegazione esaustiva è il presidente della Commissione Finanze del Senato, Luigi Marattin: «Sono due cose diverse, con meccanismi e finalità diverse. I contributi, in un sistema pensionistico ancora in parte a ripartizione, servono per pagare le pensioni di oggi. E tagliandoli mettono a rischio quelle di domani. Se si sceglie di intervenire sulla parte fiscale — e ricordo tra l’altro che Cgil e Uil scioperarono il 16 dicembre dello scorso anno contro la riduzione dell’Irpef perché preferivano ridurre il cuneo contributivo — va ricordato che ci sono gli incapienti e che comunque, sotto i 15mila euro, si pagano mediamente appena 17 euro al mese. Se si dimezzasse per loro il cuneo fiscale, parleremmo di 8 euro al mese».

Già, un intervento sostanzialmente che va ad incidere in maniera marginale e non del tutto risolutiva.

Secondo il segretario confederale Cgil Gianna Fracassi, invece, «è vero che se ci limitiamo a intervenire sull’Irpef i redditi più bassi non hanno alcun vantaggio perché c’è un problema di incapienza fiscale. Ed è proprio per questo che noi chiediamo una forte, e soprattutto strutturale, decontribuzione e fiscalizzazione degli oneri sociali».  

«La nostra previsione sul costo complessivo dell’intera operazione – continua – è di circa 10 miliardi». Staremmo dentro al budget ipotizzato dal premier.

Il cuneo fiscale, per semplificare, è la differenza tra lo stipendio lordo versato dal datore di lavoro e la busta paga netta ricevuta dal lavoratore

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Decreto Draghi e tasse: i numeri del cuneo fiscale in Italia e in Europa

Un approfondimento di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della sera ci mostra una fotografia europea dei costi reali del lavoro e dell’incidenza effettiva del cuneo fiscale. Innanzitutto «non è vero che il cuneo fiscale, in percentuale al costo del lavoro, sia in Italia (nel 2021 al 46,5 per cento, in leggero calo rispetto al 2020) più alto in assoluto. In Germania (48,1) e Francia (47) è decisamente maggiore. La Spagna è al 39,3 per cento». Tuttavia, sottolinea che «è assolutamente vero che l’aliquota fiscale media sui salari in Italia (20,1 per cento) sia sensibilmente più elevata».  

«In Germania – continua -, sempre secondo i dati 2021, è al 17,5 per cento; in Francia al 16,5; in Spagna al 14,7».

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Decreto draghi: bonus, sostegno al reddito e misure sociali

In fondo quando si parla di cuneo fiscale – e quindi di tassazione – inevitabilmente e in maniera collaterale si tirano in ballo i lavoratori. In poche parole l’occhio cade direttamente sul netto percepito in busta paga. Sacrosanto diritto. Ma anche sul costo che ogni imprenditore deve sopportare per assumere un lavoratore. Sacrosanto anche questo. Ma chi non lavora? O meglio. Chi lavora e non gode dei classici diritti dei “subordinati”?

A questo punto l’attenzione si sposta sul disoccupato, inoccupato, oppure precario e anche sui liberi professionisti a partita Iva (sia vere, sia finte). Insomma, qui alludiamo ai tanti sostegni – se vogliamo considerarli emergenziali o meno – che vanno a tutelare una platea sempre più crescente in Italia e incrementatesi vertiginosamente in pandemia.

A questo il decreto Draghi ci ha pensato con l’estensione e la proroga del bonus 200 euro a chi ne è rimasto escluso (andando anche oltre secondo il leader 5S Giuseppe Conte), e all’innalzamento della soglia Isee per il bonus bollette che da poco più di 8mila euro è passata a 12mila. Insomma, un pacchetto di misure di «social wage» come le definisce Fracassi della Cgil «ugualmente importante».

«Oltre al bonus bollette – incalza -, che si potrebbe estendere a chi è sotto i 20 mila euro all’anno di Isee, il rafforzamento del fondo affitti, gli interventi sulla mobilità collettiva, con abbonamenti scontati per lavoratori e studenti. In Germania ha funzionato». «E, aggiungiamo noi, il governo spagnolo ha annunciato che si potrà viaggiare gratis per tre mesi sui treni. Anche per realizzare un sensibile risparmio energetico. Comunque un aiuto tangibile a chi è più in difficoltà».

Certamente il discorso diventa più ampio, ma segue una linea politica che punta l’occhio su interventi in Italia prima d’ora sconosciuti e già da diversi anni presenti in altre realtà europee. E non per forza con Pil superiore al nostro. Basti pensare al più comune reddito di cittadinanza che, prima della sua istituzione, era assente solo nel nostro Paese e in Grecia. Una platea decisamente diversa quindi, non più esclusivamente di subordinati – che pur subiscono forti svantaggi –, sicuramente priva di rappresentanza e rimasta per lungo tempo invisibile. Con buona pace dei sindacati.  

Decreto Draghi, costo del lavoro e tassazione: le contraddizioni italiane

Di cuneo fiscale, di costi del lavoro e di tassazione, si parla da anni in questo Paese. Uno spauracchio agitato trasversalmente da tutte le componenti politiche. E soprattutto in campagna elettorale, diciamocela tutta. De Bortoli parla di «contraddizione evidente rispetto al principio contributivo cui il nostro sistema previdenziale si sta faticosamente adattando, dalla riforma Dini del 1995 in poi».

Come di contraddizioni ci parla anche Giorgio Benvenuto, già segretario della Uil, che tuttavia è di tutt’altra opinione. «Non è più tempo di interventi spot, di bonus e di altre toppe. Serve una grande riforma a vantaggio dei lavoratori che incida sul cuneo fiscale, allenti il peso degli oneri previdenziali e rafforzi il potere della contrattazione per tutelare i salari. I lavoratori italiani sono quelli che costano di più al datore di lavoro rispetto ai colleghi europei e però guadagnano meno. Questo paradosso va superato».

Quindi interventi strutturali e non emergenziali, la sintesi del segretario. Ma questo fa dedurre che tali interventi saranno di incidenza categoriale – cioè su determinate categorie di lavoratori – e non universali, ossia che mirino a tutta la collettività. Sia essa inserita nel mercato del lavoro, o – malauguratamente – viceversa. Tuttavia in Italia c’è un grosso problema e cioè che il 23% dei lavoratori guadagna meno di 780 euro al mese. Lo dice l’Inps. Siamo sulle stesse somme del reddito di cittadinanza.

La soluzione di Benvenuto è quella di «rafforzare il potere della contrattazione, mentre lo Stato lavori a ridurre il cuneo. Da lì arrivano i maggiori aumenti per far salire le buste paga».

E alla luce di un «contesto assai complicato» dove «la globalizzazione ha stravolto i connotati della società e dei sistemi produttivi» si è dovuto pagare un «conto salato». Drastico l’ex segretario Uil che tocca il tema dell’abbattimento dei confini e della trasformazione del mercato del lavoro. Ma questo è un altro discorso, da affrontare nel dettaglio in altra sede e non in poche righe.

Il futuro del decreto Draghi e lo scenario politico

Avendo preso contezza dei vari posizionamenti di questi giorni, il panorama sembra delineare un’opposizione certa che è quella di FdI – con Giorgia Meloni che chiede le elezioni anticipate con tanto di toto-nomi del governo già pronto in caso di vittoriae dei contiani.

Anche se il colpo di scena del leader 5S Giuseppe Conte potrebbe proprio essere quello di votare la fiducia al governo, non ritirare i ministri, mettere tutti fuori gioco e smascherare le loro reali intenzioni sulla volontà di proseguire o meno. A partire dai governisti interni guidati dal capogruppo alla Camera Davide Crippa e ai suoi, più o meno, venti parlamentari. Oltre a far rimanere il leader leghista, Matteo Salvini, con una patata bollente tra le mani.

Ad ogni modo, il Carroccio deve a sua volta fare i conti con i propri filo-draghiani interni (Luca Zaia in testa) e allo stesso tempo subisce il fascino di una futura intesa con Silvio Berlusconi che si professa anti Cinque Stelle e quindi filo-governista. Ma d’altro canto il leader del Carroccio si troverebbe – secondo alcune fonti – più a suo agio all’opposizione -, ma non vuole farlo sapere. Preferirebbe passare la palla della decisione e non rischiare di rimanere col cerino in mano.

I numeri pro Draghi, a questo punto e per esclusione, li conosciamo: un Pd al governo «per senso di responsabilità» e per non interrompere il lavoro che il premier in Europa ha svolto e che sta continuando a svolgere. E in tutto questo il Pnrr gioca un ruolo centrale. Renziani e candeliani in maggioranza per ovvia logica di numeri legata ai sondaggi attuali. I nuovi eventuali fuoriusciti Cinque Stelle – guidati da Crippa – che si vanno a sommare ai dimaiani, ma non per forza. Potrebbero prendere anche una posizione autonoma.

E se in attesa che la parlamentarizzazione della crisi giunga al termine «qui si tocca un nodo essenziale, forse decisivo per l’efficacia della manovra di difesa del potere d’acquisto» sostiene de Bortoli, che con chiarezza afferma che «le misure di social wage sono più importanti del netto in busta paga». Quindi, il decreto Draghi e suoi 8 miliari previsti per fine luglio anche. Del resto «anche con il peggior esecutivo a loro ostile (allude ai sindacati, ndr.) sanno di avere un tavolo e un interlocutore. Nel vuoto della crisi, nelle more dell’ordinaria amministrazione, no».

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